Deficit dell’attenzione e dipendenze un legame spesso ignorato: a Varese il primo passo verso una presa in carico integrata

C’è una connessione che la medicina conosce ma che il sistema sanitario italiano stenta a tradurre in servizi concreti: quella tra ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività e le dipendenze. Una correlazione che non è casuale, non è sociologica, non è culturale. È neurologica. E ignorarla significa trattare il sintomo senza mai arrivare alla causa.
Il Salone Estense di Varese ha ospitato oggi, venerdì 15 maggio, il convegno “ADHD e dipendenze: interventi integrati per diagnosi complesse e connesse” che ha visto parlare psichiatri, neuropsichiatri, psicologi, neurologi.
Il convegno è stato organizzato da AIFA Lombardia Aps ,Associaizone Italiana Famiglie ADHD.
Cos’è l’ADHD e cosa genera
L’ADHD non è un problema di carattere, di educazione, di famiglia poco presente. È un disturbo neurologico di origine genetica, caratterizzato da un deficit strutturale di dopamina nel cervello. Questo deficit compromette le cosiddette funzioni esecutive: la memoria a breve termine, la capacità di pianificare, di organizzare le risorse, di regolare le emozioni, di passare dall’intenzione all’azione.
Il risultato, nella vita quotidiana, è un divario costante e frustrante tra quello che la persona sa di dover fare e la capacità concreta di farlo. Chi ha l’ADHD sa che deve alzarsi in orario, gestire i soldi, consegnare un lavoro entro la scadenza. Il problema è che le funzioni esecutive compromesse trasformano ogni gesto ordinario in uno sforzo straordinario. E questo non è pigrizia, non è mancanza di volontà: è neurologia.
A scuola, questi ragazzi non riescono a stare fermi e vengono esclusi, sminuiti. Spesso hanno quozienti intellettivi superiori alla media, ma l’ambiente scolastico non riesce a valorizzarli. Le famiglie restano sole. E il bambino cresce con la certezza di non essere abbastanza.
Le statistiche: una diffusione sottostimata
I numeri sull’ADHD in età adulta parlano di una prevalenza tra il 3 e il 5% della popolazione, ma si tratta quasi certamente di una sottostima significativa, perché fino a pochi anni fa il disturbo veniva diagnosticato quasi esclusivamente in età pediatrica e quasi esclusivamente nei maschi. Molti adulti con ADHD non sanno di averlo. Alcuni lo scoprono quando viene diagnosticato a un figlio.
Le conseguenze di un ADHD non trattato sono pesanti e documentate. Una persona adulta con disturbo non trattato ha un’aspettativa di vita inferiore di circa tredici anni rispetto alla media. Tra il 46 e il 50% sviluppa una forma di dipendenza. Un adolescente con ADHD non gestito ha il doppio delle probabilità di tentare il suicidio rispetto ai coetanei. Sono cifre che lasciano poco spazio all’interpretazione.
Il legame con le dipendenze: non è una coincidenza
La connessione tra ADHD e dipendenze è uno dei nodi centrali affrontati oggi al convegno, e uno dei meno conosciuti. Il meccanismo è preciso: il cervello con ADHD è in costante deficit di dopamina, il neurotrasmettitore legato alla motivazione e alla ricompensa. Per compensare questa carenza, si cercano stimoli che producano dopamina in modo rapido: comportamenti ad alto rischio, sostanze, alcol, dipendenza da sesso, da gioco, da schermi. Non è una scelta. È un meccanismo di autoregolazione neurologica disfunzionale. Il punto critico è che se un operatore di un servizio per le dipendenze non conosce l’ADHD, tratterà la dipendenza senza mai toccare la causa sottostante.
A dimostrare che un modello diverso è possibile sono stati oggi i rappresentanti del Ser.D. di Cuneo, che hanno presentato la prima esperienza italiana di trattamento integrato dell’ADHD adulto all’interno di un servizio sanitario pubblico: dalla diagnosi al trattamento farmacologico e psicologico, fino al coaching ADHD. Un modello che le linee guida internazionali indicano da anni come lo standard ottimale, e che, in Italia, esiste per ora solo a Varese: l’ADHD Coach Italia, la prima scuola italiana di coaching specializzato per persone con disturbo da deficit di attenzione.
