Draghi ha l’unico vero piano per l’Europa, ma non il potere per applicarlo

Maggio 16, 2026 - 05:32
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Draghi ha l’unico vero piano per l’Europa, ma non il potere per applicarlo

L’elefante nella stanza dell’Unione europea è italiano e si chiama Mario Draghi. Non esiste oggi un politico che goda della stessa reputazione e autorevolezza dell’ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano. E non esiste neppure un leader che negli ultimi anni abbia esposto con altrettanta chiarezza una visione organica su come uscire dalla stagnazione economica, industriale e geopolitica in cui l’Europa si trova. Draghi ha le idee, ma non ancora un ruolo politico per implementarle.

Da quando è terminato il suo mandato a Palazzo Chigi, nell’ottobre del 2022, Draghi ha disseminato il suo pensiero in una serie di interventi pubblici tra conferenze, meeting, audizioni, lauree honoris causa e altri discorsi sparsi qua e là nelle città europee. Insieme formano una sorta di manifesto politico sull’Europa del futuro. L’idea di fondo è semplice e radicale: il modello economico europeo costruito dopo la Guerra Fredda è finito e l’Unione deve trasformarsi rapidamente se vuole restare prospera, libera e autonoma.

Nel rapporto sulla competitività presentato al Parlamento europeo nel settembre 2024, Draghi ha spiegato che l’Unione è particolarmente esposta alle crisi globali perché è più aperta delle altre grandi economie, dipende da pochi fornitori per molte materie prime strategiche e paga energia più cara rispetto ai suoi concorrenti. Le imprese europee affrontano prezzi dell’elettricità fino a tre volte superiori a quelli statunitensi e il continente conta appena quattro aziende tecnologiche tra le cinquanta più grandi del mondo.

Per Draghi il problema non è soltanto economico. Se la crescita rimane debole, l’Europa rischia progressivamente di perdere anche libertà politica e capacità di scelta. Nel suo rapporto scrive che senza maggiore prosperità l’Unione non potrà mantenere insieme tre obiettivi fondamentali: leadership tecnologica, transizione climatica e autonomia strategica. Il modello europeo di welfare, democrazia e redistribuzione dipende direttamente dalla capacità di tornare a crescere.

Il primo pilastro della sua strategia riguarda l’innovazione. L’Europa ha accumulato un enorme ritardo tecnologico rispetto a Stati Uniti e Cina. Le aziende europee investono circa duecentosettanta miliardi di euro in meno all’anno in ricerca e sviluppo rispetto alle imprese americane e il continente fatica a trasformare le scoperte scientifiche in imprese di successo. Draghi sostiene che questo dipenda soprattutto dalla frammentazione del mercato interno e dei capitali. Le startup che vogliono crescere rapidamente trovano più facile farlo negli Stati Uniti, dove possono accedere a un mercato unico di grandi dimensioni e a capitali di rischio molto più abbondanti. Per questo Draghi propone una profonda integrazione dei mercati f inanziari europei e la creazione di uno statuto europeo per le imprese innovative capace di farle operare senza barriere in tutta l’Unione.

Draghi insiste spesso su un paradosso europeo emerso negli ultimi anni, dopo l’approvazione del Green Deal: la decarbonizzazione è necessaria e inevitabile, ma rischia di diventare insostenibile se non riduce rapidamente i costi dell’energia. Oggi le industrie europee pagano gas fino a quattro volte rispetto agli Stati Uniti e questo riduce gli investimenti industriali. Nei suoi discorsi propone una vera Unione dell’energia: grandi investimenti nelle reti elettriche europee, maggiore integrazione dei mercati, acquisti comuni di gas e un sistema di prezzi che permetta alle imprese di beneficiare più rapidamente dell’energia rinnovabile. Senza queste riforme, avverte, la transizione verde rischia di accelerare la deindustrializzazione del continente.

Draghi insiste spesso su un paradosso europeo emerso negli ultimi anni, dopo l’approvazione del Green Deal: la decarbonizzazione è necessaria e inevitabile, ma rischia di diventare insostenibile se non riduce rapidamente i costi dell’energia. Oggi le industrie europee pagano gas fino a quattro volte rispetto agli Stati Uniti e questo riduce gli investimenti industriali. Nei suoi discorsi propone una vera Unione dell’energia: grandi investimenti nelle reti elettriche europee, maggiore integrazione dei mercati, acquisti comuni di gas e un sistema di prezzi che permetta alle imprese di beneficiare più rapidamente dell’energia rinnovabile. Senza queste riforme, avverte, la transizione verde rischia di accelerare la deindustrializzazione del continente.

