Il più grande cimitero delle balene è stato scoperto sui fondali dell’Oceano Indiano

10 Giugno 2026 - 17:28
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Il più grande cimitero delle balene è stato scoperto sui fondali dell’Oceano Indiano

Negli abissi dell’Oceano Indiano sud-orientale, tra 4.600 e 7.000 metri di profondità, le carcasse delle balene hanno alimentato per milioni di anni un ecosistema nascosto e ancora in gran parte sconosciuto. Ora le esplorazioni condotte nella Fossa Diamantina hanno portato alla scoperta di quello che è stato identificato come il deposito di resti di balene più profondo e più esteso mai rinvenuto al mondo.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature e realizzato anche con il contributo dei paleontologi dell’Università di Pisa, documenta un accumulo eccezionale di scheletri di cetacei, fossili e recenti, distribuiti lungo oltre 1.200 chilometri di fondale oceanico. Il deposito si sarebbe formato nell’arco di oltre cinque milioni di anni e continua ancora oggi ad alimentarsi con la deposizione di nuove carcasse.

La scoperta è il risultato di numerose immersioni effettuate dal batiscafo cinese Fendouzhe nella Fossa Diamantina, una delle depressioni oceaniche più profonde del pianeta. Le fosse oceaniche, che possono raggiungere quasi 11.000 metri, sono tra gli ambienti più estremi e meno esplorati della Terra: luoghi remoti, sottoposti a pressioni enormi, dove la materia organica che arriva dalla superficie rappresenta una risorsa fondamentale per la vita.

Le esplorazioni hanno rivelato un’inaspettata abbondanza e diversità di resti ossei. Molte carcasse sono ancora in fase di decomposizione e ospitano comunità di organismi altamente specializzati, in gran parte sconosciuti alla scienza, che si nutrono della materia organica trasportata sui fondali dalle balene affondate, compresa quella conservata all’interno delle ossa.

È il fenomeno noto come whale fall: quando una balena muore e sprofonda, il suo corpo può trasformarsi in una vera oasi biologica negli abissi, sostenendo per lungo tempo comunità di organismi adattati a condizioni estreme. Nella Fossa Diamantina, però, la scala del fenomeno appare senza precedenti, perché i resti non appartengono a un singolo episodio, ma a una lunga sequenza di deposizioni avvenute nel tempo geologico.

Lo studio dei reperti ossei è stato condotto dai paleontologi Giovanni Bianucci e Alberto Collareta, del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa. «La maggior parte dei resti scheletrici – spiega Bianucci – appartiene agli zifidi, cetacei che si immergono a grandi profondità per cacciare, ed è costituita soprattutto di rostri, cioè la parte anteriore del cranio, più resistente alla degradazione nel tempo. Inoltre, molti di questi resti sono ricoperti da una spessa incrostazione ferromanganesifera che ne ha favorito la conservazione. Numerosi rostri appartengono a due specie attuali, il mesoplodonte di Bowdoin (Mesoplodon bowdoini) e il mesoplodonte di Layard (Mesoplodon layardii), ma sono presenti anche specie fossili, tra cui Pterocetus diamantinae, la nuova specie dedicata proprio a questa fossa oceanica».

La prevalenza degli zifidi non è casuale: si tratta di cetacei capaci di immersioni profonde per cacciare, e la loro presenza nel deposito offre nuove informazioni sul rapporto tra questi animali, gli ambienti oceanici estremi e la storia evolutiva delle specie che hanno popolato l’area nel corso di milioni di anni.

A rendere ancora più importante la scoperta sono le datazioni dei resti. «Le datazioni basate sugli isotopi dello stronzio – aggiunge Collareta – indicano che i resti delle specie ancora viventi sono i più recenti (da 1,2 milioni di anni fa a oggi), mentre quelli delle specie fossili risalgono a un intervallo compreso tra 2,4 e 5,3 milioni di anni fa. Questi dati non solo confermano le nostre identificazioni, ma dimostrano che ci troviamo di fronte a uno straordinario giacimento fossile, attivo da oltre 5 milioni di anni e ancora alimentato dalla continua deposizione di carcasse sui fondali profondi».

La Fossa Diamantina emerge così come un archivio naturale in cui ecologia degli abissi e paleontologia si intrecciano. Da un lato, le carcasse recenti permettono di studiare comunità biologiche ancora attive e in gran parte ignote; dall’altro, i resti fossili conservano informazioni preziose sull’evoluzione dei cetacei nel tempo geologico.

«Questi risultati – conclude Bianucci – ridefiniscono la nostra comprensione degli ecosistemi profondi associati alle carcasse di cetacei e mettono in evidenza l’enorme potenziale delle fosse oceaniche come archivio fossile per ricostruire l’evoluzione dei cetacei nel tempo geologico».

La ricerca è stata sviluppata nell’ambito del Global Hadal Trench Exploration Program, un progetto internazionale che mira ad ampliare la conoscenza della geologia, della biologia e degli ambienti delle zone oceaniche più profonde della Terra, comprese tra 6.000 e 11.000 metri. Le spedizioni interdisciplinari utilizzano tecnologie avanzate, tra cui batiscafi con equipaggio e veicoli autonomi subacquei.

L’istituzione capofila del programma è l’Institute of Deep-Sea Science and Engineering della Chinese Academy of Sciences. Il comitato direttivo del Global Hadal Trench Exploration Program è composto da 11 ricercatori provenienti da altrettanti Paesi, tra cui l’Italia, rappresentata da Giovanni Bianucci dell’Università di Pisa.

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