La signora bionda, e la più devastante domanda della mia carriera

Niente e nessuno, lo giuro. Niente aveva mai avuto lo stesso impatto, nessuno aveva mai illuminato di luce nuova la mia intera vita, niente e nessuno quanto la signora bionda di sabato sera.
Niente, e in “niente” includo ogni bocciatura a ogni esame e ogni buon voto in qualche tema, compreso quello di maturità in cui la disperazione m’indusse a inventare il metodo con cui poi ho scritto ogni pagina da adulta, metodo che non svelerò perché me lo tengo per il memoir della pensione.
Nessuno, e in “nessuno” sono compresi tutti quelli che avevo finora catalogato come figure importantissime della mia vita professionale, il direttore della tv che mi fece il mio primo contratto, il capostruttura che per primo intuì che avrei saputo fare qualcosa anche se nessuno – me compresa – trenta e fischia anni dopo ha ancora ben capito cosa, l’editorialista che quando una vicedirettrice di settimanale disse che le serviva una persona che facesse le interviste a Roma disse: c’è questa ragazza, ma non so mica se è capace.
Niente, e nel niente vengono catalogate tutte le esperienze formative non della mia gavetta (e chi ne ha mai avuta una) ma di tre decenni di lavoro abbastanza variegati da includere non certo solo meraviglie e opere lodate dai committenti e dai lettori.
Nessuno, e alla voce “nessuno” vanno quell’attrice di Hollywood che, dopo aver fatto impazzire la distribuzione romana nella ricerca dell’acqua Fiji che a Roma non si vendeva ma lei non beveva altro, alla mia seconda domanda si voltò verso l’ufficio stampa e disse: questa me la cacci; e alla voce “nessuno” va anche il cantante che, mentre lo intervistavo in un camerino del palazzetto di piazza Azzarita, quando a Bologna i concerti si facevano in centro perché il gigantismo non aveva ancora preso il sopravvento sulla comodità, mi trattò talmente male che mi misi a piangere, e a quel punto lui era assai più imbarazzato di me.
Niente, e con “niente” intendo nessun licenziamento (io non me ne vado, io vengo cacciata, da ogni relazione sentimentale e professionale: di tutte le perversioni, quella che capisco meno è quella di chi ci tiene a dire «l’ho lasciato io»), nessuna mail di proposte che neanche riceve risposta, nessuna perdita di tempo di quelle che poi si risolvono in niente (una classifica che, da chiunque venga stilata, vede comunque in testa il cinema romano).
Nessuno, e con “nessuno” intendo nessuno di quelli che mi hanno voluta in qualche lavoro e nessuno di quelli che non mi ci hanno voluta più, e nessuna (sempre donne, chissà perché) di quelle che mi hanno fatto piazzate perché guadagnavo più di loro, e nessuno (uomini, chissà perché) di quelli che hanno chiamato qualche capo frignando perché il pezzo che volevano fare loro lo facevo io.
Nessuno, neanche l’amico cui una volta giurai che mai mai mai gli avrei dedicato un libro «con stima e simpatia», e da allora mi è rimasta l’inibizione e ogni dedica è un inferno, mi sembra di dover sempre scrivere delle spiritosaggini: di recente una signora mi ha detto che si chiamava Valentina «ma guarda che con la Vanoni me l’hai già dedicato l’altra volta», e mi sono vergognata come mai nella vita.
Nessuno: non quella editor che disse che “L’era della suscettibilità” non era un titolo e se volevo pubblicarlo con lei dovevo cambiarlo, e non quell’editor che mi confessò che aveva rifiutato “L’era della suscettibilità” perché «pensi sempre “tanto questa non vende” e invece prima o poi vende».
Niente: non le stroncature e non le lodi, non le presentazioni piene e non quelle vuote, non i pezzi che scrivi pensando «di questo ne parleranno tutti» e nessuno se li fila e non quelli che scrivi in taxi dal telefono pensando solo che devi mandare qualche decina di righe a caso prima del decollo e diventano i pezzi che la gente ti cita per mesi (vabbè, «la gente»: quei quattro che ancora leggono i giornali).
Nessuno, neanche certi ex fidanzati che una volta hanno fatto una mezza cosa storta e su quella mezza cosa storta io ho fatturato centinaia di pagine a dire quanto facessero schifo gli uomini e quanto io fossi autoironica e sentimentale, una formula che funziona tantissimo, l’ho usata per almeno dieci anni e ha sempre retto, la raccomando caldamente a qualunque femmina volesse cominciare a scrivere, trovate un tapino con cui prendervela e diventate quelle di cui le donne si mandano i pezzi annuendo, perché tra i molti vantaggi dell’essere donne c’è il poter dire che è tutta colpa degli uomini: è una cosa che il pubblico femminile ama molto sentirsi dire, e dal pubblico femminile dipende la vostra sussistenza.
