Nemmeno Trump ha potuto rovinare la premiazione di Bill Maher
Si sa che per i comici che la buttano in satira politica, vale il brutto adagio “molti nemici, molto onore”, corretto in “ingombrante, imbarazzante nemico, impareggiabili opportunità”. Stiamo parlando di America, raccontando come il settantenne veterano della tv d’oltreoceano Bill Maher sia stato appena insignito del Mark Twain Prize for American Humor, il riconoscimento più prestigioso riservato alla comicità satirica. E stiamo inevitabilmente parlando dell’enorme elefante nella stanza, chiamato Donald Trump.
Il premio dal 1998 ha incoronato nomi come Richard Pryor, Steve Martin, Tina Fey e Dave Chappelle, artisti capaci di usare la risata come strumento di denuncia, con vari gradi di propensione a rivolgerla a bersagli bipartisan. Una tradizione nella quale Maher s’inserisce alla perfezione, come ha confermato la serata della premiazione. La cerimonia si è svolta in un contesto che più simbolico non poteva essere: il venerabile Kennedy Center di Washington, per mesi al centro della battaglia politico-legale legata al “Trump takeover” – il puerile tentativo di appropriazione da parte dell’Amministrazione, rinominando l’edificio col casato del presidente in carica e con pesanti ingerenze nella sua programmazione artistica. Oggi un’imbarazzante copertura di teli ricopre la facciata da cui sono state appena rimosse le lettere del nome di Trump, secondo l’ordinanza del tribunale distrettuale. Un motivo in più perché la serata venisse pre-etichettata come evento “anti Trump”, sebbene le cronache raccontino di atmosfere più sfumate: sì, Trump è stato oggetto di battute, a cominciare dall’imitazione dello specialista Matt Friend, salito sul palco nei panni del presidente per rivendicare egli stesso il premio – ma il cuore della serata non è stato l’inquilino dello Studio ovale, bensì la capacità della comicità di dire la verità senza paura, indipendentemente da chi ne risulti colpito. Che è poi il tratto distintivo della carriera di Maher, in quattro decenni di attività, a partire dagli anni Novanta con “Politically Incorrect”, programma che riuniva attorno allo stesso tavolo ospiti di orientamenti politici opposti, cercando una conversazione franca come antidoto alla polarizzazione. Con “Real Time with Bill Maher”, il suo storico show su Hbo, Maher ha proseguito nella missione, proponendo uno dei rari spazi della televisione americana in cui il confronto tra posizioni distanti avvenga ancora in diretta e senza filtri. È così che Maher si è guadagnato la reputazione di “equal-opportunity offender”, l’host capace di criticare con la stessa veemenza gli eccessi identitari della sinistra progressista e il negazionismo elettorale della destra trumpiana, rifiutando di schierarsi con un campo o l’altro – posizione costatagli, nel corso degli anni, più di un’abiura.
Il rapporto tra Maher e Trump è altrettanto stratificato. I due hanno uno storico di scontri che risale al 2013, quando Maher dedicò raffiche di sfottò all’ossessione trumpiana sui natali di Obama. Eppure, lo scorso anno Maher ha cenato alla Casa Bianca col presidente, arrivando a definirne la condotta durante l’incontro “garbato e misurato” – un’uscita che gli è valsa critiche feroci dal lato progressista, incluso il delirante paragone con gli apologeti del nazismo firmato da Larry David sul New York Times. La tregua con Donald, però, è durata poco: a febbraio Trump ha dedicato a Maher uno dei suoi sfoghi social, definendolo un “sopravvalutato peso piuma”. Anche per questo, quando l’Atlantic ha riportato la voce secondo cui Trump avrebbe bloccato la nomination di Maher al Mark Twain Prize, la notizia ha fatto scalpore: per i media anti Trump vedere Maher silenziato dal presidente con cui aveva cenato pochi mesi era la conferma d’una narrazione consolidata. La voce si è poi rivelata infondata, ma in molti avevano sperato fosse vera.
Accettando il premio, Maher ha riassunto così la sua filosofia: “Non mi chiedo cosa piacerà al pubblico, ma cosa è vero”. Aggiungendo: “Se non volete essere presi in giro, smettete d’essere ridicoli”, ribadendo il valore della satira come spazio creativo libero da ortodossie. Non è un caso che il riconoscimento gli arrivi in un momento difficile per la satira nella televisione americana. I late night show, tradizionale spazio di critica al potere, vivono una crisi senza precedenti. Da un lato i costi di produzione elevati e il crollo degli ascolti lineari a favore dei contenuti social, dall’altra, e soprattutto, le pressioni esercitate dall’Amministrazione che hanno portato a ridimensionamenti e cancellazioni, come quella clamorosa dello show di Steven Colbert su Cbs. I conduttori si trovano a scegliere tra autocensura e rischio di perdere il posto e, in questo contesto, la longevità di Maher e la sua capacità di mantenere “Real Time” come piattaforma di confronto autentico e non di militanza identitaria appare tanto anacronistica quanto preziosa. Il suo Mark Twain Prize non va letto solo come l’ennesima scaramuccia Hollywood-Casa Bianca, ma come il riconoscimento a un metodo di chi antepone la realtà al consenso, servendo un’unica irrinunciabile appartenenza: quella alla battuta giusta.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)