Il vuoto dopo i diciotto anni
Fino alla maggiore età, il sistema regge, imperfettamente, con liste d’attesa che già oggi arrivano a due o tre anni per la sola diagnosi, ma regge. La neuropsichiatria infantile ha competenze, protocolli, una rete che include scuola e famiglia. Dopo i diciotto anni, tutto questo decade.
La psichiatria degli adulti non è ancora attrezzata per prendere in carico l’ADHD con la stessa profondità. I servizi sono frammentati, spesso concentrati sulla sola diagnosi e sulla terapia farmacologica. Manca quasi ovunque la componente psicoterapeutica strutturata. Manca completamente, tranne rare eccezioni, il percorso di supporto alla vita quotidiana. Nel Varesotto, nel privato, ci sono due o tre professionisti in grado di seguire adeguatamente un adulto con ADHD. Due o tre, per un territorio di centinaia di migliaia di persone.
Il risultato è che molti ragazzi con ADHD, proprio nell’età in cui diventano responsabili di se stessi, università, lavoro, relazioni, autonomia economica, si trovano senza rete. Ed è in quel momento che le dipendenze, le crisi, i disastri relazionali e professionali diventano più probabili.
Il coach ADHD: una figura nuova, nata a Varese
Per colmare questo spazio vuoto tra il sistema sanitario e la vita reale è nata, tre anni fa e proprio a Varese, ADHD Coach Italia: la prima scuola italiana dedicata alla formazione di coach specializzati per persone con disturbo da deficit di attenzione. Una realtà che ha già formato operatori in diverse regioni, compresi quelli che lavorano oggi nel modello integrato di Cuneo.
Il coach ADHD non è un terapeuta, non prescrive farmaci, non sostituisce il neurologo o lo psicologo. È la figura che si occupa della quotidianità. Come si costruisce una routine che funzioni davvero? Come si gestisce il tempo quando la percezione del tempo è strutturalmente compromessa? Come si arriva in orario a un appuntamento, si prepara a un esame, si trova e si mantiene un lavoro?
La scuola forma esclusivamente psicologi, educatori, pedagogisti e professionisti della riabilitazione psichiatrica: non è un percorso aperto a chiunque voglia fregiarsi del titolo di coach. Il background clinico o educativo è un requisito di accesso, perché il coach ADHD lavora in stretta collaborazione con i sanitari, non in parallelo o in alternativa a loro.
Il modello che ADHD Coach Italia sta cercando di costruire — e che a Cuneo ha già trovato la sua prima applicazione sistematica — è quello in cui il coach è l’anello finale di una catena: diagnosi, trattamento farmacologico, supporto psicologico e psicoeducativo, e infine il coaching per la vita reale. Una filiera completa, nella quale ogni pezzo ha un ruolo preciso e nessun paziente cade nel vuoto tra un livello e l’altro.
Il prossimo passo: un appuntamento a ottobre
Il convegno di oggi non è stato un punto di arrivo. È, nelle intenzioni degli organizzatori, l’inizio di un percorso che coinvolga il territorio varesino in modo strutturato. A ottobre è in programma un evento più ampio, della durata di tre giorni, con il partenariato del Comune di Varese, dell’Ufficio Provinciale Scolastico e dell’Università dell’Insubria: un momento aperto a sanitari, insegnanti, famiglie, aziende e alle persone con ADHD stesse.
Perché il disturbo da deficit di attenzione non è una disabilità da nascondere o da compensare. È un funzionamento diverso, con costi reali, con fatiche reali, con derive reali quando non viene trattato, ma anche con potenzialità che, se riconosciute e sostenute, possono essere straordinarie. Il problema, oggi, è che il sistema non è ancora pronto ad accompagnarle.
Varese sta cercando di indicare una nuova via.
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