Facciamoci a capire: siamo o non siamo italiani?

29 Luglio 2026 - 00:45
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Nell’articolo pubblicato il 28 luglio dal Secolo d’Italia, dal titolo “Cambia il voto degli italiani: per il 47% l’identità conta più dell’economia”, viene presentata una ricerca dell’istituto SWG che dovrebbe far riflettere seriamente la politica.

Secondo l’indagine, il 47% degli elettori italiani attribuisce, nella propria scelta di voto, maggiore importanza al riconoscimento e alla protezione della propria identità, mentre il 39% considera prioritarie le proposte economiche.

Un dato importante, certamente. Ma anche un dato che, se confrontato con quello che sta accadendo alla rappresentanza politica degli italiani all’estero, mostra una contraddizione enorme.

Facciamoci a capire: siamo o non siamo italiani?

Se l’identità è diventata così importante nelle scelte politiche, se appartenenza, dignità, memoria e riconoscimento contano persino più dell’economia, perché la maggioranza di governo vuole indebolire proprio l’identità politica e territoriale di milioni di cittadini italiani residenti fuori dai confini nazionali?

Da una parte si parla di radici, patria, tradizioni, italianità, orgoglio nazionale. Dall’altra si lavora per ridurre la territorialità della Circoscrizione Estero, accorpando continenti, comunità, storie e realtà completamente differenti.

C’è qualcosa che non torna.

Il Secolo d’Italia, citando la ricerca SWG, sottolinea che il 39% dei cittadini non si sente adeguatamente riconosciuto e valorizzato. Inoltre, il 30% dichiara di non sentirsi compreso e rappresentato da alcun partito.

Sono numeri che dovrebbero far scattare un campanello d’allarme.

Eppure, anziché avvicinare la politica alle persone, anziché rafforzare il rapporto tra eletto, territorio e comunità, si sta andando nella direzione opposta: creare collegi sempre più grandi, sempre più lontani, sempre meno comprensibili.

Per il Senato si vorrebbe arrivare a un unico collegio mondiale. Per la Camera, l’Australia finirebbe insieme alle Americhe, all’Africa, all’Asia, all’Oceania e persino all’Antartide.

È questa la valorizzazione dell’identità?

Un cittadino italiano residente a Sydney avrebbe davvero gli stessi problemi, le stesse priorità e la stessa storia migratoria di un connazionale residente a Buenos Aires, Johannesburg, Toronto, Tokyo o Caracas?

Certamente siamo tutti italiani. Ma essere italiani non significa essere privi di un territorio, di una storia comunitaria e di esigenze specifiche.

L’identità nazionale non cancella le differenze. Le comprende, le tutela e le rappresenta.

Gli italiani d’Australia hanno costruito scuole, associazioni, club, giornali, emittenti radiofoniche, patronati, imprese e istituzioni comunitarie. Hanno contribuito allo sviluppo sociale ed economico del Paese che li ha accolti, mantenendo contemporaneamente un legame profondo con l’Italia.

Questa identità non è nata a Roma dentro la sede di un partito. È stata costruita nelle fabbriche, nei cantieri, nei ristoranti, nelle aziende agricole, nei circoli regionali e nelle famiglie.

È stata costruita da uomini e donne che hanno attraversato gli oceani con una valigia, pochi soldi e molta dignità.

Ora, però, qualcuno sembra voler trasformare questa storia in una semplice percentuale elettorale dentro un collegio sterminato.

La territorialità non è un privilegio. Non è una concessione fatta agli italiani all’estero. È il principio che consente a una comunità di scegliere qualcuno che conosca i suoi problemi, che frequenti i suoi territori, che ascolti le associazioni e che possa essere chiamato a rispondere del proprio operato.

Senza territorialità, il rischio è evidente: saranno gli apparati dei partiti a decidere chi deve rappresentare gli italiani nel mondo.

I candidati realmente radicati nelle comunità avranno sempre meno spazio, mentre saranno favoriti i nomi scelti a Roma, i capilista bloccati, i personaggi sostenuti da strutture politiche, economiche e mediatiche più forti.

Altro che identità.

Questa sarebbe la trasformazione della rappresentanza in una nomina.

Ed è proprio qui che l’articolo del Secolo d’Italia diventa politicamente imbarazzante per chi sostiene la riforma.

Non si può affermare che l’identità conta più dell’economia e poi togliere agli italiani all’estero il diritto a un’identità politica territoriale.

Non si può parlare di orgoglio italiano e poi considerare Australia, Africa, Asia e Americhe come un unico indistinto contenitore elettorale.

Non si può celebrare la comunità nazionale e poi allontanare sempre di più i rappresentanti dalle comunità reali.

Il problema non è soltanto quanti deputati o senatori saranno eletti. Il problema è chi rappresenteranno davvero.

Un senatore eletto con i voti raccolti prevalentemente in Europa o nelle Americhe potrà sostenere formalmente di rappresentare anche l’Australia. Ma quante volte sarà venuto a Sydney, Melbourne, Perth, Adelaide o Brisbane? Quante associazioni conoscerà? Quanti problemi consolari avrà affrontato? Quante volte avrà ascoltato i connazionali?

La rappresentanza non è una formula matematica. È presenza, ascolto, fiducia e responsabilità.

Se davvero l’identità è diventata centrale nel voto degli italiani, allora la maggioranza dovrebbe fermarsi e riflettere.

Perché noi italiani all’estero non chiediamo di essere considerati italiani soltanto quando bisogna celebrare il Made in Italy, promuovere la cucina, organizzare una passerella istituzionale o raccogliere qualche voto.

Vogliamo essere italiani anche quando si decidono le regole della rappresentanza.

Vogliamo essere italiani quando si discute di cittadinanza, sanità, servizi consolari, lingua, cultura e tutela delle nostre comunità.

Vogliamo essere italiani ogni giorno, non soltanto durante le campagne elettorali.

Per questo la domanda è semplice e non può più essere evitata:

facciamoci a capire, siamo o non siamo italiani?

Se lo siamo, allora la nostra identità deve essere rispettata anche politicamente.

Se invece dobbiamo diventare soltanto numeri sparsi dentro collegi elettorali grandi quanto il mondo, abbiate almeno il coraggio di dirlo chiaramente.

Perché l’identità senza territorio diventa propaganda.

E la rappresentanza senza territorio rischia di diventare soltanto una poltrona assegnata dai partiti.

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