Per decenni l’Europa ha potuto separare economia e geopolitica, contando su energia russa a basso costo, commercio globale aperto e protezione militare americana. Oggi questo equilibrio è finito. Draghi lo ha ripetuto spesso nei suoi interventi pubblici: le dipendenze economiche sono diventate strumenti di pressione politica. L’ex presidente del Consiglio propone una vera politica economica estera europea capace di coordinare accordi commerciali, investimenti e catene di approvvigionamento per ridurre le vulnerabilità strategiche.

Draghi sostiene che molte industrie europee restano troppo frammentate per competere con i giganti americani e cinesi. Nel settore della difesa, per esempio, l’Europa spende complessivamente molto ma lo fa attraverso sistemi nazionali separati e poco interoperabili. Lo stesso vale per telecomunicazioni, spazio e tecnologie avanzate. L’ex presidente della Bce propone di favorire fusioni industriali europee, coordinare la domanda pubblica e concentrare gli investimenti su pochi grandi progetti continentali. L’obiettivo è sfruttare finalmente la dimensione economica dell’Unione come fanno gli Stati Uniti o la Cina.

Tutte queste idee hanno un filo rosso comune: unione, unione, unione. Non a caso il tema ricorrente della dottrina Draghi è il completamento del mercato unico. Nonostante quasi quarant’anni di integrazione economica, il mercato interno europeo resta pieno di barriere invisibili tra Stati membri. Draghi cita spesso una stima del Fondo monetario internazionale secondo cui queste barriere equivalgono a dazi interni del quarantacinque per cento nel manifatturiero e oltre il cento per cento nei servizi. Nei suoi interventi insiste sul fatto che rimuovere questi ostacoli avrebbe un effetto enorme sulla produttività europea e permetterebbe alle imprese di raggiungere dimensioni globali. Ci fidiamo.

La trasformazione economica che Draghi immagina richiede cifre enormi. Secondo le stime citate nei suoi interventi, l’Europa dovrà investire circa milleduecento miliardi di euro l’anno per sostenere transizione digitale, difesa e decarbonizzazione. Una parte di queste risorse potrà venire dal settore privato, ma Draghi insiste sulla necessità di strumenti comuni europei. In diversi discorsi ha difeso l’idea di debito comune per finanziare beni pubblici europei, sul modello del programma Next Generation Eu lanciato durante la pandemia. «Il debito buono è quando si danno risorse a una società, in modo che questa riesca a fare riforme tali da diventare autonoma, e iniziare a volare con le proprie ali. Il debito cattivo è fatto di quei sussidi che vengono erogati senza che ci sia un piano industriale», spiegò in modo cristallino nel 2021, durante un discorso all’Accademia dei Lincei. Cinque anni dopo abbiamo ancora bisogno del debito buono per far ripartire l’Europa.

Infine c’è la dimensione istituzionale, che per chi segue da vicino l’evoluzione del pensiero di Draghi negli ultimi anni rappresenta probabilmente il passaggio più politico della sua riflessione. Negli ultimi discorsi è diventato sempre più esplicito: l’Europa potrà attuare queste politiche soltanto se supererà la sua attuale struttura confederale. In molti settori decisivi, dalla politica industriale alla difesa, l’Unione funziona ancora come un sistema di Stati che cooperano ma mantengono il veto. Per diventare davvero un attore geopolitico l’Europa deve muoversi verso forme di integrazione più profonde, quello che Draghi ha definito un federalismo pragmatico: integrazione progressiva tra i paesi disposti ad andare avanti più rapidamente.

Draghi avrebbe il profilo quasi ideale per guidare la Commissione europea in una fase di rifondazione dell’Unione, più vicino alla tradizione politica di Jacques Delors che a quella più tecnocratica e amministrativa incarnata da José Manuel Barroso o Jean-Claude Juncker. Non solo per la solidità delle sue proposte economiche, ma per una qualità rara nella politica europea contemporanea: la capacità di tradurre diagnosi tecniche complesse in atti politici riconoscibili.

Draghi non è il grigio tecnocrate in cui molti provano a incasellarlo. Nel corso della sua carriera ha dimostrato più volte di saper cogliere il momento politico e cristallizzarlo in formule semplici e decisive: slogan che funzionano perché dietro, c’è sempre una visione. Non solo il «whatever it takes» pronunciato durante la crisi del debito sovrano quando era alla guida della Banca centrale europea, nel 2012. Basta pensare al viaggio in treno a Kyjiv nel giugno 2022 insieme a Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Quell’immagine è diventata uno dei simboli della diplomazia europea durante la guerra in Ucraina: tre leader europei che attraversano l’Europa orientale per raggiungere la capitale sotto assedio. Durante il suo governo seppe usare formule nette e memorabili, come quando nel pieno della crisi energetica chiese sardonicamente agli italiani: «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?».

