Don Gnocchi, la bellezza dell’essere profeta

15 Ottobre 2026 - 13:20
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Don Gnocchi, la bellezza dell’essere profeta

Un convegno per fare memoria, ma soprattutto per tornare alle radici di un carisma ancora attualissimo. È quello che, nella sala delle conferenze dell’Arcivescovado, ha avuto come protagonista la figura di don Carlo Gnocchi nel settantesimo della morte, avvenuta a nemmeno 54 anni, il 28 febbraio 1956.

Il saluto del Vicario generale

Titolo dell’affollata assise, aperta dai saluti istituzionali del Vicario generale monsignor Franco Agnesi e dal messaggio del presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, e moderato da Fabio Pizzul, «Il beato don Carlo Gnocchi per il mondo di oggi: segno e profezia». Una profezia che si fa subito presente con una rara e suggestiva registrazione della voce di don Carlo in occasione dell’inaugurazione, nel 1955, dell’allora Centro pilota, oggi Ircss Santa Maria Nascente, in cui il fondatore ricordava la necessità di offrire «una realtà spirituale più che materiale» ai bimbi poliomielitici lì ricoverati. 

Edoardo Bressan

Tra storia e presente

Nel folto uditorio tante persone, a diverso titolo, legate al Papà dei mutilatini, come il sindaco, il vicesindaco e il parroco di San Colombano al Lambro, dove don Carlo nacque il 25 ottobre 1902, o impegnate nella Fondazione e gli Alpini con i loro labari.

Del «rapporto stretto tra don Carlo e il suo tempo» parla lo storico e biografo di Gnocchi Edoardo Bressan: «Egli ha vissuto intensamente il Novecento con un impegno senza riserve e lontano da ogni nostalgia del passato. La sua è stata una passione per il suo tempo, come sottolinea nel saggio Educazione del cuore, attraversato da due principi ispiratori: la formazione, sull’esempio dei santi della gioventù come don Bosco, san Filippo Neri, Luigi Gonzaga, e la carità (basti pensare al titolo di un altro suo volume, La restaurazione della persona umana»).

Monsignor Ennio Apeciti

Un personalismo cristiano, in sintesi, vissuto appunto con la persona sempre al centro. «La sua poliedrica e profetica attività, spaziando a 360 gradi, si basa sul primato della carità e dello spirito per una ricostruzione morale e civile del dopoguerra e per creare il fondamento di una vera società edificata sull’uomo», conclude lo storico, con espressioni che ritornano nell’intervento di monsignor Ennio Apeciti, responsabile del Servizio diocesano per le Cause dei Santi: «Sono emozionato perché la prima Causa di beatificazione che ho seguito è stata proprio quella di don Gnocchi, divenuto beato il 25 ottobre 2009», racconta, avanzando quattro punti in cui riassumere il segno e profezia di don Carlo: «È stato un profeta che disse con chiarezza come si era arrivati alla tragedia “che ci ha travolti”, ossia i tempi della dittature e della guerra  e indicando con coraggio ai giovani la via  della santità. In secondo luogo, don Carlo fu profeta di fiducia, senza scoraggiarsi e scoraggiare mai», come si evidenzia quando scrive: «L’unica ricchezza che possediamo è fare del bene e voler bene: la carità è l’unica che resta».

«È convinto che nascerà un nuovo tipo di umanità perché lui già la vede». Da qui il quarto punto. «La bellezza dell’essere profeta, che significa rimandare a un Oltre che non è solo il futuro umano, ma quello che può indicare unicamente il Signore».

Monsignor Claudio Stercal

Per il teologo monsignor Claudio Stercal, che dedica la sua comunicazione alla profezia di Gnocchi, come intreccio «di intelligenza e fede, illuminazione della coscienza e comprensione della verità, forza e vita», c’è un grande bisogno di tornare a questi principi ispiratori. Specie in una società «dove l’individualismo e il soggettivismo prevalgono rispetto all’impegno nella ricerca di una verità comune, mentre la ricerca della verità, l’esercizio della volontà e l’equilibrio della totalità, sembrano tre degli elementi essenziali per maturare un’autentica esperienza umana e, quindi, per far crescere, a ogni livello, la dimensione sociale e comunitaria».

Giangiacomo Schiavi

La Milano di ieri e di oggi

«Don Gnocchi si è fatto piccolo prendendo tra le braccia la disperazione. Con quel cappello di alpino ha firmato una cambiale con Dio che lo ha accompagnato per tutta la vita – chiosa Giangiacomo Schiavi, giornalista del Corriere della Sera -. Milano in quegli anni era un cimitero ovunque, con piccole luci di speranza come don Carlo che insegnò a bambini che non avevano più niente, nemmeno le gambe, a volare». Il richiamo è al volume del sindaco di allora, Antonio Greppi, dal titolo Risorgeva Milano. «Dentro quella Milano c’era qualcosa che spingeva a uscire, risorgeva la Scala e la Chiesa ambrosiana si caricava sulle spalle, letteralmente, la Milano della sofferenza e dell’emergenza, con uno sguardo lungo e illuminato, capendo che era necessaria anche una ricostruzione umana delle persone. Noi abbiamo bisogno, oggi come ieri, di esempi e guide di fronte alla metropoli che cresce, quella dei ricchi e dei grattacieli, dei 90 mila euro di reddito medio annuo in centro, mentre a Quarto Oggiaro non si arriva a 19 mila. Renzo Piano dice che l’architettura è l’arte di costruire ripari per la gente: in questo senso don Carlo, che ci insegna a non lasciare indietro nessuno, è stato un grandissimo architetto», scandisce Schiavi tra gli applausi.

Infine, la neuropsichiatra infantile Anna Cavallini illustra l’impegno della Fondazione in riferimento all’attualità del pensiero del Beato «che si ritrova all’interno della legge sulla disabilità con il decreto legislativo n. 62/2024», che prevede la sua entrata in vigore integrale e per tutto il territorio nazionale a partire dal 1° gennaio 2027.

Don Vincenzo Barbante

L’impegno della Fondazione

A chiudere l’assise, in cui viene donato a tutti i presenti il volume-intervista del giornalista Francesco Anfossi a don Enzo Barbante, presidente della Fondazione, è quest’ultimo: «Anche oggi viviamo tempi complessi da leggere con intelligenza, tempi, non molto diversi da quelli di don Gnocchi, impegnativi e senza risorse, per cui don Carlo non ebbe paura di tentare di smuovere tutti, dalla società alla politica. Ho imparato da lui che bisogna credere nella Provvidenza, creando comunione e cercando di fare incontrare mondi diversi. E facendo tutto questo con lo spirito di essere fratello e pastore nello stesso tempo, come emerge da Cristo con gli Alpini. Abbiamo una responsabilità e dobbiamo essere consapevoli, noi persone di fede, dello scandalo che rischiamo di fronte alla sofferenza. Dobbiamo cambiare l’immagine culturale della nostra società, quella della segregazione che, in fondo, non amiamo. Oggi la Fondazione, attraverso la sua esperienza e l’impegno di 6500 persone, tenta di portare avanti tutto questo».

Un momento del convegno

 

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