Giovannino Guareschi, l’uomo comune

19 Settembre 2026 - 22:15
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L’ortopedia giornalistica, branca professionale molto in voga che calcola l’angolazione delle “schiene dritte”, nei suoi dibattiti curiosamente ignora o pochissimo esibisce la vecchia lastra radiografica del collega Giovannino Guareschi. Sarà per un eccesso di attenzione al presente, sarà che la memoria seleziona ciò che più le giova, sarà che il succitato commise un peccato da cui nemmeno un Don Camillo, la sua più nota creatura letteraria e poi cinematografica, sarebbe riuscito ad assolverlo. Sotto i baffoni con cui lo conosciamo dalle foto e dalle autocaricature, e che si lasciò crescere in un campo di concentramento, peccò di dichiarata appartenenza a un’affollata schiera nella quale rientriamo quasi tutti ma da cui tanti vorrebbero sortire: l’uomo comune (da non confondersi con la versione cugina e dirazzata dell’uomo qualunque). E’ una specie che si contrappone a quella trilussiana dell’eroe da Caffè, campeggiante pettoruta fra le trincee dei talk show e sui palchi di malinconiche rassegne settembrine, dove il dibattito comincia che c’è luce e si chiude mentre annotta, tra gli applausi, le zanzare e la coda al firmacopie per ritirare il libro bomboniera da intascare senza leggere assieme al selfie con l’autore.

Se l’everyman Giovannino ne fosse testimone per prima cosa strabuzzerebbe gli occhi, poi si rammaricherebbe di non poterne ricavare ancora raccontini e vignette sul suo Candido per dissacrare certe epiche contemporanee ripensando alla propria biografia. Ma lo farebbe sempre con la cristiana indulgenza del convintissimo credente che fu, e che gli permise di sopportare due anni nei lager tedeschi per non tradire, con l’adesione alla Repubblica Sociale, il giuramento al re. Pertanto arrivò a chiedere, ai conoscenti ammanicati che potevano ricondurlo prima a casa, di desistere perché “ritornerò quando sarà tempo”. Finalmente il rimpatrio gli riuscì, ma del corpo di Guareschi s’era persa quasi la metà: novanta chili pesava l’8 settembre del ‘43, s’era ridotto a cinquanta quando rivide i famigliari. Quaranta rimanevano in Germania.

Commise un peccato da cui nemmeno un Don Camillo, la sua più nota creatura letteraria, sarebbe riuscito ad assolverlo

Qualificò se stesso come “reazionario” e “uomo comune” quanto più nei fatti si dimostrava speciale. “Mi pare, parlando di me e dei miei, di fare un po’ di storia dei milioni e milioni di uomini comuni che, con la loro assennata mediocrità, tengono in piedi la baracca di questo mondo. Quella baracca che gli uomini ‘eccezionali’, gli uomini ‘fuor del comune’, tentano di scardinare con la loro genialità”. Lo scriveva nell’introduzione al Corrierino delle famiglie nel 1954, e fu per la scrittura che Giovannino everyman sarebbe entrato in carcere quell’anno stesso e ci sarebbe rimasto ben 409 giorni. Per un reato di stampa non c’è mai stata detenzione così lunga dalla nascita della Repubblica. Non la scontò per qualche causa persa con gli arcinemici “rossi”. Nessun Peppone lo volle in galera. Tutt’al più a Botteghe Oscure avrebbero sognato di rompergli la testa quando cominciò a tormentare il Partitone con gli sfottò sui compagni stupidi e “trinariciuti”. Persino Palmiro Togliatti in un comizio sbottò chiamandolo “l’uomo più cretino del mondo”, e quando le uscite del Candido stavano dando un contributo essenziale alla débâcle del Fronte popolare nelle elezioni del 1948, Guareschi dovette uscire di casa accompagnato dai lettori che presidiavano anche la redazione, perché l’uomo comune, il reazionario, mica veniva tutelato dagli angeli di scorta come oggidì accadrebbe al primo accenno di minaccia. Lui non si fece intimidire, anzi riassaporò il trionfo in un racconto di Mondo piccolo, la serie ambientata nella natia Bassa Padana, “fettaccia di terra che sta fra il grande fiume e la grande strada”, con Peppone sindaco del Pci che tormentato dal senso di colpa non riesce a vergare nell’urna la croce sulla Stella e Garibaldi: lo confida soltanto a Don Camillo e avrebbe voglia di ammazzarlo. Quella resipiscenza era il frutto del famoso slogan che Giovannino aveva coniato: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.

