Fabio Ravasio ucciso con “modalità da commando”. La Procura chiede l’ergastolo per la “mantide” di Parabiago

Maggio 04, 2026 - 19:03
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Fabio Ravasio ucciso con “modalità da commando”. La Procura chiede l’ergastolo per la “mantide” di Parabiago
tribunale busto arsizio

La Procura della Repubblica di Busto Arsizio ha chiesto l’ergastolo per Adilma Pereira Carneiro, la “mantide” di Parabiago a processo per l’omicidio del compagno Fabio Ravasio, ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato orchestrato in modo da far credere che l’uomo fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga lungo la provinciale tra Busto Garolfo e Parabiago. Secondo gli inquirenti, la donna sarebbe la “regista” del delitto e avrebbe gestito personalmente il «reclutamento del commando» per uccidere il 52enne, con l’obiettivo di impossessarsi del patrimonio dell’uomo, al punto da non escludere di uccidere anche sua madre tanto era «ossessionata» dal denaro.

Il ruolo della “mantide”

Il pubblico ministero Ciro Caramore, che ha coordinato l’inchiesta, ricostruendo in aula il ruolo della donna nell’omicidio, ha ricordato la manovre per far passare i figli gemelli più piccoli, avuto dal marito Marcello Trifone, per figli di Fabio Ravasio, parlando di «scientifica strumentalizzazione» dei due minori per «riuscire a mettere le mani sui soldi dell’uno e dell’altro». Il pm, inoltre, si è soffermato anche sul ruolo giocato dalla magia nera nel delitto, richiamando le macumbe praticate da Pereira Carneiro per far ammalare e provocare il decesso di Ravasio, della madre e del cugino.

«La sua adesione a certi precetti magici» sarebbe «l’unica cosa vera» nella personalità della “mantide”, ritenuta «ontologicamente incapace di dire la verità» e definita «un abisso di immoralità» dalla pubblica accusa, che non esclude che i riti praticati dalla donna abbiano avuto un peso anche nella scelta della data dell’omicidio. «Probabilmente se non fosse stata fermata ci sarebbero stati altri omicidi», ha sottolineato il pm.

La premeditazione e il «commando»

Il sostituto procuratore ha chiesto la condanna anche per tutti gli altri imputati, ognuno dei quali secondo gli inquirenti ha avuto un ruolo nell’omicidio. Per Mohamed Dahibi, definito un «delinquente professionista», il pm ha chiesto l’ergastolo, e lo stesso ha fatto per Fabio Lavezzo, a carico del quale il pubblico ministero ha parlato senza mezzi termini di «inquinamento delle prove» e di «palesi tentativi di depistaggio», mentre l’uomo in aula scuoteva la testa. Chiesto l’ergastolo anche per Mirko Piazza e per Marcello Trifone.

La Procura ha invece chiesto 24 anni di reclusione per Massimo Ferretti, che per l’accusa «ha fatto uno sforzo serio di ricostruzione del fatto» e ha preso coscienza del «disvalore del proprio comportamento», così come avrebbe preso coscienza di quello che ha fatto Igor Benedito: anche per lui il sostituto procuratore Ciro Caramore ha chiesto 24 anni di reclusione definendolo la «prima vittima di sua madre». Per Fabio Oliva, infine, la Procura ha chiesto 14 anni di reclusione, pena ridotta a nove anni e quattro mesi perché l’uomo aveva inizialmente chiesto il rito abbreviato.

Per tutti gli imputati secondo la Procura si può parlare a pieno titolo di premeditazione, con la sola eccezione di Fabio Oliva, il meccanico che ha rimesso in moto l’auto utilizzata per l’omicidio. Il quadro per il pubblico ministero emerge con chiarezza dal «preciso accordo criminoso con una spartizione rigorosa dei ruoli», dalla circostanza che «nessuno ha dato il benché minimo segnale di volersi dissociare» e dalle «modalità militari, quasi da commando», con le quali è stato realizzato il delitto.

La ricerca del killer, gli incontri preparatori, il post omicidio

Durante la sua requisitoria, il sostituto procuratore ha ripercorso i momenti salienti della sera dell’omicidio, in primis ruoli e spostamenti degli imputati, la «triangolazione» dei contatti telefonici tra la “mantide”, la figlia Ariane – a sua volta a processo per il delitto – e il compagno di quest’ultima Fabio Lavezzo e la «gestione comune» della fase post-omicidiaria tra gli imputati. Il pubblico ministero, davanti alla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari), si è soffermato a lungo anche sulle fasi preparatorie del delitto.

Secondo la pubblica accusa, se l’idea di uccidere Ravasio risale a «molto prima» dell’agosto 2024, a far decidere ad Adilma Pereira Carneiro di passare dalle parole ai fatti sarebbe stata la decisione dei genitori di Fabio Ravasio di «smettere di foraggiare la famiglia allargata» del figlio. Da lì i tentativi di trovare un killer, le riunioni – «spesso incontri informali» al bar di Ferretti, ma anche «una riunione vera e propria nella quale si programma il delitto assegnando i compiti» -, l’intensificarsi dei contatti tra il pai de santo e Adilma nelle settimane prima dell’omicidio – ben 128 solo ad agosto, 17 dei quali la sera dell’omicidio -, che ne fanno il «convitato di pietra» del processo.

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