La Spagna sta diventando la porta d’ingresso della Cina nell’Ue

Maggio 16, 2026 - 05:32
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La Spagna sta diventando la porta d’ingresso della Cina nell’Ue

Il vertice tra Xi Jinping e Donald Trump a Pechino rischia di produrre una conseguenza paradossale per l’Europa. Più Washington irrigidisce il proprio mercato contro la sovracapacità industriale cinese, più Pechino ha interesse a consolidare la propria presenza produttiva direttamente dentro l’Unione europea. E tra i grandi Paesi europei, nessuno oggi appare più disponibile della Spagna ad accogliere questo processo.

Il tema è emerso con forza nelle ultime settimane anche nel dibattito americano. Il rischio è che la stretta statunitense sulle auto elettriche cinesi finisca per trasformare l’Europa nel grande spazio di compensazione industriale della Cina. È una dinamica che riguarda soprattutto la produzione EV, le batterie e le supply chain verdi, ma che ha implicazioni molto più ampie: dipendenza tecnologica, leva economica e penetrazione strategica.

In questo quadro, la Spagna sta assumendo un ruolo sempre più centrale. E sempre più controverso. Per anni la Cina ha tentato di costruire influenza politica nell’Unione europea attraverso il formato 17+1, puntando soprattutto sull’Europa centro-orientale. Quel progetto oggi è in gran parte fallito. Dopo la pandemia, la guerra in Ucraina e l’irrigidimento del confronto geopolitico, molti Paesi dell’Est hanno ridotto drasticamente l’entusiasmo verso Pechino. I Baltici sono usciti dal formato, il clima politico europeo è diventato molto più atlantista e il margine di manovra cinese si è ristretto. Ma il fallimento relativo del 17+1 non significa che Pechino abbia rinunciato a sfruttare le differenze interne europee. Ha semplicemente cambiato approccio.

La nuova leva non è più prevalentemente diplomatica. È industriale. La Cina non cerca più soltanto interlocutori politici favorevoli. Cerca Paesi disposti ad assorbire capitale, impianti produttivi, supply chain e presenza tecnologica cinese dentro il mercato unico europeo. E qui entra in gioco la Spagna. Negli ultimi anni il governo di Pedro Sánchez ha progressivamente assunto una posizione molto più aperta verso la Cina rispetto ad altre grandi economie europee. Madrid ha moltiplicato i contatti con Pechino, sostenuto partnership industriali nel settore green e accolto investimenti cinesi in comparti strategici come batterie, auto elettriche e logistica. CATL, Chery, Leapmotor: la lista dei gruppi cinesi che stanno investendo o pianificando produzioni in Spagna continua ad allungarsi. La logica è evidente. Se gli Stati Uniti diventano un mercato sempre più ostile, l’Europa resta il principale spazio occidentale accessibile per l’industria cinese. E produrre direttamente dentro l’Unione europea permette di aggirare dazi, tensioni commerciali e parte delle pressioni geopolitiche.

La Spagna offre esattamente ciò che Pechino cerca: costi relativamente competitivi, necessità di reindustrializzazione e un governo politicamente favorevole all’attrazione di investimenti esteri nel quadro della transizione verde. Il problema è che questa apertura sta assumendo dimensioni che iniziano a sollevare interrogativi non solo economici, ma strategici.

Il caso più emblematico è probabilmente quello della gigafactory CATL-Stellantis in Aragona. Nelle ultime settimane la stampa spagnola ha raccontato una vicenda che, fuori dalla Spagna, ha ricevuto molta meno attenzione di quanto meriterebbe: l’arrivo previsto di circa 2.200 lavoratori cinesi per sostenere l’avvio del progetto industriale. Per una piccola area vicino Saragozza, significa un impatto enorme, quasi una trasformazione demografica improvvisa legata direttamente a un investimento cinese. Ma il dato politicamente più significativo è un altro: il livello di dipendenza operativa e tecnologica incorporato in questi progetti. Perché l’importazione di forza lavoro cinese in numeri così elevati segnala che non si tratta semplicemente di capitale straniero che si integra in un ecosistema europeo. Significa che Pechino tende a esportare interi segmenti della propria struttura industriale: management, know-how, supply chain e personale specializzato. È esattamente questo il punto che preoccupa sempre di più a Bruxelles e in alcune capitali europee.

La questione non riguarda soltanto il commercio. Riguarda il controllo delle filiere industriali della transizione energetica europea. La Cina oggi mantiene un vantaggio strutturale nelle batterie, nella raffinazione di materiali critici e nella produzione EV. Se questa superiorità si traduce non solo in esportazioni ma in radicamento produttivo dentro l’Europa, il rischio è che il continente sviluppi nuove forme di dipendenza strategica proprio mentre cerca di ridurre quelle precedenti, dalla Russia sul gas agli Stati Uniti sulla sicurezza.

Ed è qui che il dibattito europeo si divide sempre più nettamente. Da una parte ci sono Francia e parte della Commissione europea, che vedono nella sovracapacità industriale cinese un rischio strategico e spingono per misure difensive più aggressive. Dall’altra emergono Paesi che considerano inevitabile, o persino desiderabile, una maggiore integrazione industriale con la Cina, soprattutto per accelerare la transizione verde a costi più bassi. La Spagna si sta collocando sempre più chiaramente in questo secondo gruppo.

Questo non significa che Madrid sia diventata un alleato geopolitico di Pechino nel senso ungherese del termine. La Spagna resta pienamente dentro il quadro euro-atlantico, sostiene le posizioni comuni europee e non ha sviluppato il rapporto ideologico con la Cina che caratterizza il modello Orbán. Ma proprio questa distinzione rischia di rendere il caso spagnolo ancora più importante.

Perché il punto non è la nascita di governi apertamente filo-cinesi dentro l’Unione. Il punto è la normalizzazione di una dipendenza industriale crescente dalla Cina all’interno delle principali economie europee, presentata come semplice pragmatismo economico. In questo senso, la Spagna potrebbe diventare qualcosa di più sofisticato di un “cavallo di Troia” politico. Potrebbe diventare il laboratorio di una penetrazione industriale cinese molto più difficile da contrastare, perché integrata nella stessa transizione verde europea.

Ed è probabilmente questa la vera implicazione strategica del summit Xi–Trump. Più si irrigidisce il confronto tra Washington e Pechino, più l’Europa rischia di trasformarsi nel terreno dove la Cina consolida indirettamente la propria presenza industriale nel mondo occidentale. E oggi, più di ogni altro grande Paese europeo, è la Spagna il punto in cui questa dinamica sta diventando visibile.

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