Franco Branciaroli e il teatro che dissolve la nebbia scura del risveglio
“Sa qual è la verità? Che io sono un attore brillante. Addirittura comico. Un attore che, per ragioni estetiche, è stato sempre usato in altro modo”. Così confessa Franco Branciaroli, nato nello stesso mese e anno del Piccolo Teatro di Milano – entrambi ne faranno ottanta nel 2027 – dopo soli cinque minuti di telefonata. Ci parla del nuovo spettacolo, Don Giovanni e il suo pitbull, che debutterà domani sera al Festival dei Due Mondi di Spoleto. E’ stato scritto da Dan Fante, figlio di John. Un testo lieve, divertente, perché, si sa, “gli americani sono bravi a dilatare la barzelletta. E non possono sbagliare, sennò il pubblico fischia, si risente. Ci pensi bene: l’unico americano noioso lo era perché giocava a fare l’europeo”. Di chi stiamo parlando? “Del pur grande Eugene O’Neill”.
Una conversazione con Franco Branciaroli è sempre troppo breve.
“Il testo – racconta al Foglio – è nato perché alcuni abruzzesi avevano chiesto al ministero un progetto speciale per omaggiare John Fante. Il figlio aveva scritto questo testo e io avrei dovuto interpretare il capofamiglia, poi però ci sono stati dei problemi e me ne hanno proposto anche la regia. Che ho accettato, perché Dan era un commediografo e sapeva il fatto suo. Infatti tutto gira benissimo. E in poche pagine si sbrigliano al massimo grado tutti i problemi di una famiglia che si ritrova allo stesso tavolo, piuttosto ricca di sfaccettature – padre scrittore, figlio omosessuale, un altro che è un famoso attore, e poi la moglie dell’attore, divertentissima disgraziata drogata persa”. La classica struttura narrativa americana della réunion. Se non è anniversario, è tacchino. “Esattamente. Qui ci sono i settant’anni del capofamiglia. E ovviamente parte la resa dei conti. E’ un meccanismo che funziona sempre, da Neil Simon in poi. E c’è un finale molto bello, tutt’altro che tragico: essendo il cane il protagonista occulto di tutto lo spettacolo – un cane albino molto feroce e addestrato per il combattimento, diventato ormai sordo e pericolosissimo, che fa fuori tutti gli animali del circondario, papere del vicino comprese – col cane si comincia e col cane si finisce. Ma nelle ultime battute dello spettacolo risorgerà un gatto”.
Una tourné via l’altra. L’agenda di Branciaroli non conosce vuoti? Gli ottant’anni, per esempio, li festeggerà sul palco con Bertolt Brecht. “Al Piccolo di Milano faremo Il signor Puntila e il suo servo Matti, con Lino Guanciale, regia di Longhi. Puntila è una sintesi tra Pantagruele e Falstaff, un padrone buono solo quando è ubriaco”. Una pausa. “Lo sa? Non avrei mai pensato, da giovane, di arrivare a ottant’anni. E di arrivarci lavorando”. E cosa pensava? “Non lo so, ma mi dicevo: se mi andrà bene, farò un Tiresia qua e là… Oggi mi rendo conto che è questa la più grande fortuna. Non i soldi: lavorare”. L’idea del divano di casa propria è – possiamo dirlo – definitivamente tremenda? “Sì, perché il vecchio è sempre assalito dalla depressione. Ma se tu hai il lavoro ce la puoi fare. Passate le prime due ore del mattino in cui ti aggredisce la malinconia, poi sali sul palco, reciti, rientri in albergo, di notte bevi un goccetto e via, dormi subito. E così vai avanti”. Lo dice ridendo. Ma precisa: “Dopotutto sei un morituro, è normale pensarci. Dopo una certa età succede, è come una nebbia scura, rasoterra, che arriva appena ti svegli. E sale. Se anche non ci pensi, arriva lo stesso. Ce l’hanno tutti i vecchi, soprattutto quelli che sembrano sereni. Ma lavorare, e fare l’attore, fa benissimo”.
Le mattine, le sere. E i pomeriggi? “In camera d’albergo. A leggere. Mi hanno regalato il primo volume dei Diari di Thomas Mann, Mondadori. Lo sto finendo proprio in questi giorni. La settimana scorsa ho letto un libro di John Searle, Il mistero della coscienza. Leggo cose che spero mi diano risposte alle domande ultime. Io mi sto facendo quelle”. E nella pause tra una domanda e l’altra? “Mi innamoro. Di Alicia Western in Stella Maris di Cormac McCarthy, per esempio. Racconta la sua vita mentre si trova in una casa di cura, interrogata dallo psichiatra. E’ la terza volta che leggo questo romanzo. Solo per lei. Io amo sentirla parlare. E’ intelligentissima. E ogni tanto è volgare. Insomma, una bellezza”.
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