Milano ha il potere per imporre un patto pubblico ai data center

A Rho, in via Moscova, dove per anni sono rimasti vuoti gli stabilimenti dell’ex Nilit e dell’ex Radici, sorgerà un data center. La giunta ha adottato il piano attuativo ad agosto e il Comune incasserà circa 5,6 milioni di euro da destinare a servizi pubblici, verde e interventi ambientali, per almeno un terzo nei quartieri più vicini all’impianto. A Pieve Emanuele, poche settimane fa, il sindaco ha dovuto chiarire ai cittadini che nessuno dei due progetti ipotizzati in città era stato ancora approvato. Sono due cronache locali. Insieme raccontano una storia sola. Il cloud non sta in cielo. Ha un indirizzo, un allacciamento alla rete elettrica, un impianto di raffreddamento e dei vicini di casa.
Questa storia, a Milano, ha dimensioni che nessun’altra città italiana conosce. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, l’area milanese concentra il 68 per cento della potenza installata nel Paese, 414 megawatt, e punta a superare il gigawatt entro il 2028. Non è un’invasione e conviene dirlo con i numeri. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato circa 5,8 terawattora, l’1,9 per cento dell’elettricità nazionale. Il problema non è il presente. È la traiettoria: secondo gli scenari dello stesso Osservatorio, entro il 2035 la quota potrebbe salire tra il 7 e il 13 per cento. E quell’energia passa dalla stessa rete che alimenta case e imprese. Quando le stazioni della rete ad alta e altissima tensione si saturano, il gestore deve anticipare investimenti che, secondo le regole tariffarie, vengono recuperati attraverso le bollette di tutti. Gli allacciamenti, intanto, richiedono anni. Decidere quali impianti allacciare prima, e dove, è quindi una scelta di priorità, anche quando nessuno la dichiara.
I data center sono necessari: ogni servizio digitale che usiamo, compresi quelli pubblici di cui abbiamo parlato in questa serie, ha bisogno di calcolo che sta da qualche parte. Ma necessari non significa gratuiti. Consumano energia, acqua e suolo, e il calore che producono oggi viene quasi sempre disperso nell’aria.
La Lombardia è stata la prima regione a darsi una legge organica sul tema. La legge regionale 11 del 2026 esclude l’uso di acqua potabile o irrigua per il raffreddamento, favorisce l’insediamento nelle aree dismesse e da rigenerare e promuove il recupero del calore anche attraverso il teleriscaldamento. Chi rispetta le priorità ottiene tempi più brevi, precedenza nei bandi e uno sconto tra il 10 e il 30 per cento sul contributo di costruzione. Le delibere attuative sono state pubblicate il 28 agosto e dal primo settembre le domande possono essere presentate. È un inizio per un percorso ancora tutto da tracciare.
Vediamone il limite, che però ne governa la logica. Sull’acqua vieta, sul resto premia. Non chiede. Il recupero del calore non è obbligatorio: per i progetti maggiori è richiesto uno studio di fattibilità quando il recupero è previsto. Le compensazioni restano in gran parte somme una tantum, come i 5,6 milioni di Rho, preziose ma chiuse il giorno in cui vengono versate. E soprattutto la legge ragiona in termini ambientali e urbanistici. Non si chiede che cosa un’infrastruttura digitale debba restituire in termini digitali alla comunità che la ospita.
Il quadro di iniziative e investimenti che si delinea è più grande di quanto può essere governato dai poteri assegnati al singolo comune. È una delle ragioni strutturali che determinano l’esigenza di avere un vero governo della grande Milano. È la crescita economica stessa che annulla i confini amministrativi e ne disegna di nuovi. Sono questi che chiedono un nuovo livello amministrativo di governo.
È qui che Milano, intesa come la grande Milano, ha un potere che non usa. Una città che concentra due terzi della potenza di calcolo del Paese deve competere ancora per attrarre investimenti, ma non da una posizione debole. Gli operatori vengono qui perché qui ci sono la rete, la fibra, i clienti e le competenze. Chi ha creato questa rete di opportunità non dovrebbe presentarsi al tavolo come chi chiede un favore.
La proposta è un patto di insediamento, uguale per tutta l’area metropolitana, costruito su cinque restituzioni. La prima è il calore. Dove esiste o è pianificata una rete di teleriscaldamento a distanza ragionevole, il recupero non è un premio: è una condizione, con obiettivi misurabili e verificati ogni anno. Un’avvertenza tecnica: il calore di molti impianti esce a bassa temperatura, e per immetterlo nelle reti tradizionali servono pompe di calore che consumano a loro volta elettricità. L’obbligo vale quindi dove il recupero è tecnicamente compatibile, e chi lo rende tale va premiato.
La seconda è l’acqua. In Lombardia il divieto di prelievi potabili e irrigui è già legge. Il patto può alzare l’asticella sulla verifica: misure pubbliche e controllate di tutti i prelievi, compresa l’acqua di falda non potabile. La terza è il suolo. Le aree dismesse sono la priorità, e un campo agricolo resta l’eccezione da motivare, non l’opzione più economica.
La quarta restituzione è la più semplice e la più trascurata: i dati. Oggi mancano dati pubblici sui consumi effettivi dei singoli impianti, e le comunicazioni previste dalle regole europee sono pubbliche solo in forma aggregata per Paese. Chi si insedia a Milano deve pubblicare ogni anno, impianto per impianto, energia consumata, acqua prelevata, calore recuperato e ceduto. È lo stesso principio che abbiamo proposto per i servizi pubblici: il dato come collaudo. Un’infrastruttura che chiede di essere considerata strategica deve accettare di essere misurata.
