Gli europei credono sempre meno, ma discutono sempre di più di religione

Maggio 16, 2026 - 05:32
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Gli europei credono sempre meno, ma discutono sempre di più di religione

Grace Davie, professoressa emerita di Sociologia della religione all’Università di Exeter, interverrà al festival èStoriacon un incontro su Islam ed Europa. L’appuntamento è sabato 30 maggio 2026, dalle 16.30 alle 17.30, a Gorizia, alla Tenda Erodoto.

Cogliere l’essenza della religione nell’Europa moderna non è una impresa semplice. Accadono più cose contemporaneamente e le differenze all’interno del continente sono notevoli. I dettagli contano, mentre cerchiamo di comprendere non solo le tendenze di lungo periodo, ma anche quelle che appaiono come contraddizioni: proprio mentre le forme storiche della religione arretrano, emergono movimenti nuovi e inattesi, alcuni positivi, altri meno.

Intorno alla svolta del millennio, descrissi ciò che osservavo ricorrendo all’immagine degli “strati”. Ne individuavo cinque. Il primo è il ruolo persistente del cristianesimo nel plasmare la cultura europea: si pensi, per esempio, all’importanza del pensiero cristiano nel modo in cui intendiamo il tempo — settimane, fine settimana, stagioni e festività — e lo spazio — edifici, patrimonio culturale e profili urbani. Il secondo è la consapevolezza che le Chiese storiche continuano ad avere un posto nella vita di un numero significativo di europei, ma non sono più in grado di influenzare, e tantomeno disciplinare, le credenze e i comportamenti della maggioranza della popolazione.

Il terzo “strato” consiste in un cambiamento osservabile nei modelli di appartenenza religiosa, in cui l’idea di obbligo lascia gradualmente il posto a quella di scelta: inizialmente la possibilità di scegliere tra diverse forme di cristianesimo, ma col tempo anche l’opzione di aderire a un’altra fede o, sempre più spesso, di non aderire ad alcuna fede. Il quarto strato rafforza questo punto, mettendo in evidenza l’arrivo nell’Europa occidentale di gruppi di persone provenienti da molte parti del mondo: un processo che si è sviluppato per fasi e che negli ultimi anni ha accelerato. Il quinto e ultimo strato è la crescente importanza delle élite secolari europee e, talvolta, le reazioni piuttosto negative di questo settore alla maggiore visibilità della religione nel dibattito pubblico.

È importante osservare che tutti e cinque questi “strati” sono presenti nella maggior parte del continente, ma con pesi diversi a seconda dei luoghi. In alcuni contesti, per esempio, le Chiese storiche sono rimaste relativamente integre; in altri sono state profondamente erose. Altrettanto significativo è il fatto che i diversi elementi spingano in direzioni differenti: alcuni indicano chiaramente una tendenza alla secolarizzazione, altri ne complicano il quadro.

Un paio di decenni più tardi si è verificato un cambiamento distintivo, in larga misura determinato dal marcato aumento dell’immigrazione seguito alla guerra in Siria, nel 2015. Di conseguenza, sono accadute due cose nello stesso momento. Da un lato, la secolarizzazione avanzava in modo evidente tanto nella vita privata quanto in quella pubblica: la maggior parte degli europei, anche se non proprio tutti, viveva dalla culla alla tomba con scarso riferimento alla religione. Dall’altro, le questioni legate alla diversità religiosa erano sempre più presenti nel dibattito pubblico, mentre le società europee cercavano modi per gestire forme di religione molto diverse, ormai presenti in questa parte del mondo grazie all’immigrazione. La combinazione è difficile da governare: non sorprende, dato che la crescente secolarizzazione ha eroso non solo la conoscenza della religione, ma anche la sensibilità nei suoi confronti, proprio mentre la presenza di migranti appena arrivati richiede risposte attente e ponderate. Ciò che emerge fin troppo spesso è un dibattito poco informato e poco civile, con ripercussioni ampie e in larga parte negative.

Un esempio eloquente e tipicamente europeo si è verificato nel 2023, quando un estremista danese ha bruciato una copia del Corano davanti all’ambasciata turca a Stoccolma. Il governo svedese ha chiarito di non “approvare” quanto stava accadendo, ma ha comunque deciso di consentire la protesta con il rogo del Corano, sostenendo che la libertà di espressione è una componente fondamentale della democrazia. La decisione non era certo sorprendente, poiché la Svezia offre alcune delle più forti tutele della libertà di parola in Europa. L’episodio, tuttavia, ha allarmato non solo i musulmani — e molti altri — in Svezia, ma anche le comunità musulmane in tutta Europa e oltre, compromettendo i tentativi di convincere la Turchia a sostenere la richiesta svedese di adesione alla NATO in un momento cruciale della vita politica europea. In breve, le conseguenze sono state immediate, gravi e di vasta portata.