Le idee abbondano, la capacità politica è sopraffina, ciò che manca sono le occasioni politiche per poter dettare nuovamente la sua ricca agenda. Il paradosso degli uomini per tutte le stagioni è che raramente sono loro a scegliere la stagione in cui servire l’interesse pubblico. Draghi potrebbe essere il perfetto presidente del Consiglio, o un ottimo presidente della Repubblica, persino un decente presidente del Consiglio europeo. Possiede la statura internazionale, un progetto politico coerente e l’esperienza per realizzarlo. Ma non ha le due cose che nella politica contemporanea demagogica e ruffiana contano spesso più di tutto: una base elettorale e la volontà di sporcarsi le mani per costruirla.

In passato la sua carriera è avanzata quasi sempre attraverso nomine istituzionali nei momenti di crisi. Ed è lo stesso Draghi ad aver voluto finora ritagliarsi questo ruolo super partes di salvatore della patria. Il presidente della Commissione europea, almeno formalmente, è una nomina, fatta dai leader dei ventisette Stati membri dopo le elezioni europee. Quella nomina viene poi ratificata dalla maggioranza dell’Europarlamento. Ma la prossima finestra politica, quella delle europee del 2029, sembra la più sfavorevole per Draghi. Il mandato del presidente francese Emmanuel Macron, uno dei suoi principali sponsor, scadrà nel 2027. Giorgia Meloni, se resterà a Palazzo Chigi, difficilmente appoggerà una f igura che ridimensionerebbe il peso politico del governo italiano. Non a caso non ha appoggiato Draghi neanche per la presidenza della Repubblica. Rimarrebbe solo la Germania tra i grandi elettori: non sappiamo come arriverà la Cdu, ma una parte della politica tedesca continua a vedere con un certo timore l’uomo che da Francoforte varò il quantitative easing.

L’attuale classe dirigente europea è consapevole, molto più di quella italiana, di questo paradosso e della statura politica di Draghi. Non potendo creare le condizioni politiche per portarlo alla guida di una delle istituzioni dell’Unione, Ursula von der Leyen ha provato a ritagliargli un ruolo su misura, nominandolo consigliere speciale della Commissione europea incaricato di elaborare una strategia sulla competitività dell’Unione. Draghi ha accettato il ruolo di super consulente, facendo i compiti a casa. Ha consegnato un rapporto monumentale, pieno di dati, proposte operative e riforme concrete. Ma nei mesi successivi non ha nascosto una crescente frustrazione per l’inerzia politica che ne è seguita. A febbraio 2025, durante un incontro con parlamentari europei, ha pronunciato un’altra frase che come le precedenti ha lasciato il segno, sui giornali e l’opinione pubblica: «You can’t say no to everything. You ask me what’s best to do. I don’t know, but do something». In parole italianissime: fate qualcosa.

La sua voce, del resto, continua a essere richiamata ogni volta che la politica europea si trova davanti a uno stallo. È successo di nuovo il 12 febbraio di quest’anno, quando è stato invitato a partecipare a un ritiro informale dei leader dell’Unione europea al castello di Alden Biesen, in Belgio, convocato dal presidente del Consiglio europeo António Costa per discutere la competitività e il futuro economico del continente. Nel frattempo si avvicina un’altra scadenza istituzionale. Il secondo mandato di Sergio Mattarella al Quirinale terminerà all’inizio del 2029 e non è escluso che il presidente della Repubblica possa lasciare qualche mese prima, come spesso accade nella prassi italiana. Le elezioni europee successive si terranno pochi mesi dopo. In quel passaggio istituzionale molte delle caselle più importanti della politica europea e italiana potrebbero ridisegnarsi. Vedremo se riusciremo a sprecare anche questa occasione.

Quanto scoramento nel constatare che l’Unione europea ha forse la figura più autorevole della sua generazione politica, l’uomo che ha salvato l’euro, guidato l’Italia in una delle fasi più difficili della sua storia recente e che oggi indica con precisione cosa dovrebbe fare il continente. Ma mentre l’Europa continua a discutere cosa fare, Draghi resta in un cantuccio, disponibile, ma inutilizzato. A pensarci, più che un elefante nella stanza è un leone in gabbia

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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