A regalargli la villeggiatura amara nel carcere di Parma fu il leader democristiano Alcide De Gasperi, che lo portò in tribunale dopo la pubblicazione su Candido di un paio di sue lettere apocrife con cui, durante la guerra, avrebbe esortato gli inglesi a bombardare ancora la Capitale per infrangere il morale della popolazione. Convinto che quei documenti, attentamente esaminati, fossero autentici, Guareschi tenne il punto, ma la sentenza era già predestinata: la corte gli negò persino una perizia calligrafica e lo condannò a un anno di reclusione e centomila lire di multa. Gli uomini comuni, quando s’offendono, reagiscono da imprevedibili zucconi: così lui fece e per lo sdegno rinunciò a ricorrere in appello. Commentò su Candido: “Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”. Un eroe del nostro tempo, e anche un uomo politico, forse avrebbero agito in un’altra maniera: il primo avrebbe chiesto scusa dicendo che i documenti pubblicati li stava verificando; il politico, signorilmente, avrebbe rinunciato a procedere contro di lui (in quanto al pubblico, avrebbe creduto a chi dei due gli comandava la pancia). Fu sfortunato Giovannino, perché a seguito della condanna dovette scontare anche una precedente pena sospesa di otto mesi per vilipendio al capo dello stato. In una vignetta disegnata su Candido da Carletto Manzoni nel 1950 aveva fatto sfilare il presidente tra due file di bottiglie a mo’ di corazzieri, alludendo all’etichetta apposta sul Nebbiolo delle sue tenute: “Poderi del Senatore Luigi Einaudi”. Una caduta di stile per un inquilino del Colle, anche se fu sempre meno ricordata delle folcloristiche corna che il napoletano Giovanni Leone squadernò ai contestatori.

Un eroe del nostro tempo, se appena un politico reagisce con la carta bollata a una sua inchiesta zoppa, a un insulto, o figuriamoci alla satira, attiva quantomeno una diretta Facebook per denunciare l’asimmetria fra l’uomo di potere e il giornalista, la querela intimidatoria, la pencolante situazione della libertà di stampa nel Paese, proclamando la ferma volontà di mantenere le proprie vertebre a novanta gradi. Guareschi invece, per la gioia dei Peppone e di parecchi Don Camillo (anche La Pira, che era un santo ma s’arrabbiava, fu tra i suoi bersagli), s’accollò sul groppone – dritto o storto – il supplemento al gabbio.

Per la scrittura rimase in carcere per 409 giorni. Non c’è mai stata detenzione così lunga per un reato di stampa dalla nascita della Repubblica

Questa sera, domenica 20 settembre, in prima serata su Rai 1, ne celebra la vita un film prodotto da Anele di Gloria Giorgianni e da Rai Fiction per la regia di Andrea Porporati, con la collaborazione alla sceneggiatura di Marco Ferrazzoli: Giovannino Guareschi - Non muoio neanche se m’ammazzano. Credibilissimo è Giuseppe Zeno nel ruolo del protagonista, “un intellettuale radicalmente indipendente”, ha ricordato la direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati presentando l’anteprima giovedì 16 a Palazzo Madama; il biopic non è solo un contributo al palinsesto ma “alla memoria civile”, un tributo “a una figura complessa” che dovrebbe essere emblematica e invece, ha aggiunto Giorgianni, “è stata dimenticata dal mainstream”, a dispetto delle decine di milioni di copie che i suoi libri hanno venduto nel mondo e continuano a vendere a quasi sessant’anni dalla morte. Ma quell’Italia del Mondo piccolo “fatta di realtà locali e di contrasti, che alla fine si riducono in un rapporto umano positivo, per quanto appaia lontana non è mai scomparsa”, ha detto il presidente del Senato, Ignazio La Russa: “Esiste ancora, basta saperla trovare”.

Chiunque abbia letto Guareschi trova urticante sentirlo etichettare come “umorista”, perché sa che il sorriso fu per lui come la bicicletta: un mezzo prediletto, ma per portare il lettore a intravedere quella luce di superiore umanità che finisce per accomunare rossi e neri, ricchi e poveri, cretini e intelligenti. Non fu buonismo né irenismo (di cui don Lorenzo Bedeschi lo accusò) ma fiducia rivestita di fustagno e panni grezzi, per cui Don Camillo e Peppone se le danno di santa ragione però alla fine il prete benedice lo stramaledetto trattore sovietico del sindaco, che dopo l’acqua santa si deciderà a marciare. E poi sarà Peppone, nottetempo e di nascosto, che aiuterà Don Camillo a rimettere sul campanile un vecchio angelo medievale, perché la copia nuova “porta chiusa nel suo metallo solo l’eco delle bestemmie dei fonditori avvelenati dalla politica” anziché i colpi di martello illuminati dalla fede di un artigiano ignoto del Duecento. Guareschi fu, notò Alessandro Gnocchi in una biografia del 1998 (Giovannino Guareschi - una storia italiana), “il cantore di una civiltà contadina e paesana testardamente legata alla propria identità. Antitesi radicale alla città. Nemica di un progresso e di una tecnica che mostrano il loro volto blasfemo. Che urlano il loro incedere come una bestemmia”.

