Diabete di tipo1 e sport agonistico, De Cosmo (AMD e FeSDI): «Le tecnologie hanno cambiato la vita degli atleti, si superino le barriere nei Gruppi sportivi militari»

10 Giugno 2026 - 09:00
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La vittoria di Alexander Zverev al Roland Garros e il dibattito aperto in Senato sull’accesso degli atleti con diabete ai Gruppi sportivi militari riportano al centro il rapporto tra diabete e sport agonistico. Salvatore De Cosmo, presidente di AMD e FeSDI, spiega come le innovazioni tecnologiche abbiano cambiato radicalmente la gestione della malattia e perché sia necessario superare barriere normative ormai anacronistiche

Per decenni il diabete è stato percepito come una condizione capace di limitare le aspirazioni sportive delle persone che ne erano affette. Oggi, però, la realtà racconta una storia diversa. A dimostrarlo sono gli atleti che competono ai massimi livelli internazionali e, più recentemente, il successo di Alexander Zverev, vincitore del Roland Garros 2026 e affetto da diabete di tipo 1 fin dall’infanzia. Secondo Salvatore De Cosmo, presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD) e della Federazione delle Società Diabetologiche Italiane (FeSDI), il risultato ottenuto dal tennista tedesco rappresenta molto più di una vittoria sportiva: «Il successo di Zverev è un messaggio importante soprattutto per i giovani con diabete di tipo 1. Dimostra che una diagnosi non preclude la possibilità di inseguire e realizzare i propri sogni», afferma De Cosmo.

Tecnologie che hanno cambiato la vita degli atleti

Negli ultimi anni il panorama della cura del diabete di tipo 1 si è trasformato profondamente grazie all’evoluzione delle tecnologie. Sensori per il monitoraggio continuo della glicemia, microinfusori e sistemi integrati capaci di dialogare tra loro consentono oggi una gestione molto più precisa della terapia insulinica. «Lo scenario è cambiato profondamente negli ultimi anni – spiega De Cosmo -. Oggi disponiamo di sensori che monitorano la glicemia in continuo e di microinfusori che possono interagire con questi dispositivi per adattare la somministrazione dell’insulina alle necessità dell’organismo. Si tratta di un enorme passo avanti, soprattutto per gli atleti, che possono controllare la glicemia anche durante l’attività agonistica». Strumenti che hanno contribuito a rendere più sicura la pratica sportiva e che consentono a molte persone con diabete di affrontare allenamenti e competizioni con una qualità di controllo impensabile fino a pochi anni fa.

Lo sport come parte della terapia

Per il presidente di AMD e FeSDI l’attività fisica non rappresenta soltanto una passione o una scelta di vita, ma un elemento fondamentale della terapia. «L’attività fisica è parte integrante della cura sia del diabete di tipo 1 sia del diabete di tipo 2 ed è fondamentale anche nella prevenzione della malattia», sottolinea. Le raccomandazioni attuali suggeriscono almeno 150 minuti settimanali di attività aerobica, adattando sempre l’intensità e la tipologia di esercizio alle caratteristiche della singola persona. Una visione che potrebbe presto trovare un riconoscimento anche sul piano normativo. «Oggi è in discussione un disegno di legge che punta a rendere l’attività fisica una vera e propria prescrizione terapeutica, con programmi personalizzati che il medico potrà indicare al paziente come parte del percorso di cura», spiega De Cosmo.

Il nodo dei Gruppi sportivi militari

Se la scienza ha compiuto enormi passi avanti, lo stesso non si può dire di alcune norme ancora in vigore. In Italia, infatti, gli atleti con diabete continuano a incontrare ostacoli nell’accesso ai Gruppi sportivi militari, una situazione che FeSDI considera ormai superata dai fatti e dalle evidenze scientifiche. «FeSDI è da tempo impegnata affinché venga riconosciuto questo diritto. Siamo vicini al superamento di una normativa che risale a quasi un secolo fa e che oggi appare del tutto anacronistica», osserva De Cosmo. Il tema è tornato recentemente all’attenzione del Parlamento durante le audizioni che hanno visto intervenire atleti con diabete impegnati nelle competizioni nazionali e internazionali. Per molti giovani sportivi l’ingresso nei Gruppi sportivi militari rappresenta infatti un passaggio fondamentale per costruire una carriera agonistica, grazie al supporto tecnico, organizzativo ed economico che queste strutture garantiscono.

Una legge nata in un’altra epoca

Alla base delle limitazioni attuali vi sono norme elaborate in un contesto storico completamente diverso da quello odierno. Quando furono introdotte, il diabete di tipo 1 era una malattia molto diversa da quella che conosciamo oggi. «L’insulina è entrata nella pratica clinica nel 1921. Prima di allora una persona con diabete di tipo 1 era destinata a morire – ricorda De Cosmo -. In oltre cento anni sono cambiati i farmaci, le modalità di somministrazione e le tecnologie che consentono di monitorare in tempo reale i livelli glicemici. Continuare a basarsi su criteri nati in quel contesto non ha più alcuna giustificazione scientifica».

Valutare la persona, non la diagnosi

Per FeSDI, le persone devono essere valutate sulla base delle loro reali condizioni cliniche e delle loro capacità sportive, non esclusivamente in funzione di una diagnosi. «È necessario superare definitivamente ogni forma di esclusione automatica. Gli atleti devono essere valutati sulla base della loro idoneità sportiva e delle loro prestazioni», conclude De Cosmo. Un messaggio che va oltre il mondo dello sport e riguarda più in generale il riconoscimento delle capacità delle persone con diabete. Perché se oggi un campione può vincere uno Slam o rappresentare il proprio Paese nelle competizioni internazionali, la sfida è fare in modo che anche le norme sappiano tenere il passo con i progressi della medicina.

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