È Meloni l’unica vera riforma del governo
Tutte le questioni complicatissime e noiosissime della legge elettorale “mutilata” delle preferenze, della nascosta ma vistosa crepa nella maggioranza parlamentare, che è un colpo duro anche se non definitivo alla capacità di guida politica della presidente del Consiglio; tutta la questione dell’eventuale anticipo elettorale e del tipo di campagna elettorale che potrebbe profilarsi, con un centrosinistra fortemente condizionato da una piattaforma demagogica, ingenuamente o furbescamente pacifista in politica estera e di sicurezza, con la rappresentazione di un paese che non c’è, un’Italia in ginocchio prostrata da una destra di governo imbelle, che fabbrica armi e distrugge la sanità pubblica, tutto questo alla fine può mettere capo a un riflusso culturale e di sistema molto preoccupante. Se si aggiunga la rinascita di un nucleo di destra militante, con il crisma della novità e dell’origine nell’esercito italiano, insomma il vannaccismo, un fenomeno di sfida politica a Meloni e al suo modo di essere, di governare, di aderire al mainstream europeo con le sue caratteristiche, il rischio è che Meloni abbandoni gli equilibri costruiti in quattro anni e sia indotta a costruire un perimetro di difesa che abolisce la stessa novità da lei rappresentata. Non il mondo al contrario ma Meloni al contrario. L’unica riforma fatta sul serio da Meloni è Meloni stessa. Un miracolo che la base democratica del sistema italiano si sia allargata a una destra che era fuori dalla convenzione costituzionale, ammalata di nostalgia, su posizioni che oggi sono relegate a Vannacci e Alemanno.
Dopo la scomparsa dei partiti storici costituzionali, abbiamo filtrato e assorbito tutto, dal fenomeno Berlusconi, di cui spesso si ricordano le stravaganze ma non la sostanza, la nascita per suo tramite dell’alternanza di governo, ai governi tecnici, ai grillini, al salvinismo, al parlamentarismo spinto di coalizioni di partiti che non avevano legittimazione elettorale diretta, fino a questi ultimi quattro anni in cui Meloni ha europeizzato e reso presentabile un piccolo partito, esploso elettoralmente dopo un ciclo lungo di opposizione vocalizzante e demagogica. Che le opposizioni cerchino di mandarla a casa e di sostituirla è la regola, e che la controllino con severità e tenacia in parlamento e nel paese, aprendo varchi e inferendo i loro colpi, fa parte del gioco, è una buona cosa. Ma se prevalesse la tenaglia tra putinismi di destra e di sinistra, se avanzasse un assalto demagogico privo di una seria caratura politica, e ideologicamente sospetto non meno di quanto lo è stata e in parte è ancora la classe dirigente della destra alla guida del governo, il risultato sarebbe quello di costringere Meloni, alla caccia del consenso perduto, in un ruolo che è l’opposto di quello che ha cercato di incarnare in questi quattro anni.
Già non è andata a Parigi con Mattarella, a celebrare un 14 luglio costruito come una barriera di difesa e contrattacco dell’Unione verso le ambizioni smisurate e aggressive della Russia di Putin, brutto segno la paura dello schiamazzo pubblico ostile all’impegno solidale con l’Ucraina. Se Schlein non riuscisse a guidare la coalizione di centrosinistra nel segno di una contrapposizione di lotta e di programma chiara e forte, ma anche di un reciproco riconoscimento di valore, e con una posizione convergente sui grandi temi della guerra alla guerra e dunque di una pace non intesa come resa a discrezione, che è la posizione dei suoi alleati e della destra antimeloniana, il risultato sarebbe pessimo. L’alternativa, legittima, si tingerebbe di una colorazione rossobruna inquietante, e il prezzo da pagare sarebbe una marcia indietro della destra di governo sul piano dell’emendazione di sé stessa dalle follie parolaie della stagione dell’opposizione. Magari non succederà, se il fenomeno di europeizzazione si dovesse rivelare irreversibile, com’è sperabile, ma sarebbe nell’interesse comune di questo paese e del suo sistema politico il regresso della destra di governo ai toni e ai modi e alle politiche di quando era all’opposizione?
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