Crolla la portata del Po, da oltre 1.000 metri cubi al secondo a meno di 350 m³/s

19 Giugno 2026 - 16:33
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Crolla la portata del Po, da oltre 1.000 metri cubi al secondo a meno di 350 m³/s

Male a livello di portata, male a livello di rinaturazione. Il fiume Po è al centro di una serie di analisi che destano preoccupazione. L’Anbi segnala per bocca del suo direttore generale Massimo Gargano che «la crisi idrica che sta colpendo il fiume Po con ripercussioni particolarmente gravi nell'area del Delta si distingue per la straordinaria e preoccupante velocità con cui si è verificato il calo di portata in dieci giorni; senza un sistema di invasi distribuiti sul territorio e lungo i bacini dei fiumi principali, l'acqua piovana, pur abbondante ad inizio giugno, è già defluita in mare. L'emergenza non sta colpendo solo il Veneto: basti pensare che nel Tanaro in Piemonte manca il 90% della portata usuale e l'Arno in Toscana ha flussi pressoché dimezzati».

I dati parlano chiaro: nella prima settimana di questo mese, il Po registrava un flusso superiore ai 1.000 metri cubi al secondo (mc/s) al rilevamento di Pontelagoscuro, nel Ferrarese; tale quota si è più che dimezzata in pochissimo tempo, scendendo sotto la soglia critica dei mc/s 450, valore limite per l'efficacia delle due barriere antisale sui rami del Po di Tolle e del Po di Donzella. Nelle scorse ore il crollo del Grande Fiume è stato ancora più marcato, scendendo sotto i 350 metri cubi al secondo.

È in questo scenario emergenziale, con l’acqua del mare risalita per 10 chilometri nell’entroterra, che il Consorzio di bonifica Delta del Po ha dovuto disporre la chiusura di alcune derivazioni destinate all’agricoltura per evitare la distribuzione di acqua salata nei campi.

Il problema è che se è vero che non siamo ancora al record assoluto, misurato nel luglio 2022, con appena 114 mc/sec, siamo già già molto al di sotto della soglia (450 mc/sec) che comporta l’impossibilità di limitare l’ingresso di acqua salata alle prese d’acqua da cui attingono i terreni coltivati nell’area del delta, costringendo a bloccare i prelievi idrici per evitare di salinizzare i suoli e causare gravi danni alle colture. Paradossalmente, fa notare Legambiente Lombardia, ciò avviene mentre in Pianura Padana si è ancora lontani dallo stato di siccità: il rischio di grave carenza idrica persiste, vista la precoce fusione delle nevi primaverili, ma non è imminente: per ora, nei grandi laghi prealpini e negli invasi idroelettrici montani della sola Lombardia riposano riserve idriche per 1,5 miliardi di metri cubi d’acqua, abbastanza per garantire il deflusso degli emissari lacustri per almeno un mese, anche in assenza di piogge. Infatti, secondo i dati forniti dai gestori delle opere di regolazione dei grandi laghi lombardi, dai laghi Maggiore, Como, Iseo, Idro e Garda viene quotidianamente rilasciata, negli emissari, una portata di circa 650 mc/sec. Sommando a questa le portate di tutti gli affluenti piemontesi ed emiliani del grande fiume si superano di gran lunga i 1000 mc/sec che dovrebbero arrivare al Po.

Ma allora perché tutta quest’acqua non arriva alla foce?  La ragione è molto semplice, spiegano da Legambiente Lombardia: la gran parte delle portate fluviali è intercettata dalle opere di presa che riforniscono la rete irrigua. L’acqua non sparisce, ma viene utilizzata per l’irrigazione delle aree a monte, così il livello del Po si abbassa, e il delta paga per tutti. «È sempre più chiaro che occorre ristrutturare il sistema agricolo padano, soprattutto lombardo, per adeguarlo al nuovo scenario di disponibilità idriche in regime di crisi climatica», spiega Lorenzo Baio, responsabile risorse idriche di Legambiente Lombardia e referente per il progetto Life climax Po. «In particolare, occorre attenuare il picco di fabbisogno idrico estivo, e per questo ridimensionare e modificare gli assortimenti delle foraggere estive riducendo le superfici a mais, gestire diversamente le acque nella coltura del riso, ritornando alla coltivazione con sommersione primaverile e, in generale, ripristinare gli usi irrigui invernali e primaverili delle acque, che permettono di alimentare la falda acquifera, per lasciar fluire più acqua nei fiumi nei mesi più caldi e secchi. Gli interventi ingegneristici possono poco rispetto al dispiegarsi degli effetti del cambiamento climatico. Se cambia il clima deve trasformarsi anche l’agricoltura, e non è detto che il cambiamento non generi nuove opportunità per tutti, dalle valli alpine al delta».