La quinta restituzione è la vera novità, e va formulata con precisione. I data center non sono solo una fabbrica di produzione. Chi gestisce un data center spesso non vende calcolo: affitta spazio, energia e raffreddamento a clienti, dai grandi fornitori di servizi cloud alle imprese, che vi installano le proprie macchine. Chiedere calcolo a un operatore infrastrutturale sarebbe tecnicamente ingenuo. Il patto deve quindi distinguere. All’operatore infrastrutturale si chiede ciò che possiede: una riserva di spazio e di allacciamento per usi pubblici, oppure un contributo a un fondo per la digitalizzazione civica. Ai fornitori di servizi cloud che si insediano grazie a quell’infrastruttura si chiede un accordo quadro con Comune, università e mutualità dei dati, con prestazioni, disponibilità e tariffe calmierate definite per contratto. Più che una quota fisica di macchine, conta un servizio garantito. Per chi investe centinaia di milioni è una frazione marginale. Per la città è una leva, e riduce il costo per la costruzione di un’intelligenza artificiale pubblica, come vedremo parlando del suo modello economico.
Il patto deve prevedere anche la sicurezza. Se da queste infrastrutture dipendono servizi pubblici, università e imprese, la loro continuità riguarda tutta la città. Agli operatori vanno chiesti protezione fisica e informatica, piani di emergenza e prove periodiche della capacità di mantenere o ripristinare i servizi. Alle istituzioni spetta coordinare la prevenzione e il contrasto dei sabotaggi, qualunque ne sia la motivazione. Contestare un insediamento è un diritto. Danneggiarlo significa mettere a rischio anche i servizi di chi non ha scelto di subirne le conseguenze. E rendere pubblici i consumi non richiede di esporre i dettagli tecnici che potrebbero facilitare un attacco. C’è poi un rovescio della forza negoziale della grande Milano: la stessa concentrazione che la rende rilevante rende più grave un’interruzione. Per i servizi essenziali il patto deve chiedere alternative operative fuori dall’area che un guasto o un attacco potrebbe colpire.
C’è poi una clausola che chi legge bilanci per mestiere considera ovvia e che nel dibattito pubblico non compare quasi mai: garanzie per il giorno in cui l’impianto chiude. Il mercato dell’intelligenza artificiale corre su valutazioni che molti considerano da bolla. Una parte dei progetti annunciati non verrà mai costruita. Una parte di quelli costruiti potrebbe restare mezza vuota. L’infrastruttura, a differenza dei modelli, sopravvive ai fallimenti e passa di mano. Ma il territorio non deve restare con un edificio abbandonato e un sito da bonificare. Una garanzia finanziaria per la dismissione e il ripristino, proporzionata all’impianto, costa poco a chi è solido. E protegge chi resta. Se un territorio ospita due terzi della potenza di calcolo del Paese, perché non dovrebbe usarne una parte per sé?
In attesa di una legge che definisca un nuovo governo elettivo per la città metropolitana, già oggi è possibile agire. La Città metropolitana, anche nella sua governance attuale, può promuovere accordi territoriali sovracomunali, come previsto dalla legge regionale.
È un punto decisivo, perché il rischio più concreto non è l’arroganza degli operatori. È la gara al ribasso tra Comuni vicini, ciascuno tentato di offrire condizioni più morbide del confinante pur di incassare oneri e investimenti. Se rimane solo un problema urbanistico e di incasso, si perde l’occasione per dare al territorio il vero ritorno che i dati e l’intelligenza artificiale possono dare alle comunità. Un patto uguale per tutta l’area metropolitana toglie quel ricatto. E i Comuni, che la legge chiama a individuare le aree idonee entro un anno dalla sua entrata in vigore, hanno ora la finestra giusta per scriverlo.
Ogni riforma vera ha dei perdenti, e anche questa li ha. Perdono gli speculatori della connessione. Nel 2025, secondo l’Osservatorio del Politecnico, le richieste di allacciamento all’alta tensione per nuovi data center sono state cento volte superiori alla capacità realmente installata. Un patto con obblighi precisi scoraggia chi prenota la rete per rivendere il progetto. Perdono gli operatori che vogliono gli incentivi senza gli impegni. E perde l’idea che un territorio debba ringraziare chi lo sceglie, invece di negoziare con lui da pari a pari.
C’è infine un filo che lega questo pezzo a tutti gli altri. Il calore recuperato da un data center può arrivare, attraverso la rete di teleriscaldamento, nei caseggiati in cui la povertà energetica si concentra, quelli che una città che sa prima è in grado di individuare. La capacità di calcolo riservata alimenta i servizi di welfare proattivo e di prevenzione. I dati sui consumi permettono di governare l’energia e l’acqua di tutta l’area. Tutto si tiene, o niente regge: un’infrastruttura digitale che non restituisce nulla al territorio è soltanto un capannone molto caro, con una bolletta molto alta. Il cloud non sta in cielo. Sta alle porte di Milano, consuma la nostra elettricità e scalda l’aria sopra i nostri tetti. È ora che scaldi anche le nostre case e contribuisca alla costruzione della rete pubblica dei dati.
Quarto di una serie di articoli. Qui il primo, il secondo e il terzo.
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