Carlo non vuole più vivere a Buckingham e attende Harry per riunire la famiglia
La monarchia è, in sé, un paradosso. E nulla lo illustra più del rapporto del re con la sua reggia. Per questo ha scatenato tante polemiche la decisione di Carlo III di non vivere più a Buckingham Palace e di usarlo soltanto come ufficio, facendo avanti e indentro da Clarence House come un travet incoronato. L’idea fa parte di quell’ossimoro che è la “democratizzazione” della monarchia. In fin dei conti, le 775 stanze del palazzo sono appena state restaurate a spese dei contribuenti, bene quindi che i contribuenti se le godano visitandole come un museo. Ma la scelta ha scontentato tutti. Graham Smith, leader degli antimonarchici del movimento Republic (subito alla Torre!), accusa: “Il governo ha accettato di spendere 370 milioni di sterline per ristrutturare Buckingham, e ora Carlo non vuole usarlo”. Sull’altro fronte, il monarchico Daily Express profetizza sciagure: il re “rischia di commettere il peggior errore del suo regno”.
L’unico soddisfatto, in effetti, è lui. I Windsor hanno sempre avuto un rapporto complicato con un palazzo giudicato troppo grande, troppo difficile da mantenere e troppo freddo, in tutti i sensi. La corona lo comprò nel 1761, per 28 mila sterline, da sir Charles Sheffield, figlio naturale del duca di Buckingham. Giorgio III la assegnò come residenza alla consorte, Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, e nel 1820 Giorgio IV trasformò Buckingham House in Buckingham Palace affidando i lavori a John Nash, il suo architetto preferito. In perfetto stile italiano, si direbbe: il preventivo di 20 mila sterline lievitò fino a 700 mila, e Nash venne coinvolto in un brutto affare di fatture contraffatte. La prima ad abitare il palazzo fu Vittoria alla sua ascesa al trono, nel 1837: ma, prima entusiasta, finì per detestarlo. I suoi successori non furono da meno. Suo figlio Edoardo VII lo chiamava “il sepolcro”, Giorgio V non lo amava ma almeno la regina Mary sbarazzò i saloni di un po’ di bric-à-brac vittoriano, ed Edoardo VIII sosteneva che i corridoi puzzavano di muffa. Durante la guerra, Buckingham fu centrato dalle bombe tedesche, mentre Giorgio VI tracciò personalmente nelle vasche da bagno una linea da non superare per non sprecare acqua calda. Marion Crawford detta “Crawfie”, tata di Elisabetta e Margareth, disse che vivere lì era come fare del campeggio in un museo, e una volta trovò un topo seduto sull’asse del water. Del resto, accanto ai valletti in polpe c’era il “vermin man”, il cacciatore di sorci. Dopo il restauro non si muore più di freddo e le tubature funzionano, ma non stupisce che Carlo sia contento di non viverci, pur continuando a lavorarci.
La decisione di lasciare la reggia segue quella di svelare l’importo delle tasse che ha pagato, più di trenta milioni di sterline dall’ascesa al trono nel ’22 (William ha superato i venti) e precede l’accoglienza che verrà fatta il mese prossimo al figliol prodigo Harry, che torna per la prima volta dallo stesso anno insieme, pare proprio, con la moglie-lady Macbeth Meghan e i figli Archie e Lilibet, una specie di photo opportunity per i nipoti americani, mentre per il nonno inglese si tratta di dare l’idea che si ricomponga una famiglia che finora sembrava più ispirarsi agli Atridi. Tutte mosse per riconquistare un’opinione pubblica che non è ancora contro la corona, ma nemmeno più così entusiasta: semmai indifferente, specie le giovani generazioni. Ma siamo, appunto, all’ennesimo paradosso. “Modernizzare” la monarchia magari farà guadagnare qualche punto nei sondaggi, ma finisce per trasformarne il titolare in un presidente della Repubblica più chic o in uno di quei sovrani scandinavi così simpatici, così democratici, così alla mano da risultare perfettamente anonimi. Il re funziona se fa il re, con la corona in testa, la carrozza d’oro, le sue guardie, insomma tutta la liturgia che non è la fede, ma senza la quale la fede si perde. Se il re è uno di noi, allora non è più Dio a sceglierlo: basta una stupida elezione. E per mantenere l’aura, un po’ di mistero non guasta. I fedeli sudditi devono sapere qualcosa, non tutto, di quel che succede dietro le mura della reggia. Se poi lì il re nemmeno c’è, peggio ancora.
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