Gli eroi di adesso ridono poco e di se stessi mai. Invece nel 1942 quel matto di Giovannino, che in licenza dall’esercito per ulcera sta terminando il libro Il marito in collegio, assiste al bombardamento della sua casa di Milano e commenta: forse i “liberatori” sono stati avvertiti dal servizio di spionaggio che al 18 di via Ciro Menotti “si stava perpetrando un romanzo umoristico-rosa”. A un eroe del nostro tempo, per arzigogolare su certe trame americane, basta che un commerciante chieda la tessera sanitaria per il codice fiscale, ma a differenza di Guareschi, che era un uomo comune, al complotto ci crede seriamente.

Etichettato come “umorista”, ma il sorriso per lui fu un mezzo per intravedere una superiore umanità che accomuna ricchi e poveri, cretini e intelligenti

Lui percorse in un’estate d’anteguerra milleduecento chilometri in bicicletta per raccontare sul Corriere della Sera luoghi e facce, spinto dall’amore e dalla nostalgia per la sua terra. Fra gli appunti da cui i figli Carlotta e Alberto (consulente del film in onda domenica) ricavarono l’autobiografia postuma Chi sogna nuovi gerani?, si ritrova una confidenza che illumina e impressiona. Riguardava Marore, la frazioncina di Parma dove aveva vissuto da ragazzo: sulle due ruote aveva battuto quella zona palmo a palmo fino all’ultimo viottolo, ma non volle mai esplorare una stradina che cominciava da una casa rosa; né da adulto, negli innumerevoli ritorni, vi s’inoltrò. Sentite la ragione: “Perché è un errore voler vedere e conoscere tutto: bisogna lasciare dei pascoli per la fantasia. Bisogna complicare un pochino la vita. Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo”.

Il suo funerale fu ampiamente disertato dalla bella intellettualità progressista, ma anche la stampa cattolica non fu tenera con lui

Nato il primo maggio del 1908, quando tre metri sotto la sua culla i socialisti di una cooperativa intonavano l’Inno dei Lavoratori, fu issato alla finestra fra le manone del forzuto sindacalista Giovanni Faraboli, futuro modello per Peppone, che pronosticò al neonato un glorioso avvenire di compagno. Sbagliò clamorosamente, ma per tutta la vita se Giovannino riascoltava l’Inno veniva preso da “accorata nostalgia”: forse perché fu “la prima musica che le mie orecchie udirono, dopo quella dolcissima delle parole di mia madre”.

Il suo funerale, il 24 luglio 1968 a Roncole Verdi, fu ampiamente disertato dalla bella intellettualità progressista, ma anche la stampa cattolica, memore dell’affaire De Gasperi e del suo attaccamento al vetus ordo, spurgò l’acredine in disparati obituary come quello di don Bedeschi (mentre lui, quando aveva appreso in cella della morte del “politicante” che ve lo aveva spedito, non aveva voluto gioirne). Sparuti giornalisti e amici salutarono la bara ricoperta dal tricolore con lo stemma sabaudo. C’era Enzo Biagi; c’era Enzo Ferrari. “Italia meschina” titolò La Gazzetta di Parma, il quotidiano dove Guareschi aveva mosso i primi passi in cronaca. Sulle stesse colonne apparve un mese dopo l’infiammato omaggio che gli rendeva un già famoso collega: “Per molti, Giovanni Guareschi ha ‘tolto il disturbo’. In realtà, è più probabile che Giovanni Guareschi si fosse annoiato. Annoiato di questo bigio panorama d’anime, di questo univoco coro gregoriano del conformismo truccato da ‘impegno’. E se ne va con lui l’ultimo capitano coraggioso: in questa domestica bacinella di cacasotto, diteci, chi rimane?”. Firmato Enzo Tortora. Molti anni dopo, le disgrazie della vita avrebbero spiegato quella sua empatia anche come una predizione personale.



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