Dal salmone della Tasmania al caro cibo: le nuove fragilità delle filiere alimentari mondiali
Antibiotici negli allevamenti australiani, siccità in India, trasformazione della produzione di soia negli Stati Uniti e prezzi alimentari ai massimi da quasi quattro anni. Il sistema agroalimentare globale affronta nuove pressioni tra cambiamenti climatici, costi energetici e difficoltà logistiche. Intanto, in Italia, una campagna sul giusto prezzo del pane riaccende il dibattito sulla sostenibilità economica dell’agricoltura e sulla remunerazione dei produttori.
A cura della Redazione Allora! Online
Il sistema alimentare mondiale sta attraversando una fase di crescente vulnerabilità. Le difficoltà non riguardano soltanto l’aumento dei prezzi nei supermercati, ma coinvolgono l’intera catena produttiva: dagli allevamenti agli stabilimenti di trasformazione, dai campi agricoli alle rotte commerciali internazionali.
Cambiamenti climatici, malattie animali, utilizzo di antibiotici, rincari energetici e instabilità geopolitica stanno mettendo sotto pressione la capacità di produrre e distribuire alimenti in modo sicuro, sostenibile ed economicamente accessibile.
Le ultime notizie provenienti da Australia, India, Stati Uniti e Italia raccontano situazioni differenti, ma collegate da un problema comune: le filiere alimentari sono sempre più esposte a crisi che possono propagarsi rapidamente da una regione all’altra.
Quando un allevamento viene colpito da una malattia, quando un raccolto diminuisce per mancanza di pioggia o quando una nave non riesce a raggiungere il porto di destinazione, le conseguenze possono estendersi ben oltre il territorio interessato.
E alla fine, spesso, il costo arriva sulle tavole dei consumatori.
Tasmania, torna il dibattito sugli antibiotici negli allevamenti di salmone
In Australia, l’attenzione si concentra sulla salmonicoltura della Tasmania, uno dei settori più importanti dell’industria ittica nazionale.
Il gruppo Tassal ha annunciato un trattamento a base di oxytetracycline, un antibiotico della famiglia delle tetracicline, per contrastare un focolaio batterico individuato in un allevamento situato a Great Taylors Bay, nel D’Entrecasteaux Channel, a sud della Tasmania.
Il trattamento, programmato a partire dall’8 ottobre, prevede la somministrazione del farmaco attraverso iniezioni individuali ai pesci interessati.
Secondo l’azienda, la procedura dovrebbe consentire una terapia più mirata rispetto all’utilizzo di antibiotici mescolati ai mangimi, riducendo la quantità complessiva di medicinale necessaria.
Il problema sanitario riguarda il batterio Piscirickettsia salmonis, responsabile di una malattia che negli ultimi anni ha provocato gravi perdite negli allevamenti ittici della Tasmania.
La diffusione della patologia è favorita da condizioni ambientali stressanti, comprese le temperature marine elevate.
Il settore si prepara infatti a una nuova estate australe che potrebbe essere caratterizzata da ondate di calore marine e da condizioni particolarmente difficili per gli allevamenti.
La gestione delle malattie rappresenta quindi una questione economica importante, ma anche un problema di benessere animale, sostenibilità ambientale e tutela delle attività di pesca.
La controversia sul florfenicolo e i controlli ambientali
Il nuovo trattamento arriva dopo le polemiche legate all’utilizzo del florfenicolo, un altro antibiotico impiegato per contrastare le infezioni batteriche del salmone.
L’Australian Pesticides and Veterinary Medicines Authority (APVMA) aveva sospeso l’autorizzazione al suo utilizzo secondo il precedente permesso, a causa delle preoccupazioni per l’esposizione ai residui da parte di specie marine non bersaglio.
L’industria del salmone continua a sostenere che il florfenicolo sia uno degli strumenti terapeutici più efficaci contro la malattia, mentre le organizzazioni ambientaliste chiedono interventi strutturali per ridurre il ricorso agli antibiotici.
