Dalla palude di Hormuz non si riesce a uscire

In un teatro di guerra che non conosce tregua dal 28 febbraio scorso, l’ennesimo attacco a obiettivi militarsi statunitensi sorprende il giuso. La notizia dell’abbattimento dell’elicottero Apache AH-64, un temibilissimo velivolo d’attacco in dotazione alle Forme armate statunitensi, avvenuto ieri notte da parte dei Pasdaran, ha naturalmente fatto infuriare il presidente Trump che, a caldo, ha richiesto ai propri militari “una risposta molto potente contro l’Iran”. In conseguenza alla richiesta presidenziale, le forze americane presenti nel teatro del Golfo Persico hanno attaccato con varie ondate alcuni obiettivi e infrastrutture militari iraniani che, secondo valutazioni fatte dal Centcom (United States Central Comand) sarebbero state considerate utili per il controllo dello Stretto di Hormuz.
Come da prassi oramai consolidata, tanto da farla apparire simile ad un copione di un atto tragico, la risposta di Teheran non si è fatta attendere: una pioggia di missili e droni è stata lanciata durante la notte su diversi obiettivi statunitensi presenti nell’area del Golfo Persico.
I combattenti della Repubblica Islamica dell’Iran, com’era prevedibile, hanno già preannunciato nuovi attacchi – ancora più pesanti, diretti contro basi americane presenti nel Golfo Persico – se gli Stati Uniti non interromperanno i bombardamenti in corso. Così si legge in un’agenzia governativa iraniana, che riporta il proclama dei Pasdaran, il quale testualmente recita: "Il criminale Esercito statunitense deve sapere che, in caso di una ripetuta aggressione contro la Repubblica Islamica dell'Iran, saranno sferrati attacchi devastanti e più estesi contro una serie di obiettivi designati nella regione"; sempre nella stessa notizia d’agenzia, si legge che i Guardiani della rivoluzione hanno preannunciato un attacco diretto sulla “V Flotta USA”, attualmente rischierata nelle basi navali del Bahrein.
Dall’altra parte, l’Iran sostiene che, da parte loro è stato "esercitato il diritto legittimo alla difesa", colpendo in maniera decisa le basi e gli asset militari statunitensi nella regione dai quali sarebbero iniziate le operazioni di aggressioni. Il governo degli Ayatollah ha affermato che “è rimasto nei limiti dell'esercizio del proprio diritto alla legittima difesa e che non esiterà a prendere di mira ulteriori basi e strutture logistiche impiegate per sostenere e attuare attività aggressive contro l'Iran". In altre e più chiare parole, il braccio di ferro tra Trump e Khamenei sembra non avere mai fine.
Ed è in questa fosca e ingarbugliata cornice che s’inseriscono gli attacchi ultimi attacchi lanciati dall'Iran, diretti contro obiettivi militari in Bahrein e Kuwait, che hanno tempestivamente attivato i sistemi di allarme e reagito attraverso azioni di difese aeree. E così, di rinvio in rinvio, da un proclama vittorioso all’altro, siamo arrivati a contare ben 38 “annunci del raggiungimento di un’intesa” senza che sia davvero accaduto qualcosa di rilevante; invece il tempo passa invano. Sembra ieri e invece era il 30 aprile che Trump affermava che “Teheran muore dalla voglia di firmare l’accordo”.
Ricordiamo anche l’annuncio del 23 maggio, quello che il mondo dell’economia prese maggiormente sul serio: i media, le diplomazie, i mercati azionari, la gente comune che segue i telegiornali. Questa volta, sembrava, ci siamo davvero. E invece siamo ancora qui, in attesa.
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