Da Antibes ad Ankara: geometrie variabili e un autobus all’orizzonte

06 Luglio 2026 - 12:37
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Dal G7 di Evian al vertice del Quirinale sulla Costa Azzurra, qualcosa si muove nel modo di pensare della classe dirigente europea: meno fedeltà ideologica ereditata dal Novecento, più pragmatismo ad assetto mobile. Una lettura degli ultimi appuntamenti e delle fratture che emergono sulla linea di fuoco ucraina.

Settimane intense. E il punto di svolta saranno i risultati del vertice NATO di Ankara in questi giorni. Intanto, occorre uno sguardo agli eventi trascorsi, che, al netto delle reazioni e dello strascico della richiesta di “provvedimento restrittivo” verso Giorgia Meloni, un premier in carica, da parte di Donald Trump genererà. Una decina di giorni fa, sull’ultimo sperone del Cap d’Antibes, là dove la Villa Eilenroc spinge le terrazze ottocentesche dentro il blu del Mediterraneo e il caldo di fine giugno rapprende l’aria fino a darle una densità quasi oleosa, Giorgia Meloni è scesa dall’auto sotto lo sguardo di Emmanuel Macron, che l’attendeva davanti al museo Picasso con la cortesia leggermente teatrale di chi sa di interpretare una scena utile. I due, che a parole rappresentano i poli opposti della politica europea sono da una parte la leader di una coalizione che su Bruxelles ha costruito la propria identità di rifiuto; dall’altra, il centrista convinto di più Unione. Si sono ritrovati a sorridere, a sfiorarsi la mano, a firmare una tabella di marcia comune su difesa, nucleare civile e spazio. Si è trattato del primo vertice bilaterale franco-italiano da quando il Trattato del Quirinale del 2021 ha promesso a Roma e a Parigi un legame paragonabile a quello fra Parigi e Berlino.

Sergio Fabbrini, che insegna scienza politica alla Luiss, lo ha detto con la nettezza dello studioso: Meloni aveva usato il rapporto con Donald Trump per indebolire l’Unione, e ora, più sempre più senza Trump al fianco, è costretta a tornarci, a partire dalla difesa. È in quel “costretta a tornarci” che si intravede il filo di una mutazione più vasta e lenta, che riguarda non i programmi, ma il paradigma con cui la classe dei decisori europei organizza il proprio pensiero. Per otto lustri, quella grammatica è stata fatta di riferimenti fissi: atlantismo come fede e non calcolo; asse franco-tedesco come perno immutabile; mercato unico come destino; allargamento come missione civilizzatrice. Geometrie stabili, fisse, ereditate dalla seconda metà del dopoguerra e a lungo rassicuranti.

Ciò che gli ultimi appuntamenti lasciano affiorare, da Antibes al G7 di Evian, è invece una nuova disponibilità a ragionare per geometrie variabili: alleanze di scopo, convergenze temporali, fedeltà che si misurano sull’interesse, e non più sulla collocazione. Interesse che alcuni osservatori fra Berlaymont e Justus Lipsius, i palazzi di Commissione e Consiglio Europei, hanno messo a fuoco con una franchezza che gli europei raramente si concedono: a tenere insieme intese del genere è l’interesse, un tornaconto condiviso, non l’ideologia condivisa.

Poco prima, dal 15 al 17 giugno, sulla riva francese del Lago Lemano, Macron aveva chiuso il suo ultimo G7 da presidente con il sollievo di chi incassava più del previsto. Sull’Ucraina ha ottenuto nero su bianco che la Russia non mostra alcuna volontà seria di fare la pace, ha promesso più difesa aerea a Kiev e nuove strette sulle entrate energetiche di Mosca. La scena della settimana l’aveva comunque regalata Trump, che arrivando al tavolo ha lanciato agli altri leader, in francese, un “io sono IL capo”, per poi farsi offrire da Macron una cena a Versailles fra dorature e fuochi d’artificio, mentre veniva finalizzato il memorandum farlocco con l’Iran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz: lo stesso Stretto su cui due mesi prima l’Europa aveva scoperto la propria nudità strategica.

La domanda che circolava e che si è consolidata a Bruxelles non è più se l’alleanza atlantica vada conservata, ma come distinguere l’impianto militare dell’alleanza dalla politica personalistica del suo inquilino del momento. E ormai l’argomentazione è recitata senza riserve a ogni livello. È una distinzione certamente sottile ma rischiosa: trattare gli Stati Uniti come una costante geopolitica e il loro presidente come una variabile da gestire, da blandire, da aggirare quando occorre.

Chatham House ha avvertito che il formato del G7 funziona soltanto se i membri condividono valori di fondo e si fidano gli uni degli altri, e che la presenza di Trump rende ogni risultato reversibile. L’imprevedibilità del presidente americano può svuotare gli impegni presi il giorno dopo. Imparare a costruire su una sabbia simile è già, di per sé, una forma di pragmatismo a geometria variabile. Lo stesso allargamento del tavolo è un indizio: a Evian, accanto ai Sette, sedeva per la prima volta la premier giapponese Sanae Takaichi, e attorno ruotavano cinque paesi invitati, India, Brasile, Egitto, Kenya e Corea del Sud, liberi di scegliere quale dichiarazione sottoscrivere e quale no. Nove documenti finali, ciascuno con la propria coalizione di firmatari: non più un credo da accettare in blocco, ma un menù da comporre.