Tra le preoccupazioni sollevate figurano l’accumulo di residui nell’ambiente marino, le possibili conseguenze sulle specie selvatiche e il rischio di favorire fenomeni di resistenza antimicrobica.
L’impiego di antibiotici in acquacoltura non implica automaticamente che il pesce destinato al consumo sia pericoloso. La sicurezza alimentare dipende dal rispetto delle regole veterinarie, dei tempi di sospensione prima della commercializzazione e dei controlli sui residui.
L’Environment Protection Authority della Tasmania ha previsto un programma di monitoraggio che comprende sedimenti, acqua e pesci selvatici, prima, durante e dopo il trattamento.
La questione riguarda dunque la capacità di proteggere contemporaneamente la salute degli animali allevati, l’ambiente marino, la sicurezza dei prodotti e la continuità economica delle imprese.
È un equilibrio sempre più difficile da mantenere, soprattutto quando l’aumento delle temperature favorisce la diffusione di malattie.
India, cibo ed energia spingono nuovamente l’inflazione
Dall’Australia all’India, il problema assume una dimensione differente.
La seconda nazione più popolosa del mondo si confronta con un’accelerazione dei prezzi alimentari, aggravata dal costo elevato dell’energia e da una stagione monsonica meno favorevole del previsto.
Secondo un sondaggio Reuters condotto tra 41 economisti, l’inflazione al consumo indiana potrebbe essere salita al 5,40 per cento a settembre, rispetto al 4,82 per cento di agosto.
Si tratta ancora di una previsione, in attesa della pubblicazione dei dati ufficiali.
Il peso del settore alimentare è particolarmente significativo: cibo e bevande rappresentano circa il 40 per cento del paniere utilizzato per calcolare l’indice dei prezzi al consumo in India.
Un aumento dei prezzi agricoli ha quindi un impatto diretto sul potere d’acquisto delle famiglie.
Le piogge monsoniche insufficienti possono ridurre la produttività delle colture, aumentare la necessità di irrigazione e rendere più costosa la produzione.
Quando l’acqua scarseggia, crescono anche i costi energetici necessari per pompare e distribuire le risorse idriche.
Il problema può estendersi alle materie prime destinate agli allevamenti, con conseguenze sui prezzi di latte, carne e altri prodotti di origine animale.
L’aumento del prezzo del petrolio rappresenta un ulteriore fattore di pressione.
Carburanti più costosi significano maggiori spese per i macchinari agricoli, per il trasporto delle merci, per il funzionamento degli impianti di trasformazione e per la distribuzione commerciale.
La Reserve Bank of India ha già reagito aumentando il proprio tasso di riferimento al 5,50 per cento, con l’obiettivo di contenere le pressioni inflazionistiche.
Ma la politica monetaria, da sola, non può risolvere problemi strutturali legati al clima e alla disponibilità di prodotti agricoli.
Stati Uniti, la soia cambia geografia e guarda ai biocarburanti
Negli Stati Uniti, intanto, si sta modificando la geografia della produzione agricola.
Il North Dakota, tradizionalmente associato alla coltivazione del grano, è diventato uno dei principali protagonisti dell’espansione della soia americana.
Secondo un’analisi Reuters, la superficie coltivata a soia nello Stato è più che triplicata dall’inizio del secolo.
A sostenere questa trasformazione sono stati diversi fattori: l’evoluzione delle sementi, il cambiamento delle condizioni climatiche, la domanda internazionale e, più recentemente, il crescente utilizzo della soia per la produzione di biocarburanti.
Il North Dakota ha visto nascere nuovi impianti di trasformazione che permettono agli agricoltori di vendere localmente una quota crescente della produzione.
Due grandi stabilimenti entrati in funzione negli ultimi anni possono lavorare complessivamente circa 90 milioni di bushel di soia all’anno, una quantità vicina alla metà del raccolto previsto nello Stato.
La domanda interna di biodiesel e altri prodotti derivati dalla soia ha contribuito a compensare parte delle difficoltà registrate nelle esportazioni verso la Cina.
