Dalle batterie alla moda: l’impatto del Digital Product Passport sul Made in Italy

15 Settembre 2026 - 22:50
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Dalle batterie alla moda: l’impatto del Digital Product Passport sul Made in Italy

Digital Product Passport

Dalle batterie alla moda: l’impatto del Digital Product Passport sul Made in Italy


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Dal 18 febbraio 2027 il passaporto digitale di prodotto sarà obbligatorio per le batterie, primo banco di prova di una normativa che riguarderà presto anche tessile, elettronica e altri settori industriali. Un approfondimento su architettura dei dati, nodi di integrazione e rischio di concorrenza sleale per il Made in Italy nel settore della moda.

Pubblicato il 15 set 2026



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Dal 18 febbraio 2027 il passaporto digitale di prodotto (Digital Product Passport, DPP) diventerà obbligatorio per le batterie: è il primo settore in cui la normativa europea si tradurrà in un obbligo operativo concreto, così come previsto dal Regolamento Batterie (UE) 2023/1542. Ma non sarà l’unico settore soggetto a questo obbligo: nell’ambito più ampio del regolamento Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR 2024) figurano anche il tessile e l’abbigliamento, le cui regole sono attese tra il 2026 e il 2028, seguiti da elettronica, mobili, pneumatici e dai prodotti intermedi come ferro, acciaio e alluminio.

Le implicazioni pratiche del passaporto digitale, dal settore delle batterie a quello della moda, sono state al centro di un convegno promosso da AFIL, l’Associazione Fabbrica Intelligente Lombardia, che ha visto la partecipazione di numerosi relatori. Tra questi, Giacomo Grosa, Alessandro Canepa, Liuba Napoli e Tullio Tolio hanno approfondito opportunità e sfide del Digital Product Passport per il Made in Italy.

Che cos’è il Digital Product Passport

Il Digital Product Passport è uno strumento digitale pensato per raccogliere, gestire e condividere i dati lungo l’intero ciclo di vita di un prodotto: dall’origine delle materie prime all’impronta carbonica, dal contenuto di materiale riciclato alla durabilità, fino alle modalità di gestione del fine vita. Le informazioni sono destinate a consumatori, aziende, autorità di controllo e operatori del riciclo, con l’obiettivo di garantire trasparenza e tracciabilità su scala europea.

Il passaporto digitale non va però inteso unicamente come un onere e un adempimento burocratico. Se affrontato per tempo, può diventare una leva di competitività per tutelare l’autenticità del Made in Italy, valorizzare la trasparenza delle filiere e abilitare modelli di business circolari come riparazione, riuso e servitizzazione del prodotto.

Ne è convinto Tullio Tolio, professore del Politecnico di Milano e Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico di AFIL: “Il DPP è in prospettiva una grande opportunità e non deve essere visto come un ulteriore obbligo: i costi che comporta vanno letti come un investimento strategico” osserva Tolio, secondo cui il passaporto digitale rende il prodotto molto più collegato al produttore. “Per le aziende italiane questo è importante: siamo grandi produttori ed esportatori, il quarto Paese esportatore al mondo, e la tracciabilità legata al fornitore ha un valore enorme” aggiunge.

Tullio Tolio

Tolio insiste anche sul vantaggio competitivo dell’approccio circolare rispetto a quello lineare: “chi lo ha già implementato è più competitivo, perché può riutilizzare gran parte dei materiali e dell’energia impiegati nel prodotto”. Il passaporto digitale facilita inoltre nuovi modelli di business, a partire dalla servitizzazione: “invece di vendere il prodotto lo si può dare in uso, e allora tracciarne la vita, le evoluzioni e la rigenerazione per gli utilizzi successivi diventa fondamentale”, conclude Tolio.

Batterie, il primo banco di prova dal 18 febbraio 2027

Il Regolamento Batterie è la prima normativa europea basata su prodotto a disciplinare l’intero ciclo di vita: dalla due diligence sull’estrazione responsabile delle materie prime ai requisiti di sicurezza e performance, fino all’impronta ambientale e ai target di recupero e riciclo. Il DPP si applica alle batterie per veicoli elettrici, ai mezzi di trasporto leggeri come biciclette e monopattini elettrici (LMT) e alle batterie industriali con capacità superiore a 2 kWh. L’obbligo ricade sull’operatore economico che immette il prodotto sul mercato europeo: chi importa una bicicletta elettrica, ad esempio, diventa responsabile del passaporto digitale della batteria che contiene.

Restano tuttavia irrisolti, al momento, alcuni nodi normativi. “Il regolamento introduce obblighi di sostenibilità legati alla pubblicazione degli atti delegati con le metodologie di calcolo” spiega Giacomo Grosa, di Bureau Veritas, l’ente di certificazione internazionale specializzato in test, ispezione e certificazione. “Nel 2024 doveva uscire il primo atto delegato sulla carbon footprint delle batterie per veicoli elettrici, e non è stato ancora pubblicato” prosegue Grosa, che segnala come solo un documento interpretativo diffuso nell’agosto 2026 abbia chiarito che gli obblighi su impronta di carbonio, contenuto riciclato e due diligence entreranno in vigore progressivamente, di pari passo con la pubblicazione dei relativi atti delegati.