Una questione piuttosto diversa emerge dai mutamenti nelle reazioni di alcuni settori della popolazione nei confronti delle proprie Chiese storiche. Invece di considerare queste istituzioni come una presenza essenzialmente accogliente, di notevole valore culturale e disponibile per l’intera popolazione quando se ne presenti il bisogno — per esempio nei momenti di passaggio della vita — esse sono diventate, almeno in alcuni casi, marcatori di identità nazionale, ortodossa, cattolica o protestante che sia. Il vocabolario cambia di conseguenza. Così, “accogliere lo straniero” si riduce a una sola domanda: sei o non sei uno di noi, cioè cristiano? Il cambiamento di clima è fin troppo evidente, mentre i cittadini europei iniziano non solo a provare risentimento verso il numero crescente di nuovi arrivati, ma anche a esprimere i propri sentimenti in forme di nazionalismo che, perlopiù, erano rimaste latenti per diversi decenni e che spesso trovano espressione nella nascita di partiti politici nuovi o reinventati.

L’attrazione reciproca tra partiti populisti e alcune forme di cristianesimo ha richiamato l’attenzione di un numero crescente di studiosi: in questo campo è emersa una letteratura in rapida espansione, di per sé segno di un’ansia più ampia. Va tuttavia sottolineata una precisazione importante. Se è vero che i “populisti” catturano l’attenzione di coloro che si dichiarano “cristiani”, praticanti o meno, esistono anche ampie prove del fatto che i membri più attivi di queste Chiese siano in prima linea nell’accoglienza delle popolazioni appena arrivate.

Tenendo presente tutto ciò, emergono interessanti parallelismi tra le reazioni religiose e quelle politiche di fronte a una situazione in rapido movimento. Così come le Chiese maggioritarie guardano ai loro “fratelli” più estremi — per esempio quelli che marciano con croci e bandiere levate in alto — e si chiedono fino a che punto siano responsabili di tali eccessi, allo stesso modo i partiti politici “conservatori”, come i cristiano-democratici, devono interrogarsi sui propri rapporti con ciò che viene definito “estrema destra”. Il “problema” è lo stesso in entrambi i casi: che cosa è, o non è, accettabile in una democrazia moderna, e chi deve deciderlo?

In conclusione, mi incuriosisce altrettanto qualcosa di molto diverso: nuove fonti di evidenza sui cambiamenti in corso soprattutto tra i giovani dell’Europa settentrionale, relativamente secolare, dove emergono indicazioni sorprendenti — forse “segnali” sarebbe una parola più adatta — di un mutamento di prospettiva tra le generazioni più giovani, in particolare quelle note come Generazione Z. In Gran Bretagna, questo fenomeno è stato definito “The Quiet Revival”, “Il risveglio silenzioso”, titolo di una pubblicazione che contiene dati secondo cui la Generazione Z sarebbe alla guida di un aumento della frequenza in chiesa, soprattutto tra gli uomini. Il testo include la seguente affermazione:

Nel 2018, solo il 4 per cento dei giovani tra i 18 e i 24 anni dichiarava di frequentare la chiesa almeno una volta al mese. Oggi questa percentuale è salita al 16 per cento, con i giovani uomini passati dal 4 per cento al 21 per cento e le giovani donne dal 3 per cento al 12 per cento. Si tratta ora della seconda fascia d’età con maggiori probabilità di frequentare regolarmente la chiesa. Nel complesso, i cristiani che vanno in chiesa rappresentano oggi il 12 per cento della popolazione, rispetto all’8 per cento del 2018. In termini numerici, si passa da 3,7 milioni nel 2018 a 5,8 milioni nel 2024: un aumento del 56 per cento.

Non tutti accettano questi risultati. Per diversi commentatori sono poco credibili e possono essere tranquillamente liquidati, dando vita a una discussione che a tratti si sta trasformando in un dibattito prolungato e, si potrebbe dire, aspro. Altri assumono una posizione più positiva, citando prove di un crescente interesse per la religione tra i giovani, molte delle quali restano aneddotiche. La mia opinione è che sia troppo presto per dire qualcosa di definitivo, ma sono incline a riflettere con attenzione, alla luce di risultati simili in altre parti d’Europa, compreso un notevole e inatteso aumento del numero di battesimi in Francia, anche tra gli adolescenti, una tendenza ripresa da The Economist:

A Pasqua sono stati battezzati 10.384 adulti, con un aumento del 46 per cento rispetto all’anno precedente e quasi il doppio rispetto al 2023. Si tratta del dato più alto da quando la Conferenza episcopale francese ha iniziato a registrare queste cifre, vent’anni fa. Con 7.404 battesimi, il numero di adolescenti battezzati a Pasqua è stato più che doppio rispetto al 2023 e dieci volte superiore a quello del 2019.

Che cosa accadrà ora? È molto difficile dirlo. Per il momento restano aperte domande importanti: questi dati sono validi? Sono significativi? Tali tendenze continueranno? E, più in profondità, sono tendenze positive? È interessante notare che l’ultima domanda si ricollega alla discussione precedente, nella misura in cui i fili del discorso si sovrappongono almeno in parte: in particolare, la presenza sorprendente di giovani uomini in questo gruppo; la preferenza per Chiese conservatrici più che liberali; e l’attrazione per partiti di destra piuttosto che liberali. Tali idee, tuttavia, devono per ora restare speculative. È necessario fare altro lavoro: molto altro.

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