Ma questa espansione presenta nuove sfide.
La soia viene utilizzata per produrre olio alimentare, mangimi proteici e biocarburanti. La crescita della domanda energetica può quindi influenzare i prezzi e la destinazione industriale delle materie prime agricole.
Non significa necessariamente sottrarre automaticamente cibo ai consumatori, ma introduce nuovi elementi di competizione economica e modifica gli equilibri commerciali.
Il clima obbliga gli agricoltori a cambiare strategie
Il caso del North Dakota evidenzia anche un’altra trasformazione.
Gli agricoltori stanno cercando varietà di soia capaci di resistere a estati più calde, condizioni di siccità e stagioni produttive relativamente brevi.
Ricercatori della North Dakota State University lavorano allo sviluppo di nuove sementi per migliorare la produttività e ridurre la vulnerabilità climatica.
Le rese agricole dello Stato rimangono infatti inferiori alla media nazionale americana.
Il problema non è soltanto aumentare la superficie coltivata, ma riuscire a mantenere produzioni economicamente sostenibili in condizioni climatiche sempre più variabili.
Molte aziende agricole stanno adottando pratiche che limitano la lavorazione del terreno, preservano l’umidità del suolo e riducono l’erosione.
Queste strategie dimostrano come l’agricoltura contemporanea debba adattarsi continuamente a condizioni ambientali e di mercato in evoluzione.
La produttività non dipende più soltanto dalla disponibilità di terra e macchinari.
Dipende anche dalla ricerca genetica, dalla gestione dell’acqua, dalla qualità dei suoli e dalla capacità di prevedere gli eventi climatici.
Prezzi alimentari mondiali ai massimi da quasi quattro anni
Il quadro globale conferma le difficoltà.
Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, la FAO, l’indice internazionale dei prezzi alimentari ha raggiunto a settembre 136 punti, il livello più elevato dal novembre 2022.
L’aumento è stato dell’1,5 per cento rispetto ad agosto e del 5,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
A sostenere la crescita sono stati soprattutto cereali, zucchero e oli vegetali.
Il prezzo internazionale dei cereali è aumentato del 5,1 per cento su base mensile, mentre lo zucchero ha registrato un incremento del 6,1 per cento.
Le quotazioni del grano sono state influenzate dalle difficoltà logistiche nella regione del Mar Nero e dalle condizioni climatiche sfavorevoli in alcune aree produttive del Nord America.
Il mercato dello zucchero ha invece risentito delle prospettive di produzione più contenute in Thailandia e India, delle piogge intense in Brasile e della riduzione delle superfici coltivate a barbabietola da zucchero nell’Unione Europea.
Anche gli oli vegetali hanno mostrato segnali di rialzo, soprattutto per effetto della domanda internazionale di olio di palma.
Non tutte le categorie alimentari hanno seguito la stessa tendenza: i prezzi della carne sono diminuiti e quelli dei latticini sono rimasti sostanzialmente stabili.
Il dato generale rimane comunque significativo.
Il sistema alimentare mondiale sta tornando a confrontarsi con una fase di forte volatilità delle materie prime agricole.
L’indice FAO misura i prezzi internazionali all’ingrosso, non quelli direttamente applicati nei supermercati. Tuttavia, aumenti persistenti possono gradualmente trasferirsi ai prodotti destinati ai consumatori.
Dallo Stretto di Hormuz al Mar Nero: quando la geopolitica entra nel supermercato
La fragilità del settore alimentare non dipende soltanto dalla produzione agricola.
Le rotte commerciali internazionali sono diventate un elemento strategico nella formazione dei prezzi.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz possono influenzare il costo del petrolio, dei fertilizzanti e dei trasporti marittimi.
Le difficoltà nel Mar Nero incidono invece sulla distribuzione di grano, mais e altre materie prime agricole.
Quando una rotta commerciale diventa meno accessibile, le compagnie di navigazione possono essere costrette a modificare i percorsi, sostenere costi assicurativi più elevati o affrontare ritardi nelle consegne.
