Garofoli: «L’Italia ha smesso di investire nel futuro»

21 Maggio 2026 - 08:00
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Garofoli: «L’Italia ha smesso di investire nel futuro»
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La Biblioteca Civica di Varese ospiterà giovedì 28 maggio alle ore 18, nella Sala Morselli di via Sacco 9, la presentazione del nuovo libro dell’economista Gioacchino Garofoli,Sviluppo e crisi dell’economia italiana. Dal 1945 ad oggi” pubblicato da FrancoAngeli. Con l’autore dialogheranno il giornalista Antonio Franzi e il sociologo Lelio Demichelis.
Il volume ricostruisce l’evoluzione dell’economia italiana dal dopoguerra a oggi, soffermandosi sulle trasformazioni strutturali, sulle politiche economiche europee e sulle cause della lunga stagnazione italiana.

Professor Garofoli, nel suo libro emerge con forza il passaggio dell’Italia da una lunga fase di sviluppo a una stagnazione altrettanto lunga. Quando il Paese ha smesso di progettare il suo futuro?
«Negli anni Novanta. Però il segnale arriva molto prima, nella seconda metà degli anni Sessanta, quando gli investimenti cominciano a crollare. In quel momento il Paese era ancora dentro il miracolo economico e quasi nessuno se ne accorse. Eravamo “ubriachi” della crescita. Ma alcuni economisti avevano già capito che il problema vero erano i mancati investimenti produttivi. Le imprese, di fronte ai conflitti sociali e alle tensioni sulla distribuzione del reddito, iniziarono a fermarsi invece di innovare. E quando un sistema smette di investire nel futuro entra lentamente nel declino».

Lei insiste molto sul tema degli investimenti, il vero motore dello sviluppo.
«Senza investimenti non esiste trasformazione economica. L’errore enorme degli ultimi decenni è stato credere che bastasse mettere in ordine i conti finanziari. Ma le variabili finanziarie non garantiscono affatto quelle reali. Puoi avere il deficit sotto controllo e contemporaneamente un’economia che si impoverisce. È successo in Europa. Gli investimenti servono a creare domanda, occupazione, innovazione, produttività. Se invece tagli tutto in nome dell’austerità ottieni solo stagnazione».

Nel libro lei critica duramente le politiche europee degli ultimi trent’anni, per quale ragione?
 «Perché l’Europa ha adottato un modello fondato sulla competitività di costo. È stato un errore tragico. L’idea che per essere competitivi bastasse comprimere salari, spesa pubblica e investimenti ha prodotto una crisi di domanda interna gigantesca. L’economia però non funziona così. Se impoverisci il lavoro, riduci i consumi. Se riduci i consumi, le imprese non investono. E se non investono, il sistema si blocca».

È mancato il primato dell’economia reale?
«Certo. Oggi si parla troppo di finanza e troppo poco di produzione, lavoro, occupazione. L’economia reale è quella che crea benessere collettivo. Negli ultimi anni abbiamo avuto classi dirigenti ossessionate dai parametri finanziari ma incapaci di capire i processi produttivi. È mancata una visione lunga. Lo Stato ha rinunciato a programmare gli investimenti strategici e il privato ha spesso inseguito soltanto il profitto immediato.»

Lei parla anche di “analfabetismo economico” delle classi dirigenti.
«Sì, ed è un problema enorme. Oggi manca la figura dell’economista generale, capace di comprendere il sistema nel suo insieme. Troppo spesso prevale l’iperspecializzazione quantitativa, il tecnicismo astratto. Ma l’economia non è una formula matematica. Somiglia più alla biologia che alla fisica, i comportamenti cambiano nei diversi contesti storici e sociali. Se perdi il rapporto con la realtà concreta delle imprese e dei territori, non capisci più nulla».

È nota la sua collaborazione con Giacomo Becattini, il teorico dei distretti industriali italiani. Quel modello ha ancora qualcosa da insegnare?
«Assolutamente sì. I distretti sono stati uno straordinario esempio di democrazia economica e di intelligenza collettiva. Funzionavano perché producevano qualità, innovazione e cooperazione. Non perché abbassavano i costi. Quando anche nei distretti è arrivata la cultura del taglio dei costi e della delocalizzazione, quel modello ha iniziato a morire. Hanno perso forza le relazioni territoriali, la trasmissione delle competenze, la conoscenza reciproca tra imprese».

Quando dice che il problema non è soltanto economico, ma anche culturale e politico, che cosa intende?
«Vuol dire che non esiste una vera classe dirigente. Una classe dirigente dovrebbe avere una responsabilità collettiva, una visione riformista, la capacità di guardare al lungo periodo. Invece prevalgono logiche di rendita e di occupazione del potere. Il risultato è che il Paese perde coesione sociale, aumenta il lavoro povero e i giovani migliori se ne vanno».

Eppure lei non sembra avere una visione pessimistica…
«Infatti non ce l’ho, altrimenti non continuerei a parlarne. Le alternative esistono. Bisogna tornare a investire nei settori strategici, nella conoscenza, nella qualità del lavoro, nella domanda interna. Bisogna ricostruire una cultura economica capace di leggere la complessità del sistema. E bisogna capire che efficienza economica, competitività e redditività non sono la stessa cosa. Se una società perde questo equilibrio, rischia di produrre crescita senza benessere e profitto senza futuro».

L'articolo A tu per tu con i segreti della scrittura: il grafologo Emiliano Pedroni ospite della “Materia del Giorno” sembra essere il primo su VareseNews.

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