Da Kyiv alle primarie: riformisti per Schlein. Trattativa tra deroghe, liste e programma

24 Settembre 2026 - 06:15
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Roma. Riformisti per Elly Schlein. Le differenze certo non mancano, ma su alcuni temi – dall’Ucraina alle primarie – è proprio la minoranza che, quasi per paradosso, può dare una mano alla segretaria in questa fase. E’ una discussione che arriva fino alle prossime politiche, riguarda il programma del Pd (in attesa che arrivi) ma anche seggi e deroghe. Tanto che un importante dirigente dem si sbilancia: “Penso che i riformisti abbiano un accordo con la segretaria”.

Ieri mattina Schlein si è intrattenuta alla Camera con Lorenzo Guerini e con Piero Fassino, per confrontarsi e ricucire dopo la riunione fiume di due giorni fa in cui il Pd ha deciso che voterà no al ddl antisemitismo, tanto più dopo che l’appello a modificare le legge, la definizione dell’Ihra, è stata rispedito al mittente, come ampiamente prevedibile, dalla destra: “Il testo resta com’è”. Il passaggio di martedì sera ha fatto scattare un campanello d’allarme tra i riformisti – per Fassino votare conto il ddl “è un errore” – che avrebbero voluto quantomeno la linea dell’astensione, come accaduto in Senato. Ma almeno in questa fase, al netto di qualche critica per così dire fisiologica, non vogliono esasperare gli animi. Dice Filippo Sensi: “Da noi nessun fuoco amico, ma un contributo costruttivo al partito”.

La partite aperte del resto sono varie. Per la minoranza dem, è noto, Kyiv rappresenta la principale linea rossa, va dunque scongiurata l’avanzata di Giuseppe Conte. Sabato si ritroveranno a Prato per fare il punto della situazione nel corso della loro assemblea nazionale. Per ribadire ancora una volta che il sostegno all’Ucraina, quello militare, non può essere messo in discussione. Nessun cedimento al M5s e ad Avs. E nemmeno a quella parte del Pd che fa trapelare i dubbi su Schlein nella corsa a Palazzo Chigi. Così come quelli sulle primarie, rispetto a cui invece la leader dem avanza spedita, insieme alla sua cerchia più stretta, convinta che “vinceremo”. Negli ultimi giorni più di un riformista è uscito allo scoperto sui gazebo. Lo ha fatto Sensi, poi Giorgio Gori e anche l’ex premier Paolo Gentiloni, secondo cui “Schlein può giocarsi le sue carte alle primarie”. Che dovrebbero essere, lo hanno spiegato, magari a doppio turno, con norme chiare e votanti certificati, evitando il voto online che esporrebbe la contesa alle influenze esterne, anche quelle russe, è il timore. Sono le regole che non piacciono a Conte, ma su cui invece al Nazareno insistono da tempo. Certo, questa insolita coincidenza tra Schlein e riformisti guarda alle ricadute pratiche. Non è solo ideale. Così a Prato i riformisti discuteranno – oltre che di politica estera e di economia, sottolineando il tema della competitività e della crescita – anche di una eventuale seconda candidatura alle primarie: gira sempre il nome dell’ex sindaco di Bergamo, Gori. Credono sia necessario e utile dare rappresentanza a certe istanze. Ma potrebbe anche essere, si domandano in zona Schlein (o forse è un auspicio?), un’altra leva per trattare, anche in vista delle liste. C’è il nodo del tetto alle legislature, previsto dallo statuto del Pd, in base al quale dopo tre mandati consecutivi non si può essere ricandidati (salvo deroghe, di cui già si discute). Sarebbero in tutto 37 i parlamentari interessati, ci sono i riformisti, che temono la tagliola, ma anche esponenti vicini alle segreteria. E poi, con la nuova legge elettorale, anche il posto da capolista bloccato sarà molto ambito. Da tutto questo passano le discussioni tra Schlein e i riformisti, che hanno in Guerini il loro riferimento romano, l’uomo del dialogo con il Nazareno. All’orizzonte ci sono passaggi decisivi per il Pd, che esporranno Schlein alle richieste delle varie aree. C’è da definire il programma, servirà un qualche passaggio formale. Ma occorre anche intervenire sullo statuto per allungare il mandato di Schlein, in scadenza a febbraio, e rinviare il congresso a dopo le elezioni. Anche questo avrà un costo (politico), mentre si ragiona pure sulla data dell’assemblea: si è parlato di metà ottobre, il 17, la stessa giorno della manifestazione nazionale della Cgil. Qualche giorno prima ci saranno le comunicazioni di Meloni alla Camera. Così c’è chi sposta le lancette più avanti, a novembre, dopo l’iniziativa del correntone Franceschini–Orlando– Speranza o ipotizza almeno una direzione già nei prossimi giorni. Il destino della legge elettorale – l’indicazione del candidato premier per la coalizione – offrirà qualche indizio in più. Anche sulle primarie, che preoccupano non solo per la sfida con Conte, ma pure per la tenuta interna del Pd. Tanto che nei capannelli dem ha cominciato a girare anche un’ipotesi, un suggerimento alla segretaria: presentarsi ai gazebo in ticket con un altro nome, un vice, così da allargare anche il consenso e la mobilitazione nel partito.

Ruggiero Montenegro

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