Queste spese vengono assorbite, almeno inizialmente, dagli operatori commerciali e dalle industrie alimentari.
Ma quando la pressione continua nel tempo, parte dei maggiori costi può essere trasferita lungo la filiera.
Il prezzo finale di un prodotto non dipende infatti esclusivamente dal costo della materia prima.
Comprende energia, trasporto, trasformazione, conservazione, imballaggio, manodopera e distribuzione.
È per questo che una crisi energetica o logistica può contribuire all’aumento dei prezzi alimentari anche quando la produzione agricola mondiale rimane complessivamente abbondante.
Le grandi aziende alimentari non sono ancora preparate a crisi simultanee
Un altro problema riguarda la capacità delle imprese di prevedere e affrontare eventi climatici estremi.
Un’analisi collegata al rapporto Re-WIRE della Food and Land Use Coalition richiama l’attenzione sui limiti dei modelli utilizzati dalle aziende alimentari per valutare i rischi delle proprie catene di approvvigionamento.
Molti sistemi di previsione considerano singolarmente fenomeni come siccità, alluvioni o riduzioni delle rese agricole.
Ma le crisi moderne possono verificarsi contemporaneamente.
Una regione può essere colpita da siccità, mentre un’altra subisce un’alluvione e una terza perde parte del raccolto a causa di incendi o parassiti.
In queste condizioni, una multinazionale alimentare potrebbe non riuscire a compensare la perdita di produzione di un territorio acquistando materie prime altrove.
La tradizionale diversificazione geografica degli approvvigionamenti potrebbe quindi non essere sufficiente.
Il rischio più importante è rappresentato proprio dalla combinazione di eventi climatici, difficoltà logistiche e tensioni geopolitiche.
Una crisi locale può trasformarsi in un problema internazionale quando più imprese cercano contemporaneamente le stesse materie prime disponibili in quantità ridotta.
Il rapporto invita a sviluppare strumenti di valutazione più avanzati, capaci di simulare scenari di rischio multipli e individuare preventivamente le vulnerabilità delle filiere.
In questo contesto, investire nella resilienza agricola non rappresenta soltanto una scelta ambientale.
Diventa una necessità economica.
Italia, venti centesimi per difendere il futuro del pane
In Italia, il dibattito sulla sostenibilità alimentare assume una dimensione diversa, ma altrettanto importante.
A Milano, NaturaSì ha promosso una campagna dedicata al giusto prezzo del pane, intitolata «20 centesimi oggi per avere pane anche domani».
L’iniziativa, presentata a Palazzo Giureconsulti, richiama l’attenzione sulla difficoltà di molti agricoltori nel ricavare un reddito sufficiente dalla coltivazione del grano.
Il progetto propone un contributo aggiuntivo di 20 centesimi per chilogrammo di pane, destinato interamente alle aziende agricole coinvolte.
Per un consumatore che acquista circa 100 grammi di pane al giorno, il contributo corrisponde a due centesimi quotidiani.
Una cifra apparentemente modesta, ma che, moltiplicata lungo la filiera e distribuita ai produttori, può contribuire a sostenere le aziende agricole.
L’iniziativa non pretende di risolvere da sola le difficoltà economiche dell’agricoltura italiana.
Vuole però richiamare l’attenzione su un principio fondamentale: il prezzo di un alimento deve consentire una remunerazione adeguata a chi lo produce.
Durante la presentazione sono stati coinvolti rappresentanti del mondo agricolo, esperti di mercato e operatori della panificazione, tra cui il presidente di NaturaSì Fabio Brescacin e il maestro panificatore Davide Longoni.
Il dibattito riguarda la possibilità di costruire rapporti commerciali più equilibrati tra agricoltori, trasformatori, distributori e consumatori.
Il prezzo basso può nascondere costi elevati
Il tema del giusto prezzo solleva una questione che riguarda tutto il sistema alimentare.
