«Fuori legge», storia del fallimento del sistema carcerario

06 Luglio 2026 - 15:02
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Fuori legge è il titolo efficace del libro di Roberto Mozzi che ben descrive le condizioni in cui oggi spesso vivono le persone in carcere. Mozzi parte da un osservatorio privilegiato, essendo stato per 10 anni cappellano nella Casa circondariale di San Vittore (oggi non è più sacerdote). Ed è alla fine del suo mandato che ha sentito «l’esigenza di raccontare quanto ho visto durante il periodo in carcere». Si è manifestata subito, spiega Mozzi, «anzitutto come desiderio di capire fino in fondo i meccanismi che vedevo e che non mi convincevano, perché quello a cui assistevo era la sofferenza gratuita delle persone. Non mi configuravo un regolamento che prevedesse tutto questo».

E poi?
Approfondendo mi sono reso conto che tante cose non sono previste dalla legge, tantomeno dalla Costituzione. Quando le ho comprese meglio, ho voluto portarle alla luce per farle conoscere all’esterno. L’idea del libro è nata quando ho terminato il mio servizio in carcere: pensavo di proporre tanti articoli su diversi argomenti, ma per approfondire occorre prendersi il tempo, così da descrivere fino in fondo la fenomenologia di ciò che accade e il trattamento lesivo dei diritti umani delle persone detenute. Ci sono sempre cause di forza maggiore per cui si può andare in deroga e oltrepassare i confini: mancanza di posto, situazione di ordine interno del carcere, ragioni di sicurezza…

Lei descrive le condizioni e anche le contraddizioni di ciò che avviene all’interno, eppure scrive che il suo libro non vuole essere di denuncia. In che senso?
Nel senso che non voglio indicare dei responsabili, perché se ne avessi avuto contezza l’avrei fatto in un’altra sede. Non mi sembra una denuncia proprio perché questi fatti non sono nascosti, segreti, riservati, ma conosciuti da tutti coloro che operano all’interno del carcere come operatori penitenziari o come volontari. Io quindi li porto alla conoscenza del cittadino che ha diritto di conoscerli, perché il carcere è un’istituzione pubblica, come un ospedale o una casa di riposo. Non accuso qualcuno in particolare, ma racconto come viene svolto il servizio, come vengono spesi i soldi pubblici. Nelle carceri ne vengono spesi tantissimi e dovrebbero restituire alla società più sicurezza e alle persone detenute un trattamento risocializzante; entrambe vengono disattese nella stragrande maggioranza dei casi.

Il suo libro ha la prefazione dell’Arcivescovo. Monsignor Delpini usa parole molto forti e sottolinea il «fallimento» del sistema carcerario…
Parto da quest’ultima. L’osservazione del Vescovo potrebbe farla qualsiasi cittadino non appena prendesse atto di quello che il carcere è, dei numeri che la statistica utilizza per descrivere il fenomeno, dei numeri della recidiva, del sovraffollamento, dei soldi spesi e del ritorno negli effetti. E in primis della violazione delle leggi italiane, delle sentenze europee e della Corte costituzionale. Il cittadino prenderebbe atto – come il Vescovo – che il sistema detentivo, raccontato spesso come rieducativo, risocializzante e di reintegrazione nel mondo del lavoro, in realtà è un fallimento. È come se un ospedale restituisse il 70% dei pazienti ancora malati, così come il carcere restituisce il 60-70% di persone ancora pronte a delinquere.

Ma cosa ha significato per lei la sua prefazione?
Avere la sua prefazione mi ha incoraggiato nel mio desiderio. Cioè che la Chiesa si metta sempre più in discussione relativamente ai motivi per cui si impegna da tantissimi anni all’interno del carcere, sia come Diocesi, sia attraverso movimenti e associazioni cristiane. A mio parere questa presenza è eccellente dal punto di vista dell’accompagnamento spirituale ed esemplare dal punto di vista dell’assistenza materiale alle persone, mentre potrebbe interrogarsi circa la difesa dei diritti violati. Una difesa che la Chiesa, sia come istituzione che si ispira al Vangelo, sia come parte della società stessa, ritengo abbia il dovere di assumere.

Fuori legge si divide in tre parti: salute mentale, lavoro e burocrazia. Se avesse il potere di intervenire su ognuno di questi aspetti, che cosa farebbe?
Realizzerei un binario diverso per le persone che hanno problemi a livello di salute mentale perché l’errore principale è quello di inserirle nel circuito penitenziario. Occorrerebbe – come scrivo nel libro – che i giudici che devono decidere (ed è una decisione difficile) come affrontare una notizia di reato che vede come accusato una persona che ha problemi di salute mentale, abbiano accesso immediato alla sua cartella clinica. Moltissime persone non hanno una diagnosi pregressa, ma nel giro di pochi mesi verrebbero accertate dai medici del carcere e questo fungerebbe da motivo per far uscire il detenuto da quel circuito carcerario e collocarlo in un altro. Sul discorso del lavoro basterebbe anzitutto che le regole che vengono rispettate all’esterno lo fossero anche all’interno, così come la legge richiede e la Corte costituzionale in tanti pronunciamenti ha già definito. Non servirebbe altro che il rispetto della legge, poi si potranno fare tante altre cose. Rispetto alla burocrazia bisognerebbe chiarire che i diritti dei detenuti andrebbero usufruiti in tempi rapidi. Invece questa burocrazia sembra creata per prolungare l’attesa, aggiungendo sofferenza alla permanenza dei detenuti in carcere. Anche su questo ci sono sentenze della Corte Costituzionale che dicono che l’amministrazione penitenziaria non può in nessun caso aggiungere né togliere nulla alla pena inflitta dall’autorità giudiziaria.

L’esperienza in carcere le è entrata nel cuore. Continuerà a occuparsene? E come?
Credo di sì, non penso di poter dimenticare quello che ho visto e sperimentato. Non posso e non voglio dimenticare. L’unico modo per non dimenticarsene è quello di essere parte attiva in questa battaglia affinché le leggi siano rispettate e i diritti tutelati. Come? Adesso ho scritto questo libro. Poi vedremo. Non ho nessuna ambizione. Come non sono arrivato in carcere per una mia ambizione, ma è stata la risposta a una chiamata, così anche in futuro sarà la risposta a una chiamata che la vita mi rivolgerà.

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