Ma sotto questo discorso di Stato scorrono le acque grigie di una realtà che sfugge ai comunicati.  Mercoledì 29 giugno, all’ingresso di un edificio nel Principato di Monaco, a pochi passi dal confine francese, esplode una bomba nascosta in uno zaino. Tre feriti gravi, fra cui Vadym Yermolaiev, oligarca costruttore di Dnipro. Gli investigatori francesi sospettano il servizio di sicurezza ucraino, la SBU. Verrà fermata una donna con residenza in Germania. Non c’è chiarezza. Yermolaiev aveva rinunciato alla cittadinanza ucraina nel 2017, aveva interessi commerciali nella Crimea occupata, ed era stato sanzionato da Kyiv nel dicembre 2023. I giornali riporteranno che faceva parte di quello che Ukrainska Pravda aveva battezzato il “Battaglione Monaco”: oligarchi pro-Russia fuggiti da Kyiv, insieme a politici filorussi, stabiliti nel Principato per lusso, agio fiscale e parvenza di sicurezza. Il Corriere della Sera titolava: “Bombe contro il magnate della lista nera di Zelensky”. Era il segno di una realtà che il racconto ufficiale della guerra celava: in Ucraina operavano settori dell’establishment che si regolavano i conti con la violenza, che mantenevano legami segreti con il mondo russo, che gestivano dalla penombra conflitti senza spazio nei comunicati ufficiali.

Sullo sfondo, quella stessa notte fra il primo e il due luglio, Mosca risponde agli attacchi ucraini alle infrastrutture russe lanciando un bombardamento massiccio su Kyiv. Undici ore di sirene, edifici residenziali colpiti, crolli, ricerche fra le macerie. Il sindaco Klitschko conta tredici morti confermati, più di ottantacinque feriti, medici colpiti in un’ambulanza. Zelensky aveva avvertito in anticipo sulla sua pagina di X che Putin stava preparando “un attacco massiccio”. È il test della resilienza civile nel momento in cui la politica interna ucraina si frattura e i dubbi europei si addensano.

Perché quella stessa notte è il momento in cui scoppiamo la vera crisi politica a Kyiv. Zelensky richiama a Kyiv Valerii Zaluzhnyi, ex comandante in capo dell’esercito, ora ambasciatore nel Regno Unito. Gli descrive una “finestra di opportunità”, a causa del fronte che si sta stabilizzando e della società che rimane unita, per tenere elezioni presidenziali in autunno. Lo prega di non candidarsi, perché una sfida pubblica fra loro dividerebbe il paese in un momento critico. Zaluzhnyi risponde con due parole: “I will”—mi candiderò. Nei sondaggi Zaluzhnyi è al 73 per cento di fiducia, Zelensky è crollato a 20 per cento dopo gli scandali di corruzione di novembre. Se le elezioni si tenessero, il generale batterebbe il presidente in ballottaggio con il 64 per cento.

Zelensky, che due anni prima aveva rimosso Zaluzhnyi dalla carica di comandante proprio per timore della sua popolarità crescente, scopre che quella popolarità è intatta e radicata. La “sub-underground state” della politica ucraina, il battage silenzioso fra fazioni che aspettavano il momento giusto, riemerge alla luce proprio nel momento in cui l’Ucraina dovrebbe apparire più compatta davanti all’Europa. In Polonia Rzeczpospolita scrive su come grano ucraino e profughi hanno trasformato il sostegno europeo a Kyiv in questione domestica controversa. In Germania la stampa si chiede se Berlino vuole davvero una Europa sovrana o preferisce restare il workshop americano. La Frankfurter Allgemeine nota che, mentre Friedrich Merz parla di strategia verso l’Ucraina e di una nuova Ostpolitik rovesciata, la Commissione von der Leyen perde consensi voto dopo voto e il centro di gravità dell’Unione si svuota.

È il momento in cui la geometria variabile incontra la sua prova definitiva: può il pragmatismo europeo reggere quando l’oggetto del pragmatismo stesso, l’Ucraina, si frattura politicamente e viene colpita dal bombardamento nella stessa notte? Oppure sorreggere l’inasprimento del conflitto che vede attacchi ucraini sempre più precisi e mirati verso la Russia, concepiti come una serie di sgambetti personali a Putin? La risposta non è scritta. Per la prima volta da anni, a Bruxelles non ci sono certezze rassicuranti su come l’Unione possa proseguire. Mario Draghi, nel suo rapporto sulla competitività, ha ricordato che senza investimenti dell’ordine di 750-800 miliardi l’anno, l’Europa va incontro a una lenta agonia. Ma fra i discorsi di Stato e la realtà delle tensioni americane, delle fratture ucraine, delle minacce cinesi, il divario si allarga. E le cifre aumentano, costringendo a un’uscita frettolosa da numerose comfort zone fin qui consolidate.

Torno ad Antibes, alla villa sul mare e ai due leader che si tenevano la mano sapendo di non amarsi. Marc Lazar, italianista di Sciences Po, ha osservato che Meloni e Macron avrebbero provato a costruire su un riavvicinamento ancora fragile, malgrado i dissensi: lei forte in patria e debole in Europa, lui forte in Europa e debole in patria, ciascuno utile all’altro proprio in virtù della propria asimmetria. È poca cosa, dirà lo scettico. È invece il sintomo esatto della mutazione: due opposti che si siedono allo stesso tavolo perché le circostanze non offrono scelta migliore, e che da quella necessità ricavano, forse, una virtù. L’ottimismo non è d’obbligo né gratis. Dice l’ineffabile fonte apicale alla NATO: “The proof is in the pudding”, o meglio: la prova della bontà e validità del “budino” si evince solo provandolo e valutando il sapore che lascia. E se provare-per-credere è ciò che serve, proviamo. Aggiungerei solo che, mi pare, per la prima volta da anni, di intravedere all’orizzonte di questa Europa che mette tacitamente in discussione le proprie fedeltà novecentesche, qualcosa che somiglia a un autobus. Passerà di sicuro. Sta a noi non lasciarcelo sfuggire.

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