Un prodotto venduto a un prezzo molto basso non è necessariamente il risultato di una filiera efficiente.
In alcuni casi può riflettere una forte pressione sui margini agricoli, sulla remunerazione del lavoro o sugli investimenti necessari per mantenere la qualità produttiva.
Naturalmente, il prezzo accessibile rimane essenziale per milioni di famiglie.
Non si può chiedere ai consumatori di sostenere aumenti indefiniti, soprattutto in una fase caratterizzata da difficoltà economiche e inflazione.
Ma la sostenibilità di una filiera richiede che nessuno dei suoi protagonisti sia costretto a produrre sistematicamente in perdita.
Se gli agricoltori abbandonano i campi perché il reddito non copre i costi, nel lungo periodo possono diminuire produzione, disponibilità e diversificazione degli alimenti.
Il risultato rischia di essere paradossale: prodotti inizialmente economici possono diventare più costosi proprio perché la filiera non è stata economicamente sostenibile.
Per questo la discussione sul prezzo del pane non riguarda soltanto i panifici.
Riguarda il futuro dell’agricoltura, l’occupazione rurale e la capacità di mantenere produzioni alimentari vicine ai territori di consumo.
Dall’allevamento alla tavola: la sicurezza alimentare è una responsabilità condivisa
Le vicende della Tasmania, dell’India, degli Stati Uniti e dell’Italia dimostrano che il cibo è il risultato di un sistema estremamente complesso.
La sicurezza alimentare comprende almeno due dimensioni fondamentali.
La prima riguarda la salubrità: garantire che gli alimenti siano prodotti e commercializzati rispettando gli standard sanitari e di qualità.
La seconda riguarda la disponibilità: assicurare che le persone possano acquistare cibo sufficiente, nutriente e accessibile.
Questi due obiettivi devono procedere insieme.
Un allevamento ittico deve poter affrontare le malattie animali, ma anche dimostrare di rispettare l’ambiente e le norme sui residui farmacologici.
Un agricoltore deve poter produrre a costi sostenibili, ma anche disporre di strumenti adeguati per affrontare siccità e condizioni climatiche estreme.
Un’industria alimentare deve garantire continuità nelle forniture senza trasferire indiscriminatamente ogni rischio economico sui fornitori o sui consumatori.
E i governi devono costruire condizioni nelle quali l’approvvigionamento alimentare non dipenda esclusivamente dalla capacità di reagire alle emergenze.
Il futuro del cibo si decide prima della crisi
La vera sfida per il settore agroalimentare mondiale sarà passare da un modello prevalentemente reattivo a uno fondato sulla prevenzione.
Significa investire nella ricerca agricola, migliorare la gestione dell’acqua, sviluppare sistemi di monitoraggio sanitario negli allevamenti, diversificare gli approvvigionamenti e costruire infrastrutture logistiche più resilienti.
Significa anche riconoscere che la sostenibilità non è soltanto ambientale.
È economica, sociale e produttiva.
Un sistema alimentare non può definirsi sostenibile se protegge l’ambiente ma non garantisce reddito agli agricoltori.
Allo stesso modo, non può considerarsi solido se aumenta la produzione senza affrontare i problemi climatici e sanitari che ne minacciano la continuità.
Dalla salmonicoltura australiana alle coltivazioni di soia americana, dai campi indiani ai panifici italiani, il messaggio che emerge è lo stesso.
Il cibo non è mai soltanto cibo.
È salute animale, territorio, energia, acqua, lavoro, ricerca, trasporti e reddito agricolo.
Ogni alimento che arriva sulla nostra tavola attraversa una rete di attività e responsabilità che spesso rimane invisibile al consumatore.
E quando uno di questi equilibri viene compromesso, le conseguenze possono manifestarsi molto lontano dal luogo in cui la crisi è iniziata.
La vera sicurezza alimentare non consiste soltanto nell’avere scaffali pieni oggi, ma nel costruire le condizioni perché possano continuare a esserlo anche domani.
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