Ecco cosa cambia per i partiti con la nuova legge elettorale. Domani il voto finale

07 Ottobre 2026 - 16:25
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La riforma elettorale è arrivata alle battute finali. Oggi la Camera ha approvato con 228 voti favorevoli, 144 contrari e 3 astensioni la terza e ultima questione di fiducia posta dal governo sullo Stabilicum. Il voto riguardava l’articolo 3 del provvedimento; nella stessa giornata l’Aula è stata chiamata a esaminare anche l’articolo 8, relativo all’estensione del voto fuori sede ai caregiver familiari. Domani si svolgerà il passaggio decisivo: la Camera voterà definitivamente la legge a scrutinio segreto, non prima delle 12.30.

Lo Stabilicum, dunque, si prepara a entrare in vigore, salvo stravolgimenti. Le opposizioni e diversi comitati di costituzionalisti sono già all'opera per portare la faccenda sotto gli occhi della Corte costituzionale. Se però la Consulta non intervenisse in nessun modo, la legge elettorale rimarebbe quella votata oggi. Ecco, dunque, un elenco di tutte le conseguenze che i partiti (grandi o piccoli che siano) sarebbero chiamati a fronteggiare prima di arrivare alle urne.

Il candidato premier

Ogni lista o coalizione dovrà indicare il nome del candidato che intende proporre per la presidenza del Consiglio all'interno del programma elettorale da depositare al Viminale. Gli elettori, dunque, non sceglierebbero soltanto una lista, ma anche  la leadership associata a quella lista o coalizione. I partiti saranno quindi costretti a definire prima del voto chi dovrebbe guidare il governo, evitando di rinviare completamente la decisione al dopo-elezioni. La norma è tra le più contestate sul piano costituzionale perché, dicono i critici, cambia surrettiziamente la forma di governo, trasformando l'Italia in un premierato di fatto (un sistema in cui con il voto si sceglie non solo il Parlamento ma anche il premier), e ledendo i poteri del Presidente della Repubblica. Per arginare questa critica la legge ha espressamente indicato che il nome che le coalizioni presenteranno è puramente indicativo e che il potere di incarico resta dunque nelle mani del Quirinale. I dubbi costituzionali comunque li fugherà la Consulta, ma intanto la norma ha un enorme effetto sulle coalizioni. 

Ovviamente non per il centrodestra che non farà fatica a scrivere Giorgia Meloni in cima al suo programma. Per il campo largo, invece, la questione appare complessa. Dovendo indicare il candidato premier prima del voto, Pd, M5s, Avs e gli altri dovranno decidre prima il candidato di tutti e non, ad esempio, dire che il leader sarà quello del partito più votato. Da qui la necessità delle primarie sulle quali infatti, Giuseppe Conte, leader del secondo partito del centrosinistra, il M5s, chiede di accelerare. Mentre Elly Schlein chiede di aspettare e indire i gazebo al ridosso del voto anche perché spera che arrivi prima la tagliola della Consulta sulla norma, rendendo di fatto le primarie non necessarie.

Il premio di maggioranza

Il premio di maggioranza della nuova legge elettorale scatterebbe soltanto se una coalizione superasse il 42 per cento dei voti. In quel caso la coalizione otterrebbe 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, fino a un massimo di 220 deputati e 113 senatori. Il premio potrebbe quindi portare la coalizione vincente a una maggioranza parlamentare molto ampia. Se nessuna coalizione supera il 42 per cento, invece, i seggi vengono distribuiti con il sistema proporzionale previsto dalla legge. Anche una coalizione arrivata prima potrebbe quindi non disporre dei numeri necessari per governare.

