Cruise in the Usa: tante star ma poche sorprese da Dior e Gucci
Jonathan Anderson e Demna: background distanti, visioni stilistiche agli antipodi, aspettative alle stelle. La settimana scorsa i direttori creativi di Dior e Gucci hanno svelato le loro prime cruise collection per i rispettivi brand negli Stati Uniti. Tutto li separa ma, per una volta, molto li accomuna. Il designer irlandese ha scelto il Los Angeles County Museum of Art per ricordare il ruolo centrale che il cinema hollywoodiano ha ricoperto all’interno della maison, Christian Dior – si legge in una nota – aveva ideato i costumi per ‘Le Lit à Colonnes’ nel 1942, ancora prima di fondare la casa di moda. Nel 1950 aveva lavorato ai lungometraggi ‘Les Enfants Terribles’ di Jean-Pierre Melville e ‘Stage Fright’, nel 1955 aveva ricevuto una nomination agli Oscar per ‘Terminal Station’. Non c’è quindi da stupirsi se il moodboard della sfilata ha incluso dive del calibro di Ingrid Bergman, Marlene Dietrich, Audrey Hepburn, Grace Kelly, Sophia Loren, Marilyn Monroe ed Elizabeth Taylor. Va ricordato che lo stesso Anderson ha già collaborato più volte con il regista Luca Guadagnino per i costumi dei film ‘Challengers’, ‘Queer’ e il nuovo ‘Artificial’, in uscita il prossimo anno.
Pochi giorni dopo Demna ha optato per uno dei luoghi più famosi della Grande Mela. Il brand ricorda che New York occupa un posto speciale nella storia del marchio di Kering perché nel 1953 venne inaugurato il primo negozio al di fuori dell’Italia. ‘GucciCore’, nome della collezione, “rappresenta un ritorno a casa per la maison, messo in scena a Times Square, uno dei simboli più iconici e onnipresenti di New York, sullo sfondo dei suoi billboard e schermi digitali”. Ispirazioni diverse per un concetto affine, partire dal rapporto con gli States – mercato più che mai strategico per il lusso vista la flessione delle vendite in Cina – per presentare le nuove proposte dei direttori creativi nominati nel 2025.
Anderson collabora con uno degli artisti americani più rappresentativi della cultura pop: Ed Ruscha. L’estetica dei suoi lavori non si discosta molto da quella di Roy Lichtensein e Andy Warhol, prediligendo la rappresentazione essenziale di luoghi pubblici e l’utilizzo di parole o slogan in technicolor, come testimoniano i capi con le scritte ‘We the people’ e ‘Says I to myself, says I’. Il set riprende il Wilshire Boulevard con tanto di auto vintage, fonte di ispirazioni delle nuove versioni della ‘Saddle’ bag ideata da John Galliano e rilanciata da Maria Grazia Chiuri. Presenti in passerella jeans stracciati e impreziositi da catene d’argento che imitano i fili di cotone: “the everyday becomes couture”. Ad applaudire in prima fila un ricco stuolo di celebrities a partire da un vero e proprio mito, Al Pacino, affiancato da Mikey Madison, Sabrina Carpenter, Lauren Hutton, Miley Cyrus, Anya Taylor-Joy, Greta Lee, Taylor Russel, solo per nominarne alcune.
Anche Gucci rappresenta – seguendo il lessico di Demna – la società dei consumi made in Usa. Prima della sfilata, un montaggio video sugli schermi della piazza che combina found footage e pubblicità, presentando prodotti reali e immaginari che spaziano da Gucci Acqua a Gucci Underwear, Gucci Viaggio, Gucci Automobili, Gucci Businesswear, Gucci Time, Gucci Gym, fino a un hotel Palazzo Gucci, Gucci Pets, Gucci High Jewelry e Gucci Life. La label ha schierato un cast di star in front row non da meno del competitor francese: Lindsay Lohan, Mariah Carey, Kim Kardashian, Shawn Mendes e Stormzy. Non contento, Demna ha fatto sfilare anche Paris Hilton e il quarterback Tom Brady.
Infine: i look. Sia Dior che Gucci hanno scelto il format co-ed, presentando quindi le proposte donna accanto a quelle uomo. “Questa collezione – spiega Demna – rappresenta il quarto atto del mio approccio agli studi sui personaggi, riunendo in un’unica visione coerente i linguaggi estetici di ‘La Famiglia’, ‘Generation Gucci’ e ‘Primavera’. Questa volta, l’idea era quella di costruire un guardaroba essenziale composto da capi iconici che costituiscono le fondamenta del linguaggio stilistico della maison: il peacoat perfetto, il classico trench, l’abito da lavoro, la camicia essenziale, la gonna a tubino definitiva, insieme a elementi di glamour ed eleganza italiana”. Il “guardaroba essenziale” è stato però già protagonista delle precedenti collezioni del designer georgiano per il brand: il morsetto, la banda tricolore verde-rosso-blu la stampa Flora, il monogram GG, il maxi-logo, la sexiness dell’era Tom Ford capitanata dagli outfit ‘bodycon’. Allo stesso modo, il défilé di Dior (di proprietà di Lvmh) ha rielaborato silhouette e decorazioni – soprattutto quella a fiori – già presenti nelle precedenti collezioni di Anderson, sia ready to wear che couture. Sicuramente le cruise hanno lo scopo di semplificare mood più elaborati rispetto alle collezioni parigine ma, al netto dello storytelling, la sensazione di déjà vu resta.
La centralità dell’America è confermata dai prossimi appuntamenti sulla East e West Coast. Dopo Dior e Gucci infatti Louis Vuitton sfilerà mercoledì 20 a New York seguito da Hermès e Zegna a Los Angeles, rispettivamente il 4 e 5 giugno. Motore, azione!
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