Tutti i gelati che abbiamo mangiato negli anni Ottanta (e Novanta)

Chiudi gli occhi. Sei al mare, è fine luglio, quasi agosto. L’estate è lunga davanti a te, lunghissima, sembra non finire mai. Dal jukebox i Righeira cantano “Vamos a la playa” e tu sei convinto che tutto sia destinato a rimanere così, perfetto e immobile. I ragazzi più grandi fanno il bagno con le Superga, anche se poi puzzano, perché fa molto fico. I più piccoli affrontano gli scogli con sandaletti di gomma che lasciano tatuato sui piedini un curioso reticolo senza abbronzatura. Dopo una nuotata si va tutti insieme al bar. Nel jukebox ora è Amedeo Minghi a cantare «la radio trasmetterà questa canzone che ho pensato per te». Entri nel bar e i grandi prendono una granita al cocco. I piccoli una Coppa dei Campioni, metà panna e metà cioccolato, che a dispetto del nome è piccolissima. Ma con un tocco di caffè aggiunto da uno zio compiacente diventa una leccornia. Ma poteva essere un Cornetto, un Blob, un’improbabile Pantera Rosa o se avevi qualche moneta di più in tasca, un grosso Zeus. Hai ancora gli occhi chiusi? Ecco, pensa al sapore di quel gelato, quello che era il tuo preferito. Pensa a quando lo sceglievi guardando il cartellone e a quando chiedevi alla mamma gli spiccioli che ti mancavano per comprarlo. Cerca il suo sapore nei tuoi ricordi e seguimi: questo piccolo viaggio è un brivido di memorie e dolcezza.
Un cuore di panna (quelli che ci sono ancora)
E questo viaggio non può che iniziare da lui, il Cornetto, simbolo di ogni estate italiana, con quella canzone che tutti abbiamo cantato, quella del cuore di panna. Certo, il Cornetto si trova ancora, inossidabile, nei bar, nei supermercati e nei chioschi, come molti altri gelati che noi ragazzi di allora associamo però inevitabilmente agli anni Ottanta: la stessa Coppa dei Campioni è ancora in commercio, anche se i ragazzini di oggi tendono a snobbarla in favore di altri gelati dal gusto più contemporaneo.
Anche il Calippo, nato in quell’epoca, è tuttora disponibile, anche se non ha più il fascino rivoluzionario di allora: sì, rivoluzionario, perché l’idea di ciucciare il ghiacciolo da un tubo che si schiacciava invece che da uno stecco cambiava totalmente le regole del gioco. Pazzesco per l’epoca era anche il Twister, con le spirali di gusti diversi che si rincorrevano lungo lo stecco. E a proposito di stecco, non si può non nominare il Liuk, con il bastoncino di liquirizia. Tra gli emblemi dell’epoca il Maxicono e il Maxibon, nato nel 1989 con il famosissimo «two gust is megl che one»: entrambi esistono ancora, ma entrambi all’epoca erano davvero maxi. Oggi si sono decisamente ridimensionati. Il Maxicono era il gelato grande riservato ai grandi, a quelli che avevano l’autorizzazione dei genitori per mangiare un gelato grosso e che avevano abbastanza soldi per comprarlo.
Occhi strabici e stecco a banana (i sapori scomparsi)
Fin qui, i gusti e le forme che hanno superato la prova del tempo. Ma ci sono gelati che sono ormai solo un ricordo, che sono stati selezionati, in una visione darwiniana dei sapori, per l’estinzione. Come il Gommolo, improbabile cono con la gomma da masticare in fondo. O come il ben più noto Winner Algida, sorta di simbolo degli anni Novanta, che nella variante Winner Taco è stato addirittura riportato in vita grazie a un movimento nato e cresciuto sul Web.
Noti e amati erano anche il Blob e il Cono palla, versioni di marche diverse per uno stesso concetto, un cono sormontato da una sfera ricoperta da cioccolato e granella. Alzi la mano, poi, chi ha davvero dimenticato il Piedone: a forma di piede (appunto) rosa, dolcissimo, con l’alluce (o in una versione l’intera pianta del piede) ricoperto di cioccolato da mordere. E nella categoria dei gelati rosa dal sapore vagamente caramelloso vanno inclusi la Pantera Rosa, con tanto di occhi di chewing gum, e il Doctor StrabiK: due grandi occhi dalle pupille di gomma da masticare uniti tra loro da un bastoncino a fionda, che in molti usavano per lanciare le summenzionate gomme da masticare. Un capolavoro di design eguagliato forse solo dal Bubble O’ Bill, 450 lire di eleganza firmata Eldorado, per una faccia di panna con cappello, baffi di cioccolato e naso di gomma.
Sullo stesso cartellone trovavano posto il Matitone, i gelati Topolino, lo Sport Goofy (versione alternativa della Coppa dei Campioni dove la panna si alternava con un intarsio di cioccolato a forma di stella) e il Ciok Ciok. E poi i Gelosuccosi («mordi mordi, lecchi lecchi, succhi succhi»), famiglia che comprendeva il Lemonissimo, il Fiordifragola (questi ultimi ci sono ancora), il Magic Cola e il mitico Dalek, che dipingeva la lingua di viola. Indimenticabili anche i Puffoghiaccioli, l’Arcobaleno (c’è bisogno di descriverlo?) e il Banana dalla forma e dal sapore (udite udite) di banana, da non confondere con i gelati Chiquita pubblicizzati come frullato da passeggio. Ancora, il Dracula, che in un guscio di cioccolato racchiudeva un ripieno di fragola (voleva essere rosso sangue), e il Fruit and Fruit, che con il suo sapore tropicale leggermente più adulto di quello degli altri ghiaccioli apriva una sorta di portale verso i gelati dei grandi.
Whiskey, caffè e amarene (i gusti dei grandi)
Molto prima che una seducente signorina si concedesse un Magnum mordendolo languida in favore di telecamera, i gelati erano fondamentalmente una cosa da bambini. Ma c’erano anche sapori e formati pensati per mamma e papà: e non parliamo solo dell’intramontabile Coppa del Nonno, ma anche del Gran Rico, il cono al whiskey per antonomasia, e della Coppa Rica (sì, sì, c’è ancora), all’amarena, regina del dopo cena nelle serate estive, accanto a tartufi, a coppe tiramisù, a tutta la genia delle torte gelato (dominata dalla raffinatissima Desirèe) e all’imprescindibile Viennetta.
E chi desiderava una vaschetta per fare in casa coppe e affogati poteva comprare La Cremeria («c’è Gigi?»), oppure andare in una gelateria artigianale: anche qui la linea di demarcazione tra il mondo dei grandi e dei piccoli era quella tra i gusti, quella che separava il Malaga dal Puffo, quella che oggi segna i confini di una generazione che sa abbandonarsi alla dolcezza della nostalgia.
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