È l’aratro dell’AfD che traccia il solco, è di Putin la spada che lo difende

01 Ottobre 2026 - 10:20
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È l’aratro dell’AfD che traccia il solco, è di Putin la spada che lo difende

L’Europa potrebbe perdere la propria indipendenza senza che nessuno ne decreti la fine. Basterebbe che nei suoi maggiori paesi andassero al governo partiti decisi a recuperare, ciascuno per sé, la sovranità nazionale. Alla fine dell’operazione avremmo molte sovranità proclamate e pochissimo potere per esercitarle. Un piccolo laboratorio di questo futuro è il forum economico Russia-Stati Uniti-Germania che Kirill Dmitriev, inviato di Putin e capo del Fondo russo per gli investimenti diretti, ha proposto per il 2027 con la partecipazione dell’AfD. Il vicecapogruppo al Bundestag Markus Frohnmaier lo ha incontrato a San Pietroburgo a giugno, insieme al capo di Gazprom, e ha rilanciato l’idea di rimettere in funzione Nord Stream.

La partecipazione americana non è confermata: siamo davanti a un progetto politico, non a un accordo fra governi. Ma il tavolo immaginato dice già molto. C’è la Russia, ci sarebbero gli Stati Uniti, e la Germania ambisce a esserci. L’Unione europea non compare. L’Ucraina neppure. Lo scrittore filorusso, ammiratore di Spengler, Dugin e Trump, Constantin von Hoffmeister legge questa prospettiva attraverso Evola: «Julius Evola sosteneva che la vita economica dovesse rimanere subordinata a principi politici e civilizzatori superiori. Cosa avrebbe pensato del fatto che i legami energetici della Germania con la Russia siano diventati una prova del suo ruolo tra Mosca e Washington».

Lasciamo la genealogia filosofica a chi la trova utile e guardiamo la geografia del potere: alcuni paesi trattano, gli altri diventano materia della trattativa. Il patriottismo dei maggiori si esercita a spese della sovranità dei minori. La promessa rivolta ai tedeschi è semplice: torneranno il gas, gli affari, la competitività industriale. Ma Dmitriev e il suo fondo sono colpiti da sanzioni, e l’Unione ha deciso di uscire dal gas russo. Per realizzare quel programma occorrerebbe cambiare la politica europea. La conferenza commerciale contiene dunque un’ambizione assai più grande: costruire un’alternativa all’Europa che ha scelto di sostenere la resistenza ucraina.

Immaginiamo allora, come ipotesi, una Germania governata dall’AfD, una Francia guidata dal Rassemblement national e un’Italia nella quale Vannacci possa dettare le condizioni della maggioranza. Non servirebbe sciogliere l’Unione. Si potrebbero conservare bandiere, palazzi e vertici, svuotando progressivamente la capacità di decidere insieme. Gli aiuti a Kyjiv diventerebbero oggetto di contrattazione permanente; la difesa comune si disperderebbe in accordi nazionali; ogni capitale cercherebbe un trattamento privilegiato a Washington e a Mosca. Naturalmente queste destre non hanno una politica estera identica. Marine Le Pen e Jordan Bardella hanno appena condannato le operazioni ibride russe e dichiarato che la Francia non deve favorire gli obiettivi di guerra di Mosca.

Nello stesso comunicato rivendicano però un dibattito sulle sanzioni e sulle condizioni degli aiuti all’Ucraina. Quanta forza avrebbe la fermezza proclamata se venissero indeboliti gli strumenti per esercitarla? In Italia il caso è il più delicato, perché riguarda la maggioranza che governa. Roberto Vannacci oggi è fuori dalla coalizione, con il suo Futuro Nazionale, ma potrebbe entrarci o diventarne il socio indispensabile. Una forza necessaria alla maggioranza può trasformare la propria politica estera nel prezzo della sopravvivenza del governo. Succede già a sinistra, con il Movimento cinquestelle di Giuseppe Conte. Vannacci chiede di riprendere i rapporti economici con Mosca e si oppone al sostegno a Kyjiv: è esattamente il fronte di pressione che potrebbe aprirsi sulla linea seguita da Meloni.

Un’inchiesta del Financial Times, ripresa dalla stampa italiana, lo descrive come un possibile cavallo di Troia della Russia, e la stessa maggioranza ne discute con inquietudine. L’Austria offre un altro tassello. La FPÖ ha ottenuto il 28,8 per cento alle elezioni del 2024 ed è all’opposizione, ma i sondaggi la danno in forte ascesa, tra il 36 e il 38 per cento. Herbert Kickl, il suo leader, accusa l’Unione di alimentare la guerra; il suo partito difende il veto nazionale come presidio irrinunciabile della sovranità. Le due posizioni si completano: contestare la risposta europea alla Russia e conservare il potere di bloccarla. Per Mosca, un’Europa paralizzata sarebbe già un risultato strategico, anche senza un’Europa interamente filorussa.

I Democratici Svedesi sono diversi: hanno sostenuto l’ingresso nella Nato e gli aiuti all’Ucraina. Inoltre, alle elezioni di settembre sono arretrati dal 20,5 al 17,5 per cento: l’ascesa delle destre radicali non è una legge della storia. Nel Nord Europa, la minaccia russa ha contribuito a costruire un consenso sulla difesa che attraversa gli schieramenti. Questa differenza chiarisce il criterio con cui giudicare i partiti: quali dipendenze vogliono ricostruire, quali capacità comuni intendono sviluppare, quali aggressioni sono disposti a contrastare. La solidarietà nazionalista incontra presto il confine degli interessi nazionali. Il ritorno tedesco al gas russo sarebbe presentato a Berlino come un successo; i paesi più esposti a Mosca avrebbero buone ragioni per considerarlo una minaccia. Su queste fratture lavora il Cremlino.

Esistono strumenti documentati: nel sanzionare Voice of Europe, il Consiglio dell’Ue ha descritto una piattaforma utilizzata per finanziare propagandisti e costruire una rete d’influenza su esponenti dei partiti europei. Accanto alle operazioni occulte c’è l’offerta pubblica degli affari: abbandonate la politica comune e torneranno i vantaggi economici. Il forum proposto all’AfD rende visibile questa seconda possibilità. Non occorre che tutti rispondano a un’unica regia. Possono bastare ambizioni convergenti e governi convinti di guadagnare qualcosa separandosi dagli altri. Ciascuno immagina di diventare l’interlocutore privilegiato della grande potenza. Tutti contribuiscono a ridurre il peso con cui gli europei potrebbero negoziare insieme.

È questo il futuro da discutere prima che si presenti come un fatto compiuto. Un’Europa nella quale Berlino contratta il gas, Parigi rivendica la propria eccezione e Roma cerca protezione avrebbe ancora molte bandiere. E avrebbe sempre meno voce. L’Europa delle patrie rischia di diventare l’Europa delle patrie altrui.

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