Eterni diluvi. Sedici alluvioni e l’Europa distrutta
"Dopo di noi il diluvio”, ma in effetti c’era stato anche all’inizio. Anzi più di uno, e letterali anche, non metaforici. E con tanto di accompagnamento di altri eventi apocalittici. “Après nous, le déluge” è la frase attribuita a Madame de Pompadour, per consolare il morale del suo amante Luigi XV dopo la disastrosa sconfitta subita da Federico II di Prussia nella battaglia di Rossbach. Ma qualcuno sostiene che sarebbe stato invece Luigi XV a dirlo alla favorita, che peraltro morì prima di lui, per venire sostituita dalla du Barry. In quel caso, il diluvio appunto metaforico fu la Rivoluzione Francese, in cui sarebbero stati ghigliottinati sia la stessa du Barry che l’erede al trono Luigi XVI e la regina Maria Antonietta. E gli storici decisero di fissare al 14 luglio 1789, presa della Bastiglia, l’inizio della storia contemporanea, e la fine di quell’eco moderno convenzionalmente fatto partire il 12 ottobre 1492, con l’arrivo di Cristoforo Colombo nelle Americhe.
Ma il Medioevo, a sua volta, che una analoga convenzione fa iniziare il 4 settembre 476 con la deposizione dell’ultimo imperatore romano di Occidente Romolo Augustolo da parte del re degli Eruli Odoacre, in realtà come tutti i periodi storici non ha un finale brusco, anche se nei libri di scuola è utile inventarselo. “Autunno del Medioevo” è in particolare intitolato il famoso saggio con cui nel 1919 Johan Huizinga spiegò che in effetti già tra XIV e XV secolo il mondo era decisamente cambiato, e la modernità si affacciava.
Molti storici individuano il punto di svolta nella epidemia di peste nera che tra 1346 e 1353 uccise, a seconda delle stime, tra un terzo e i due terzi della popolazione europea. Il modo in cui Giovanni Boccaccio vi reagì creando la grande epopea del Decameron – clamoroso inizio della prosa in lingua volgare – è simbolico della rivoluzione per cui concentrando ingenti fortune nelle mani dei sopravvissuti, distruggendo antiche caste chiuse, migliorando il rapporto tra popolazione e risorse, annientando la vecchia “mafia intellettuale” che aveva mantenuto il latino come strumento di esclusione delle masse dalla cultura, quel massacro, invece che annichilire il Continente, valse invece a rimuovere le remore che lo tenevano ancora chiuso in se stesso, dando il via al vorticoso moto di progresso che avrebbe posto fine al Medioevo e dato inizio all’età moderna. Ma poco prima c’era stato quello che una ricerca ha appena definito “il diluvio del millennio”, che devastò metà del Continente. E sarebbe stata quella la grande premessa per lo sconvolgimento poi culminato con la peste nera.
Sono i ricercatori dell’Università Tecnica di Vienna che hanno ora ricostruito, mese per mese, una serie di sedici devastanti alluvioni che, tra il 1341 e il 1343, spazzarono via ponti secolari e interruppero le rotte commerciali per mesi. Nella memoria storica è rimasta soprattutto quella che è stata definita la Grande Alluvione di Santa Maria Maddalena del 22 luglio 1342, così chiamata in onore della festa in cui raggiunse il suo apice, nel cuore del Sacro Romano Impero. Ma quello in realtà fu solo l’episodio più violento di una sequenza ben più ampia, anche se le testimonianze di altri eventi correlati sono rimaste per secoli sparse in migliaia di documenti medievali che finora nessuno aveva mai sistematicamente raccolto o confrontato. Ne risulta che tutto l’anno 1342, in particolare, è stato, in termini di alluvioni, il più estremo registrato in Europa negli ultimi sette secoli. Ma simili catastrofi si susseguirono nel corso di due anni, con fiumi come il Reno, il Danubio, il Meno, l’Elba e il Tibisco che strariparono ripetutamente. Migliaia di persone morirono sia direttamente, sia a causa delle carestie e delle malattie lasciate in seguito alle inondazioni.
Di tanti disastri solo l’inondazione di Santa Maria Maddalena, così chiamata in onore festa in cui raggiunse il suo apice, è rimasta nella memoria collettiva
La ricerca, ora pubblicata sulla rivista Nature, è stata condotta dall’Università Tecnica di Vienna, con la partecipazione di team provenienti da università di tutta Europa. Il lavoro combina teoria medievale, idrologia e climatologia per ricostruire quali regioni furono allagate tra la fine del 1341 e il 1343, in che misura e quali processi climatici potrebbero averle innescate. Quattro di questi sedici eventi alluvionali di grande portata hanno periodi di ritorno – la frequenza statistica con cui si prevede che un’alluvione di una certa entità si ripeta – compresi tra 500 e 1.000 anni. Allargando il precedente dell’Alluvione di Maria Maddalena, lo studio attribuisce anche ad altre catastrofi nomi legati al calendario liturgico: l’inondazione della Candelora, l’inondazione di Maddalena, l’inondazione di San Giacomo e l’inondazione di San Bartolomeo.
