Dalla gestione rifiuti a ecodesign e modelli di consumo, l’economia circolare deve cambiare priorità

16 Giugno 2026 - 13:10
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Dalla gestione rifiuti a ecodesign e modelli di consumo, l’economia circolare deve cambiare priorità

L’economia circolare europea è ormai entrata stabilmente nel cuore delle politiche industriali e ambientali dell’Ue – il Competitiveness Compass, il Clean Industrial Deal e il prossimo Circular Economy Act lo confermano – ma continua a procedere troppo lentamente. Per accelerare davvero la transizione non basta migliorare il riciclo o la gestione dei rifiuti: occorre spostare il baricentro verso la progettazione dei prodotti, i modelli di consumo, la riduzione dell’uso di materiali e il benessere delle persone. È il messaggio che emerge dal nuovo rapporto dell’Hot or Cool Institute, Towards a Circular Wellbeing Economy.

La circolarità è oggi considerata uno strumento strategico per rafforzare la sicurezza delle risorse, ridurre la dipendenza dalle materie prime importate, trattenere valore e posti di lavoro in Europa e diminuire le pressioni ambientali. Ma nel 2024 il tasso europeo di uso circolare dei materiali (Cmu) si è fermato al 12,2%, lontano dall’obiettivo del 22,4% fissato per il 2030; in altre parole, l’Europa non raggiungerà i target 2030 dell’economia circolare limitandosi a ottimizzare il fine vita dei prodotti. E lungo lo Stivale non va molto meglio. Il dato sul Cmu calcolato da Eurostat ci pone tra i primi della classe – quello italiano è 21,6% contro la citata media Ue del 12,2% – ma è solo in parte uno specchio fedele della realtà: come spiegato su queste colonne da Andrea Sbandati e messo in evidenza da un recente rapporto Assoambiente, il tasso di circolarità misura quanta parte dei complessivi flussi di materia impiegati dal nostro sistema economico – in totale oltre 500 mln di tonnellate di materie prime l’anno – provengono dal riciclo dei rifiuti (urbani e speciali), ma lo fa considerando nei flussi di materia anche i combustibili fossili usati (che non possono per natura essere riciclati, ma solo bruciati) e il materiale stoccato in manufatti e beni (come opere, edifici, prodotti): per questo motivo le percentuali risultano così basse: in altre parole, se anche riciclassimo il 100% dei rifiuti, in Italia probabilmente non supereremmo il 25% come tasso di circolarità. Per aumentare ancora il tasso di circolarità non basta riciclare di più (numeratore della formula), occorre consumare in assoluto meno risorse (denominatore della formula).

Tornando al livello d’analisi continentale, l’impronta di materia resta elevata, intorno a 15 tonnellate per persona all’anno, mentre ogni cittadino europeo genera in media circa 5 tonnellate di rifiuti. I miglioramenti di efficienza ottenuti in singoli settori vengono spesso compensati dall’aumento complessivo della produzione e dei consumi, con effetti rimbalzo che erodono i progressi.

Finora l’attenzione delle politiche si è concentrata soprattutto sulle soluzioni a valle, cioè sul fine vita dei prodotti: riciclo, recupero e gestione dei rifiuti. Sono ambiti più facili da misurare e tecnologicamente più maturi, ma hanno un potenziale trasformativo limitato. Circa il 43% delle strategie settoriali di economia circolare si concentra esclusivamente sulle fasi di fine vita.

Per raggiungere gli obiettivi al 2030, invece, occorre intervenire prima: sulla progettazione, sulla durata dei prodotti, sulla riparabilità, sui modelli d’uso e sui livelli complessivi di consumo materiale. È qui che si aprono anche le maggiori opportunità per le imprese, in termini di innovazione, competitività, resilienza e creazione di valore.

Il rapporto propone dunque di integrare l’economia circolare con l’approccio della wellbeing economy, un’economia orientata a soddisfare bisogni e diritti di tutte le persone entro i limiti di un pianeta in salute. In questa prospettiva, la circolarità diventa il mezzo, mentre il benessere diventa il fine: collegare le strategie circolari a benefici concreti nella vita quotidiana – costi domestici più bassi, abitazioni migliori, mobilità accessibile, lavoro locale di qualità, aria più pulita – può rafforzare la fiducia pubblica e rendere più facile applicare la transizione su larga scala.

In questo quadro, la wellbeing economy si fonda su quattro principi: la pre-distribuzione dei benefici economici già nella progettazione delle politiche, non solo attraverso correzioni successive; l’allineamento dell’attività economica a finalità sociali ed ecologiche; la prevenzione, attraverso investimenti anticipati in infrastrutture sociali e ambientali; e una governance partecipata, capace di coinvolgere cittadini e comunità nelle decisioni economiche.

Le sinergie più forti con l’economia circolare si trovano nella fase “prima dell’uso”: rifiutare ciò che non è necessario, ripensare prodotti e servizi, ridurre il consumo di materiali. Sono le strategie che agiscono all’origine dei flussi materiali, dove è maggiore la possibilità di prevenire danni ambientali e sociali. Durante la fase d’uso, invece, diventano centrali il riuso, la condivisione, la riparazione e la rigenerazione, attività spesso radicate nei territori e ad alta intensità di lavoro. Il riciclo e il recupero restano necessari, ma non possono più rappresentare il centro della strategia.

Il rapporto amplia inoltre le tradizionali strategie circolari con quattro nuove “R” di natura culturale e sociale: reimagine, per ridefinire l’idea di buona vita spostando le aspirazioni dall’accumulo di beni materiali alla cura, alla connessione e all’appartenenza; retell, per orientare pubblicità, marketing e social media lontano dall’iperconsumo; relocalise, per accorciare le filiere e radicare le pratiche circolari nelle comunità locali; reconnect, per rafforzare le relazioni tra persone, natura, luoghi e culture.

Ne emerge un’idea di economia circolare più ampia di quella spesso ridotta alla sola gestione efficiente dei rifiuti. Una Circular Wellbeing Economy non punta infatti “solo” a chiudere i cicli dei materiali, ma a ridurre il bisogno di estrarre, produrre e consumare sempre di più, migliorando allo stesso tempo qualità della vita, equità e salute degli ecosistemi.

Per tradurre questa impostazione in politiche servono però nuovi strumenti di governance. Appalti pubblici, politica industriale e finanziamenti all’innovazione dovrebbero premiare la creazione di valore di lungo periodo, non la crescita del throughput materiale. Allo stesso tempo servono sistemi di misurazione capaci di collegare l’uso delle risorse a risultati sociali come accessibilità economica, salute, qualità del lavoro ed equità.

Il passo successivo è rendere questi obiettivi strutturali, integrandoli nei principali quadri di governance economica. Politiche pubbliche, ricerca, sistemi di misurazione, sperimentazioni di imprese e comunità locali devono costruire una base comune di conoscenze, capace di accelerare innovazione, migliorare il disegno delle politiche e rafforzare la partecipazione alla transizione.

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