Tre livelli di dati, dal modello alla singola batteria

L’architettura dei dati lavora su tre livelli. Il livello di modello contiene le informazioni aggregate della batteria, come la carbon footprint complessiva e la percentuale di riciclato dichiarata. Il livello di lotto traccia i materiali lungo la catena di fornitura per stimare e verificare la quota reale di materia prima riciclata. Il livello di singolo item collega infine la singola batteria al Battery Management System, consentendo di monitorare in tempo reale, durante l’uso, lo stato di salute, lo stato di carica, le prestazioni e la durabilità.

Integrazione informatica e verifica indipendente

Costruire un passaporto digitale significa far dialogare sistemi che in azienda parlano lingue diverse: PLM per i dati di prodotto, MES per la tracciabilità di produzione, QMS per i certificati di conformità, BMS per i dati d’uso, oltre alle piattaforme di filiera. “Non bisogna partire dalla soluzione o da un file Excel, ma capire dove sono i dati e chi ne ha la responsabilità” osserva Grosa, che indica nella creazione di una funzione centrale – capace di far parlare acquisti, IT, qualità e produzione – l’alternativa a un team di sostenibilità isolato dal resto dell’azienda.

Giacomo Grosa

Se ben costruito, il DPP abilita riparazione, riuso e riciclo delle materie prime critiche. Perché questo meccanismo generi fiducia sul mercato, senza scivolare nel greenwashing, il regolamento impone che le informazioni di sostenibilità siano verificate da enti terzi notificati, come Bureau Veritas, attraverso audit basati sull’analisi del rischio sui punti critici della filiera. A questo si aggiunge il tema dell’interoperabilità: la creazione di dataspace condivisi permette di integrare le informazioni tra i diversi attori evitando duplicazioni.

Moda, la sfida della granularità

Se le batterie rappresentano il laboratorio operativo del passaporto digitale, il tessile e la moda ne anticipano già le complicazioni maggiori, in un settore con una struttura a piramide rovesciata: elevata concentrazione di valore nel retail e una base produttiva fatta di una moltitudine di piccole e medie imprese contoterziste.

La battaglia tra obbligo su prodotto o su lotto

Il nodo più delicato per il tessile riguarda il livello a cui verrà definito il passaporto digitale, come spiega Alessandro Canepa, di Fratelli Piacenza, il lanificio biellese che fornisce tessuti a maison del lusso come Hermès, Dior, Louis Vuitton, Kering, Cucinelli e Prada. Il gruppo, passato da un fatturato di circa 40 milioni di euro nel 2015 a oltre 110 milioni nel triennio 2023-2025, produce circa un milione di metri di tessuto l’anno con un prezzo medio di 70 euro al metro, sufficienti per un cappotto da circa 4.000 euro: oltre un terzo della produzione è personalizzata, con un lotto medio di appena 180 metri.

Se dovesse prevalere la linea sostenuta dai Paesi nordici – un DPP definito solo a livello di singolo prodotto e non di lotto produttivo – si aprirebbe secondo Canepa un serio problema per il Made in Italy: “Un capo realizzato per l’85% fuori dall’Europa e rifinito in Italia risulterebbe paradossalmente indistinguibile da uno interamente prodotto nei nostri distretti”, osserva Canepa, che ricorda come le aziende italiane e le dogane raccolgano già i dati a livello di lotto. Per questo la tracciabilità di lotto rappresenta, a suo avviso, l’unica difesa possibile contro la concorrenza sleale di chi potrebbe dichiarare legalmente informazioni non veritiere sull’origine dei filati.

Alessandro Canepa

Le piattaforme dei brand, l’assenza di uno standard e il nodo dei costi

In assenza di uno standard unificato, sono i grandi gruppi del lusso che impongono ai fornitori le proprie piattaforme proprietarie per la raccolta dei dati di sostenibilità. È il caso della piattaforma adottata da un importante azienda di moda per la raccolta dei dati e la redazione del passaporto: “Abbiamo chiesto di poter integrare i nostri sistemi informatici via API invece di caricare i dati a mano, e non abbiamo ricevuto nemmeno una risposta”, racconta Canepa, che descrive un approccio che scarica costi enormi e inefficienze sulla parte a monte della filiera – tessiture e filature – proprio quella con il maggiore impatto ambientale e i margini più ridotti.