I ricercatori dell’Università Tecnica di Vienna hanno individuato, mese per mese, una serie di devastanti alluvioni tra il 1341 e il 1343
L’inondazione della Candelora, nel febbraio del 1342, colpì l’Europa occidentale e centrale e spazzò via due terzi dello storico Ponte di Giuditta sul fiume Moldava a Praga, una struttura risalente al XII secolo. Quella della Maddalena, avvenuta nel luglio dello stesso anno nella Germania meridionale, distrusse ponti, mulini e insediamenti lungo i fiumi Reno e Meno, raggiungendo magnitudo che si verificano solo una volta ogni 10.000 anni. Quelli di San Giacomo e San Bartolomeo, del 1343, colpirono principalmente le Alpi settentrionali e i Carpazi. Le acque non si ritirarono completamente tra un evento e l’altro, causando prolungati problemi di salute. Malattie trasmesse dall’acqua, tra cui quella che i documenti medievali definiscono una “malattia emorragica mortale” – probabilmente la dissenteria – si diffusero nelle aree più colpite. Ma questa concentrazione di inondazioni in un periodo così breve a sua volte sarebbe stata innescata da altri eventi catastrofici di differente natura. Intorno al 1340 e al 1341, infatti, si verificarono almeno cinque eruzioni vulcaniche tropicali, insieme a un numero significativo di eruzioni al di fuori delle regioni equatoriali, tra cui l’eruzione del vulcano Hekla in Islanda nel 1341.
Gli aerosol di zolfo, particelle microscopiche che queste eruzioni rilasciarono nella stratosfera, lo strato dell’atmosfera situato tra i 12 e i 50 chilometri di altitudine, bloccarono parte della radiazione solare e raffreddarono le temperature superficiali nell’emisfero settentrionale. Di conseguenza, probabilmente si spostò verso sud la corrente a getto del Nord Atlantico. Jet Stream viene chiamato in inglese questo forte flusso d’aria ad alta velocità che scorre da ovest a est nell’alta troposfera, agendo come uno dei principali regolatori del meteo e del clima europeo. E ne vennero cicloni intensi, con piogge prolungate. Ma lo studio rileva anche come le ricostruzioni basate sulle carote di ghiaccio del Mare di Barents indicano un ritiro pluriennale del ghiaccio marino artico in quella regione a partire dalla metà del 1330: un fattore che potrebbe aver diminuito l’albedo, ovvero la capacità della superficie di riflettere la radiazione solare. La temperatura del Nord Atlantico si sarebbe alzata, e la combinazione tra acque più calde e raffreddamento vulcanico avrebbe favorito cicloni più frequenti e intensi. Dunque intensi sistemi di bassa pressione, piogge prolungate e l’insolita serie di inondazioni.
Ma perché di tanti disastri solo l’inondazione della Maddalena è sopravvissuta nella memoria collettiva? Lo studio suggerisce diverse possibili cause. Dopo le inondazioni del luglio 1342, le autorità locali delle città tedesche colpite installarono cippi di inondazione e targhe commemorative su edifici emblematici, istituzionalizzando così il ricordo di quello specifico evento in quelle regioni. Altre inondazioni, come quella della Candelora a Praga, non hanno lasciato segni fisici simili. Inoltre, i documenti medievali conservati presentano una distribuzione geografica disomogenea, con una maggiore densità nelle regioni centrali del Sacro Romano Impero, e le cronache tendevano a trattare le inondazioni successive alla prima grande alluvione come continuazioni dello stesso disastro.
Non è però solo una ricostruzione storica. Lo studio confronta quei sedici eventi alluvionali medievali con inondazioni moderne verificatesi tra il 1960 e il 2020, selezionate per la loro somiglianza in termini di area interessata, stagionalità e intensità. I risultati collocano la sequenza medievale a un livello equivalente alle principali inondazioni europee del 1999, 2002, 2005, 2006 e 2013, oltre a una dozzina di inondazioni di minore entità, tutte verificatesi in un periodo inferiore a due anni. Sequenze di inondazioni su larga scala, più estreme di quelle degli ultimi decenni, sono dunque possibili e potrebbero ripetersi, ma l’attuale gestione del rischio idrico non è necessariamente preparata ad affrontarle, nel momento in cui le proiezioni climatiche indicano un aumento dei cicloni in Europa, e anche degli episodi di piogge intense dovuti alla rapida risalita di masse d’aria calda e umida.
