Dieci anni di donazioni valgono dieci miliardi di euro

In dieci anni, 3,7 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari dell’industria e della distribuzione italiana sono state donate, per un valore stimato di 9,9 miliardi di euro. Sono i numeri raccolti nella ricerca sull’impatto della legge antispreco, contenuti nella presentazione avvenuta il 6 ottobre alla Sala della Regina di Montecitorio. Aggiungendo il comparto farmaceutico, il valore complessivo dei beni donati nel periodo 2016–2025 raggiunge circa 10,3 miliardi.
Il perimetro della rilevazione è ancora incompleto: restano da aggiungere agricoltura, pesca, pubblici esercizi e somministrazione, oltre alla più ampia varietà di beni recuperati. È dunque una prima misura delle donazioni registrate nel decennio della legge Gadda, che dimostra nei fatti la sua riuscita.
Dentro quelle tonnellate c’è una questione che riguarda l’intera filiera del cibo: quanto vale un prodotto quando nessuno lo compra? Un errore nella programmazione, una promozione finita, una domanda inferiore alle attese possono lasciare sugli scaffali alimenti ancora utilizzabili. La legge 166 del 2016 ha introdotto strumenti per favorirne la donazione a fini solidaristici e limitarne lo spreco. Ma tra la disponibilità dell’impresa e la tavola di chi riceve occorre organizzare un altro percorso.
Bisogna sapere che cosa ritirare, in quali quantità e con quali tempi. Servono mezzi, spazi di deposito, corretta conservazione, persone capaci di gestire le consegne. Il recupero aggiunge alla filiera commerciale una rete distributiva che lavora con beni disponibili in modo discontinuo e bisogni che, invece, si ripresentano ogni giorno.
I primi risultati dell’indagine esplorativa di Fondazione Terzjus e Fondazione Valore aiutano a guardare questa rete da vicino. La rilevazione ha raggiunto 623 enti e gruppi informali: l’80,3 per cento dichiara di avere raccolto o ricevuto beni negli ultimi dodici mesi. Tra le 500 realtà attive, l’81,2 per cento riceve donazioni dalle aziende. Sono risultati utili per capire come funziona il recupero.
Il lavoro supera spesso i confini dell’alimentazione: due terzi delle realtà attive si occupano contemporaneamente di due o tre categorie di beni, tra alimenti, farmaci e altri prodotti. La spesa quotidiana di una famiglia comprende anche detersivi, abbigliamento, materiale scolastico: la redistribuzione intercetta necessità diverse, che sul territorio finiscono per incontrarsi.
A sostenere questo lavoro sono soprattutto organizzazioni piccole. Il 51,6 per cento delle realtà attive nel campione non ha dipendenti; un altro 19,6 per cento ne conta da uno a cinque. Nel 72 per cento dei casi la consegna alle persone in difficoltà avviene su scala locale, nel centro abitato o nel quartiere. La prossimità consente di conoscere i destinatari e raggiungerli, ma richiede continuità a strutture che spesso dipendono dal volontariato.
Anche ristorazione ed eventi mostrano quanto conti predisporre il recupero. La presentazione documenta eccedenze raccolte in oltre 850 convention, meeting, congressi e grandi manifestazioni: più di 265.000 piatti pronti e oltre 14.000 chili di pane e frutta donati. Per il cibo preparato, tempi e conservazione rendono particolarmente importante organizzarsi prima che il servizio finisca, dimostrando quanto il dono debba essere voluto e programmato.
Le richieste emerse dall’indagine indicano anche dove si può ancora intervenire. Il 71,7 per cento segnala la necessità di più informazione sulla legge; il 69,5 per cento chiede facilitazioni per gli enti distributori. Seguono gli incentivi alle imprese, gli spazi locali di stoccaggio e gli strumenti per favorire la donazione di servizi logistici.
Dopo dieci anni, il recupero delle eccedenze pone quindi una domanda molto concreta: chi sostiene il costo di portarle a destinazione? La disponibilità a donare ha bisogno di qualcuno che possa ricevere, conservare e distribuire. È su questa capacità organizzativa che si gioca la possibilità di dare continuità al lavoro e coinvolgere anche le imprese più piccole. La “mamma” della legge, l’Onorevole Gadda, non si è mai limitata a scrivere il testo e ha ispirato e condotto associazioni, persone, enti del terzo settore a usarla e interpretarla: perché il dono rimane la più grande e alta forma di riuso possibile.
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