Una sordida storia di antisemitismo, anzi due, anzi tre

Succede a Reggio Emilia. Circa cento insegnanti ed educatori di scuole ebraiche – in prevalenza donne, in prevalenza americani, in piccola parte israeliani – sono attesi dall’11 al 16 ottobre per un percorso di formazione di Reggio Children, il Centro internazionale per la difesa e la promozione dei diritti dell’infanzia, visitato a maggio anche da Kate Middleton.
L’incontro era programmato da tempo, ma qualche giorno fa la Cgil provinciale ha chiesto di annullarlo: erano circolate voci che uno dei gruppi partecipanti avesse destinato fondi a sostegno dell’esercito israeliano. Non era necessario verificarle. La delegazione andava respinta, scrive la Cgil, «al di là del merito e dei contenuti della partnership».
Al di là del merito. Non conta la prova, non conta la responsabilità individuale, non conta la differenza tra un governo e una persona. Resta l’appartenenza.
Subito altri gruppi di sinistra si sono associati. A Reggio, i gruppi consiliari civici di sinistra e Schierarsi di Alessandro Di Battista. A Roma, per i 5 Stelle, la deputata Stefania Ascari che ha chiesto ai ministri degli Esteri e dell’Istruzione di cancellare il corso: «La questione è politica, etica e riguarda la coerenza delle istituzioni educative rispetto ai valori che dichiarano di rappresentare».
Reggio Children ha chiarito che gli educatori vengono a titolo personale, senza rappresentare istituzioni, che hanno sottoscritto una carta che ripudia la guerra e la militarizzazione dell’educazione e che collaborano con famiglie israeliane e palestinesi impegnate nella riconciliazione e con la città palestinese di Beit Jala.
Niente da fare.
Il Consiglio comunale ne ha discusso lunedì. L’ordine del giorno chiedeva al sindaco Massari e alla Giunta di «attivarsi immediatamente, nell’ambito delle proprie competenze, presso Reggio Children per ottenere la sospensione della visita… in attesa di chiarimenti documentati sulle criticità segnalate e sulla compatibilità delle relazioni coinvolte con i princìpi di pace e tutela dei diritti dell’infanzia».
Alla fine nulla di fatto: il Pd ha votato contro l’ammissibilità sia di quel testo sia di quello contrapposto di Fdi.
Ora non è certo che la visita ci sarà. Gli ospiti hanno chiesto tempo per riflettere e Reggio Children ha riconosciuto che «è difficile immaginare che una visita di formazione possa svolgersi con la serenità che l’educazione richiede, tra presìdi e ingressi sotto sorveglianza».
Timori giustificati: in città è in corso una raccolta firme contro la visita e ieri è stata organizzata una manifestazione di studenti e gruppi pro-Pal.
Cosa dovrebbe dimostrare un’insegnante ebrea americana per entrare a Reggio Children? Di essere innocente? Di pensarla come chi presidia la porta? E chi ha dato a un sindacato il potere di pretendere una simile certificazione? In una società civile ciascuno ha il diritto di essere giudicato per ciò che fa, non per ciò che è.
La pedagogia dell’accoglienza incontra il sindacato del respingimento antiebraico.
A Milano altro scenario. Un rabbino viene aggredito in strada. Il consigliere comunale Daniele Nahum fa un post con la dichiarazione che ha rilasciato al Tg5 in una manifestazione di solidarietà. Sotto quel post interviene Pablo Trincia, autore e podcaster: «Ma piantala di dire puttanate, sempre con questo vittimismo disgustoso a cui non crede più nessuno». Poi rimprovera a Nahum di non avere empatia per i palestinesi e parla di «stato Ebraico nazista».
La sequenza è questa: un rabbino viene picchiato a Milano, qualcuno gli esprime solidarietà, la risposta è Gaza. L’aggredito scompare, chi lo difende deve discolparsi, la denuncia dell’antisemitismo diventa una messinscena. Per meritare solidarietà bisognerebbe prima superare un esame politico su Israele.
A Reggio si vuole impedire a degli educatori di entrare. A Milano si intima a chi denuncia l’odio antiebraico di tacere. In entrambi i casi si presenta alle persone il conto di uno Stato, come se essere ebrei significasse una corresponsabilità permanente.
Ieri, terza storia. Il Green Party di Inghilterra e Galles ha approvato — 1.022 voti contro 813 — una mozione che definisce il sionismo «un progetto razzista» e sostiene un unico Stato nell’intera Palestina storica. La leadership dei Verdi europei si è dissociata «inequivocabilmente», ribadendo il diritto all’autodeterminazione sia israeliano sia palestinese e la soluzione dei due Stati.
Domanda finale: siamo sicuri che tutti i partiti del Campo largo avrebbero firmato il documento dei Verdi europei?
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