Il problema, tra l’altro, non si limita al drastico calo della portata. Il Po è interessato in questo periodo da un’altra serie di criticità evidenziate oggi nel corso dell’evento organizzato a Parma dall’Agenzia Interregionale del Po (AIPo) con il titolo “L’investimento Pnrr - Next generation Eu. ‘Rinaturazione dell’area del Po’: risultati raggiunti e prospettive per il futuro”. Il Wwf sottolinea come, a fronte di 56 interventi previsti per 357 milioni stanziati, ne siano stati realizzati solo 13. Un risultato non certo esaltante, sottolinea l’associazione, che evidenzia la necessità di un confronto aperto sugli esiti di quello che doveva essere il primo grande laboratorio di river restoration in Italia. Quello di oggi, dice il Panda, è stato un evento «“blindato”, forse per evitare polemiche o semplicemente per evitare un confronto, quanto mai necessario, franco con gli stakeholders del territorio (Comuni, associazioni ambientaliste, associazioni agricole, imprenditori…), i grandi esclusi da tutto il progetto».  Il Wwf ricorda che dopo essere riuscito a presentare (nel 2021) all’ex ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani la proposta di rinaturazione del Po, subito inserita nel Pnrr, ne ha seguito con attenzione tutta l’evoluzione, collaborando attivamente dalla fase di inserimento tecnico del progetto nel PNRR e, dove è stato consentito, al suo successivo sviluppo. L’Associazione ha così redatto un documento dal titolo: “La Rinaturazione del Po. Un’occasione mancata?”, dove si analizzano le fasi di progetto, la documentazione, dal Piano d’Azione (PdA) ai Piani di Fattibilità Tecnico Economica (PFTE), alla progettazione esecutiva, svolgendo anche diversi sopralluoghi nelle aree d’intervento.  Tutto questo per ottenere un quadro complessivo e completo del progetto, per poterlo valutare, analizzando le criticità emerse e, soprattutto, per proporre soluzioni utili per analoghi progetti che dovrebbero rientrare nel Piano Nazionale di Ripristino. Il Piano nazionale di ripristino, previsto a seguito del Regolamento nature restoration, prevede, infatti, un forte impegno da parte dei Paesi membri per ripristinare la continuità ecologica fluviale (25.000 km di fiumi da ripristinare a scorrimento libero in Europa entro il 2030) e recuperarne le piane alluvionali; è quindi indispensabile un confronto aperto e chiaro sugli esiti del progetto di rinaturazione del Po.

Per il progetto l’Unione europea aveva messo a disposizione dell’Italia 357 milioni di euro stanziati dal PNRR finalizzati alla realizzazione di 56 interventi lungo tutto il Po coinvolgendo tutte le regioni padane: Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. Per questo il progetto ha avuto, giustamente, una visibilità mediatica notevole ed è stato citato in varie occasioni da prestigiosi rappresentanti istituzionali come l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi o dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. 

Il Wwf ricorda anche che si trattava di un progetto importante e certamente ambizioso che aveva come obiettivi: a) il riequilibrio dei processi morfologici attivi, attuato anche con l’abbassamento dei pennelli per la navigazione e la riapertura di rami laterali; b) il miglioramento delle condizioni di sicurezza idraulica; c) il ripristino e il miglioramento dell’ambiente, consolidando il corridoio ecologico e tutelando e ripristinando gli ambienti naturali caratteristici (greti, isole, sabbioni, boschi ripariali, lanche, bodri ecc.) con particolar riguardo alle aree della Rete Natura 2000. 

Ebbene, a conti fatti cosa possiamo dire oggi? Il risultato finale, denuncia il Wwf, «è stato largamente deludente». Ecco i dati forniti dal Panda: «Su 56 interventi previsti dal Programma d’Azione, coordinato dall’Autorità di bacino distrettuale del Po, solo 13 sono stati realizzati dall’Agenzia Interregionale del Po e su 357 milioni di euro a disposizione ne sono stati impiegati solo 200 milioni circa». Il documento del Wwf analizza le criticità, alcune certamente oggettive, come i tempi non certo adatti alle normali procedure progettuali italiane, ma altre più legate all’impreparazione delle nostre istituzioni a gestire un progetto di questo genere, nonché alla scelta di non coinvolgere portatori di interesse, neppure quelli che il progetto lo avevano proposto! È fondamentale una valutazione schietta di quanto successo e il Wwf, al termine della propria analisi, propone otto spunti per garantire la buona riuscita di altri progetti analoghi e la realizzazione di tutti gli interventi mancanti alla rinaturazione del Po.   

1) Governance. L’Autorità di bacino distrettuale deve avere la “regia” dell’intero progetto, coordinando un gruppo operativo, responsabile sia della redazione del Programma d’Azione che dei Piani di fattibilità tecnico-economica. 

​2) Capacità di progetto. È fondamentale assicurare adeguate capacità (vedi numero e competenze del personale impiegato) per i soggetti attuatori. 

​3) Interdisciplinarità. La complessità dell’ecosistema fluviale va affrontata attraverso gruppi di coordinamento e progetti interdisciplinari, assicurando eguale rilevanza, mezzi e risorse a tutti gli aspetti progettuali. 

​4) Partecipazione pubblica. I percorsi di partecipazione devono essere parte integrante di progetti di questo tipo per garantire informazione, consultazione e coinvolgimento degli stakeholders sia per evitare o ridurre i possibili conflitti, sia per sensibilizzare, migliorare e/o arricchire il progetto. 

 5) Strutture adattative di supporto. Progetti complessi possono aver bisogno di un supporto “flessibile” per favorire la ricerca di soluzioni alternative o integrative. Può essere il caso di “tecnici facilitatori” che possono aiutare le relazioni con gli attori territoriali (comuni, agricoltori, associazioni…) o di un “Comitato scientifico” che può contribuire nell’individuazione di criteri di intervento, nella proposizione e nella valutazione di alternative progettuali, oltre che nella definizione di metodiche di monitoraggio. 

​6) Monitoraggio. È indispensabile sostenere il monitoraggio degli interventi anche dopo la fine dei progetti per valutarne con chiarezza i risultati ed eventualmente apportare i necessari correttivi. 

​7) Piano di manutenzione. Il progetto deve essere accompagnato da un piano di manutenzione che identifichi le attività periodiche necessarie, i soggetti preposti alla manutenzione con le adeguate risorse economiche. 

8) La fascia di mobilità morfologica fluviale deve essere identificata (vedi Programma di gestione sedimenti dell’Autorità di bacino distrettuale) e utilizzabile per la rinaturazione, quindi recuperata al demanio idrico dando finalmente piena attuazione alla legge “Curera” (L.37/94). 

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