Si tratta di una soglia piuttosto alta e, secondo le rilevazioni disponibili, le coalizioni si collocano spesso al di sotto di quel livello. Il centrodestra, senza l’apporto di Futuro Nazionale, è stato stimato intorno al 39-40 per cento, mentre il centrosinistra potrebbe superare il 42 per cento soltanto in una configurazione più larga, comprendente tutte forze centriste. Insomma, il rischio pareggio c'è eccome. Anche per questo potrebbe essere determinante l'orientamento del voto centrista. Gli elettori riformisti di centrosinistre preferiranno votare i partiti di centro che si collocano dentro il campo largo (Iv, Più Europa, Progetto civico e Più Uno) o quelli che restano fuori (Azione, Partito liberal democratico, Spazio pubblico)? Inoltre, questo giornale lo ha scritto la scorsa settimana, se nessuna coalizione fosse in grado di raggiungere la soglia non è escluso che il M5s possa decidere di correre da solo, fuori dal campo largo Infatti, la legge elettorale che sta per essere abrogata, il Rosatellum, prevedeva come componente maggioritaria (in alternativa al premio di maggioranza) una componente di seggi assegnati attraverso i collegi uninominali - dove si sfidano singoli candidati per un seggio - spingendo i partiti a restare in coalizione (anche se nel 2022 il centrosinistra si spaccò lo stesso), lo Stabilicum senza una coalizione che raggiunge la soglia che dà accesso al premio di maggioranza, invece, è un proporzionale puro. Normale dunque che, qualora lo scenario del mancato raggiungimento della soglia da parte di entrambe le coalizioni diventasse il più plausibile, qualcuno possa immaginare di sfilarsi. 

Le preferenze e i capilista bloccati

Le liste sarebbero composte da sette candidati: un capolista bloccato e sei candidati sottoposti al voto di preferenza. Il capolista verrebbe scelto direttamente dal partito e sarebbe eletto se la lista conquistasse almeno un seggio nel collegio. Gli altri candidati, invece, si disputerebbero i seggi successivi attraverso le preferenze.

L’elettore potrebbe esprimere fino a tre preferenze. La scelta sarebbe però soggetta all’alternanza di genere: le preferenze dovrebbero riguardare alternativamente candidati uomini e donne, secondo sequenze come uomo-donna-uomo oppure donna-uomo-donna. La regola impedirebbe di concentrare tutte le preferenze su candidati dello stesso sesso. Il capolista, però, non sarebbe sottoposto al voto degli elettori. Questo significa che il sistema non sarebbe né interamente proporzionale né interamente basato sulle preferenze. Il primo seggio conquistato dalla lista andrebbe al candidato scelto dai vertici, mentre le preferenze diventerebbero decisive soltanto se la lista riuscisse a ottenere almeno un secondo seggio nel collegio. Le preferenze conterebbero davvero nei collegi in cui la lista riuscisse a eleggere più candidati. Per questo le opposizioni hanno definito il meccanismo una forma di preferenza parziale o “finta”. Di fatto solo i partiti più grandi - FdI e Pd in particolare - eleggeranno candidati con le preferenze. Per loro dunque la legge elettorale cambia le modalità con le quali dovranno essere compilate le liste. Mettere campioni di preferenze da Consigli regionali e consigli comunali di grandi città potrebbe rivelarsi una scelta vincente.

La raccolta delle firme

La novità più gravosa - e anche quella con il più alto rischio di non passare la tagliola costituzionale - riguarda i partiti privi di una rappresentanza parlamentare qualificata. Per presentare le liste, le nuove formazioni dovrebbero raccogliere 6 mila firme (e non più 1.500) in ciascun collegio plurinominale nel quale intendono concorrere. Su scala nazionale, l’onere potrebbe quindi arrivare a oltre quattrocentomila sottoscrizioni.

Sono esonerati dalla raccolta i partiti che dispongono di un gruppo parlamentare costituito entro i termini stabiliti dalla legge. Mentre per chi è presente in almeno una delle due Camera con una componente nel gruppo Misto (dunque senza un gruppo autonomo) l'obbligo resta a 1.500 firme per collegio. In pratica, si creano tre categorie: i partiti già in Parlamento con un proprio gruppo, che sono totalmente esentati dalla raccolta, quelli che sono alle Camere già in questa legislatura senza però un gruppo autonomo, che ne devono raccogliere 1.500 per collegio, e i nuovi partiti su cui pesa l'onere più grave di 6 mila firme per collegio da trovare. Per i partiti già presenti in Parlamento, dunque, l’esenzione rappresenta un vantaggio organizzativo significativo. Le nuove formazioni, invece, dovrebbero dedicare una parte rilevante della campagna alla certificazione e all’autenticazione delle firme, oltre che alla presenza capillare nei territori.