Il rischio, avverte Canepa, è sistemico: le piccole e medie imprese tessili europee, che hanno una media di 10 dipendenti, non dispongono delle risorse per gestire una frammentazione informatica di questo tipo senza un intervento istituzionale. Se un fornitore chiude per l’impossibilità di sostenere questi costi, a farne le spese sono anche i clienti che dipendono dalla sua produzione.

Le richieste di Euratex alle istituzioni europee

Le criticità segnalate da Canepa trovano una sponda istituzionale in Euratex, la Confederazione europea dell’industria tessile e dell’abbigliamento che riunisce le associazioni di settore dei principali Paesi produttori e rappresenta il tessile europeo nei confronti delle istituzioni dell’Unione. In un documento indirizzato a Bruxelles, l’associazione chiede una serie di interventi, segnatamente di:

  • limitare il contenuto obbligatorio del DPP al minimo richiesto dalla legge;
  • proteggere le informazioni aziendali riservate con controlli di accesso rigorosi e differenziati;
  • garantire infrastrutture dati basate nell’UE e la sovranità dei dati;
  • sviluppare standard armonizzati e settoriali prima del pieno lancio;
  • garantire neutralità tecnologica e interoperabilità;
  • prevedere un periodo di transizione minimo di 24-36 mesi;
  • fornire supporto tecnico alle PMI;
  • rafforzare la sorveglianza di mercato e l’enforcement sui prodotti importati.

Sono richieste che ricalcano, punto per punto, le criticità già segnalate da Canepa: dai tempi di transizione congrui alla necessità di regole e infrastrutture comuni, perché il peso della conformità non si scarichi sugli anelli più deboli della filiera.

Pmi, tempi di transizione e la proposta del dataspace

Ai problemi di piattaforma si aggiunge quello dei tempi. La finestra di adeguamento oggi ipotizzata, 18 mesi, è incompatibile con i cicli di presentazione e vendita delle collezioni moda, che richiedono realisticamente 24-36 mesi. Manca inoltre un sistema chiaro di sorveglianza di mercato: le dogane, che avrebbero le competenze per i controlli sui prodotti importati da Paesi extra-UE, non sono ancora state incaricate di verificare le dichiarazioni contenute nei passaporti digitali.

Per evitare la proliferazione di connessioni punto a punto tra fornitori e clienti – che con 10 fornitori e 10 clienti già arriverebbero a cento collegamenti diversi – Canepa propone l’adozione di un dataspace di filiera decentralizzato, un’architettura in cui le imprese mantengono la sovranità sui propri dati e li condividono in modo standardizzato, riducendo i costi e riequilibrando la posizione negoziale nei confronti dei brand. Un modello che, promosso dalla Commissione Europea attraverso la direzione generale Connect, taglierebbe le connessioni necessarie da cento a venti.

Confindustria Moda, prima le regole poi il passaporto

Liuba Napoli di Confindustria Moda, l’associazione che rappresenta l’intera filiera tessile-abbigliamento italiana dalla materia prima alle fasi di lavorazione e confezione, sottolinea dal suo canto che “Non bisogna correre a creare il passaporto digitale finché la Commissione Europea non pubblicherà gli atti delegati con le regole definitive”, per cui la priorità delle imprese deve essere la preparazione interna: accuratezza, pulizia e struttura del dato primario di tracciabilità.

Liuba Napoli

Anche per Napoli la scelta tra granularità di modello e di lotto resta centrale, ma va affrontata tutelando know-how e proprietà intellettuale delle manifatture italiane. Il passaporto digitale dovrà quindi prevedere un accesso profilato e diversificato alle informazioni in base al tipo di portatore di interesse – consumatori, riciclatori, enti di certificazione o autorità di controllo – e una stretta collaborazione tra subfornitori, manifattura e brand per costruire flussi di dati condivisi ed efficienti.

Due filiere, una sfida comune per il Made in Italy

Il confronto tra batterie e moda mostra due velocità diverse di uno stesso processo. Nelle batterie il passaporto digitale è già un cantiere aperto, che richiede integrazione tecnologica anticipata, monitoraggio continuo della singola unità e verifica indipendente per generare fiducia sul mercato.

Nel tessile e nella moda la partita è ancora tutta da giocare, e passa dalla difesa della tracciabilità di lotto, dal rifiuto di imposizioni tecnologiche unilaterali attraverso l’adozione di dataspace decentralizzati, da tempi di transizione congrui e dalla tutela della proprietà intellettuale delle piccole e medie imprese manifatturiere.

C’è infine una terza frontiera, ancora fuori dal perimetro del DPP ma già osservata con attenzione: quella dei beni strumentali, in cui la Lombardia è tra i principali produttori al mondo. “Se restassimo collegati in modo solido ai nostri beni strumentali avremmo il controllo di gran parte della capacità produttiva mondiale, non solo di quella interna all’Italia” osserva Tolio, che ricorda come, anche se questa categoria non sia ancora citata dal regolamento, dentro AFIL esista già una struttura dedicata per prepararsi in anticipo.

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