Niente e nessuno – non gli editor, non i poveri ex, non i contratti, non la rottura degli stessi – ha cambiato la mia vita, ma soprattutto il mio sguardo sulla mia vita, quanto la signora bionda che sabato sera, a Ragusa, si è fatta firmare il libro per ultima.
La signora bionda era tra il pubblico della presentazione, ma io non l’avevo notata, perché ero impegnata a notare quella – l’unica coraggiosa – che aveva alzato la mano quando avevo detto d’aver di recente scoperto l’esistenza d’una loggia di adulte secondo le quali “Cime tempestose” è un bel libro, e alzate la mano se anche voi ne fate parte.
La signora bionda non l’avevo notata perché la presentazione di Ragusa era affollatissima, ed ero impegnata col mio sollievo, ero impegnata a rallegrarmi che il festival al quale ero andata a Ragusa fosse pieno di gente e non somigliasse a quello di Firenze dov’ero andata pochi giorni prima, con quella presentazione fatta di dieci sedie messe davanti alla porta d’una libreria, una delle quali occupata da un assessore al quale dovevo trattenermi per non chiedere ma perché buttate i soldi dei residenti finanziando questi festival culturali senza senso, non sarà che sui soldi alla cultura ha ragione la destra che però fa l’errore di concentrarsi sui soldi buttati nel cinema e non su quelli buttatissimi nell’editoria.
La presentazione di Ragusa, quella cui aveva assistito la signora bionda, era filata via con un sacco di riferimenti pop: la reputazione che non esiste e Gwyneth Paltrow che fa lo spot per gli immobili israeliani e Livia Firth che s’illude di cancellarla; l’amore romantico di “Cime Tempestose” e il matrimonio di Jane Austen o di Marianne Moore o dei miei protagonisti; Fabrizio Corona e Fedez; Maurizio Costanzo che non era mai andato alle Maldive e io che non ho (quasi) mai letto un libro della cinquina Strega.
Al termine delle ciarle, la signora bionda ha pensato un bel po’ se comprare o non comprare il mio tomo, dal banchetto coi libri che c’è a ogni presentazione, quello vicino al quale ti siedi per dedicare le copie a chi vuole la dedica.
So che ci ha pensato un bel po’ perché stavo firmando il libro acquistato dall’ultima persona della fila quando ho sentito il libraio dire «diciannove e cinquanta», e con un angolo della ragione, quello non impegnato a concepire qualche spiritosissima dedica da fare all’ultima persona della fila, ho pensato «ah, ne abbiamo venduto un altro» (in ogni autore di opera letteraria dorme un Giorgio Mastrota, e dorme un sonno leggerissimo).
La signora bionda mi ha allungato il libro e ha detto: io ho una domanda, ma mi sono vergognata di fargliela durante la presentazione. Giacché, alla fine della presentazione, Antonio Pascale che era lì a fare il Pippo Baudo del mio tomo aveva chiesto se ci fossero domande dal pubblico, e non ce n’erano state, ma non era grave, perché alle mie presentazioni le domande non ci sono quasi mai (ogni tanto qualcuno mi dice che è perché li inibisco: i poveri lettori temono che io risponda qualcosa tipo «che domanda del cazzo», e in effetti cafona come sono potrebbe anche succedere).
Le ho detto prego, signora bionda, domandi pure, vuole sapere in che orari del giorno io scriva, o se preferisca i libri o i giornali, o quale sia il mio personaggio preferito nella storia della letteratura, o se faccia colazione col dolce o col salato, dica pure, sono qui per soddisfare le sue curiosità.
La signora bionda mi ha dato il libro da dedicare e, mentre scrivevo il suo nome pensando a che spiritosaggine aggiungere, mi ha fatto la sua domanda, e la sua domanda mi ha fatto passare tutta la vita davanti, dalla prof di terza liceo che diceva che del mio tema su Dante non si capiva niente a Cristina Fogazzi che ogni volta che legge un mio articolo mi manda un messaggio con scritto qualcosa tipo «però la parentesi dentro l’inciso no, cribbio».
Poco prima di farmi scrivere «soddisfatta o rimborsata» nella dedica, poco prima di farmi vedere il terrore negli occhi del libraio al banchetto, che ho indicato dicendo «se non le piace i soldi glieli ridà lui», un attimo prima, la signora bionda mi ha sorriso e mi ha domandato in semiprivato ciò che non aveva voluto chiedermi in pubblico: il libro è scorrevole o è scritto complicato come parla lei?
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