È proprio contro questo meccanismo che Riccardo Magi, segretario di Più Europa (partito che rientra nella fattispecie di mezzo, e che dunque deve raccogliere 1.500 firme per collegio), ha avviato il 30 settembre uno sciopero della fame. "Sto bene, sono stanco, ma molto convinto e determinato a proseguire il digiuno”, ha commentato oggi, sottolineando che la legge elettorale voluta dal centrodestra trasformi “una minoranza nel paese in una maggioranza schiacciante in Parlamento". La protesta di Magi riguarda anche l’assenza di una procedura per raccogliere le firme in formato digitale. Il leader di Più Europa ha chiesto di consentire l’utilizzo della firma online, anche attraverso strumenti come lo Spid, già impiegati per referendum e iniziative legislative popolari.

A protestare contro la norma è stato anche Alessandro Onorato, assessore della giunta del sindaco di Roma Roberto Gualtieri e leader di Progetto Civico Italia che, da forza completamente nuova, di firme ne dovrebbe raccogliere oltre 400 mila in giro per l'Italia. A meno che un gruppo di parlamentare non sia "prestato" dagli altri partiti del campo largo al Progetto, creando una componente nel gruppo Misto per ridurre il numero di firme da raccogliere alla fattispecie di mezzo (1.500 per collegio). La nuova legge elettorale però prevede per la riduzione del numero di firme da raccogliere che oltre ad almeno tre parlamentari con una propria componente nel Misto serva un simbolo che ha partecipato alle precedenti elezioni (2022). Per questo a supporto di Onorato si è immaginato che potesse arrivare Bruno Tabacci, presidente di Centro Democratico e deputato, il cui simbolo consentirebbe all'assessore di ridurre almeno il numero delle sottoscrizioni da raccogliere. Parlando al Foglio Tabacci aveva però escluso una sua operazione di supporto: “"Cedere il simbolo? Cedere cosa? Cosa vogliono fare? Vogliono andare con Conte?", aveva detto prima di ammonire: "Esplicitino i loro programmi, i loro progetti e vediamo". L'attenzione di Tabacci, semmai, è tutta rivolta a Più Uno, neo partito di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell'Agenzia delle entrate "Quella di Ruffini è una proposta seria. Ha scritto un libro sulla costituzione di mille pagine, è un servitore dello stato. I civici invece vanno anche bene, me per fare cosa?", ha detto sempre Tabacci al Foglio tempo fa. Anche Ruffini e Gabrielli infatti dovrebbero altrimenti raccogliere le 6 mila firme per collegio necessarie per correre da nuova forza politica. Lo scenario più probabile però è che Più Uno converga all'interno della Casa riformista, il listone ideato da Matteo Renzi che potrà beneficiare della deroga alle firme grazie alla presenza di un gruppo autonomo di Italia viva a Montecitorio. Altrimenti oltre al simbolo di Tabacci (e a Tabacci stesso) a Ruffini e Gabrielli servirebbero almeno altri due deputati per creare una componente nel gruppo Misto.

Il salvataggio del primo partito che non supera lo sbarramento

La legge conserva la soglia del 3 per cento per le singole liste, ma introduce un meccanismo per evitare che all’interno di una coalizione vengano rappresentati soltanto i partiti maggiori. La prima lista della coalizione che resta sotto il 3 per cento può essere ripescata, secondo le condizioni previste dalla normativa. Il meccanismo non salva tutti i partiti piccoli. Se, per esempio, in una coalizione una lista ottiene il 2,8 per cento, una seconda il 2 per cento e una terza l’1 per cento, il beneficio spetterebbe soltanto alla prima lista sotto soglia. Le altre resterebbero escluse. Con il Rosatellum, per ottenere almeno qualche parlamentare, i partiti più piccoli concordavano con gli alleati di inserire i loro candidati "da eleggere" in collegi uninominali con alta probabilità di vittoria, supportati dalla forza dell'intera coalizione.

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