Ma poco prima del diluvio, c’era stato addirittura un altro diluvio. Una serie di piogge torrenziali che distrusse i raccolti del 1315, 1316 e 1317 in tutto il continente europeo, causando quella che oggi è conosciuta come la Grande Carestia. Precedente all’Alluvione di Maria Maddalena e Peste Nera, era iniziata nella primavera del 1315, con precipitazioni incessanti che a maggio, giugno, luglio e agosto allagarono e fecero marcire prima del raccolto i campi di grano, segale e avena che avrebbero dovuto sfamare decine di milioni di persone. La peggiore crisi di sussistenza nella storia medievale europea durò fino al 1322, uccise tra il 10 e il 25 per cento della popolazione di alcune città e lasciò una cicatrice demografica e sociale che sarebbe stata esacerbata tre decenni dopo dall’arrivo della Peste Nera.
Come scrisse il cronista inglese John of Trokelowe, monaco del monastero di Saint Albans, il maggio del 1315 fu “piovoso oltre ogni memoria”. Non esagerava. Uno studio del 2020 pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment, condotto da ricercatori della Columbia University, ha utilizzato l’Old World Drought Atlas – un database costruito a partire dagli anelli degli alberi – per stabilire che i tre anni di coltivazione precedenti la carestia, tra il 1314 e il 1316, furono i quinti più piovosi mai registrati in Europa tra il 1300 e il 2012. Il 1315 fu, singolarmente, l’anno più piovoso di quel periodo di oltre sette secoli. Il 1314 fu il secondo anno più piovoso. Non solo l’eccessiva umidità del terreno impedì la germinazione dei chicchi prima che la muffa li distruggesse, ma la raccolta divenne impossibile. Persino le piante sopravvissute all’eccesso d’acqua non potevano essere tagliate, legate e immagazzinate senza che la paglia bagnata si deteriorasse immediatamente. Le perdite di raccolto di grano nell’Europa nord-occidentale nel 1315 sono stimate tra il 60 e il 70 per cento rispetto a un anno normale. Tra il 1315 e il 1316, il prezzo del grano triplicò nella Francia settentrionale, e quello dell’avena quintuplicò. I salari reali crollarono a minimi storici.
Ma la crisi non si limitò al grano. Poiché la paglia umida non poteva essere conservata come mangime, gli animali da allevamento, indeboliti dalla scarsità di foraggio, divennero vulnerabili alle malattie. La Grande Peste Bovina, un’epizoozia che si diffuse in tutta l’Europa occidentale, ridusse le popolazioni di ovini e bovini fino all’80 per cento in alcune regioni. Il crollo dell’allevamento eliminò non solo una fonte di proteine, ma anche la forza motrice necessaria per arare i campi, aggravando il problema per i raccolti successivi. Di conseguenza, l’accesso al cibo di base divenne impossibile per ampi segmenti della popolazione urbana e rurale. Anche qui, non fu un evento climatico isolato. La Grande Carestia coincise con l’inizio della transizione dal Periodo Caldo Medievale – una fase di temperature relativamente elevate che durò approssimativamente dal 950 al 1250 – alla Piccola Era Glaciale, un periodo di raffreddamento prolungato che sarebbe durato fino alla metà del XIX secolo. Questo cambiamento comportò una diminuzione di appena mezzo grado Celsius delle temperature medie estive nell’Europa settentrionale, ma alterò sostanzialmente i modelli di circolazione atmosferica, producendo estati più fresche e umide e una stagione di crescita più breve. A Ypres e Bruges, le città più colpite dei Paesi Bassi, la mortalità urbana raggiunse il 20-25 per cento. L’Inghilterra meridionale perse tra il 10 e il 15 per cento dei suoi abitanti, la Francia settentrionale il 10 per cento, il cronista fiammingo Lodewijk van Velthem scrisse nel 1315 che non c’era più spazio nei cimiteri del Brabante, e i documenti mostrano che perfino l’aspettativa di vita alla nascita per la famiglia reale inglese scese da 35,28 anni nel 1276 a 29,84 anni.
La disperazione generò reazioni estreme. Abbandono di bambini, furti, consumo di cani e cavalli e voci di cannibalismo compaiono nelle cronache di varie regioni. Alcuni storici hanno ipotizzato che la carestia possa aver ispirato la storia di Hansel e Gretel, i cui genitori li abbandonano nella foresta perché non possono più nutrirli. L’ordine sociale si frantumò: i prezzi esorbitanti dei generi alimentari di base scatenarono conflitti di classe e destabilizzarono le strutture politiche in tutta la regione colpita, dalla Polonia alle Alpi. La ripresa fu lenta e parziale. Le piogge cessarono nell’estate del 1317, ma le riserve di sementi si esaurirono e il bestiame fu decimato. Le scorte si stabilizzarono tra il 1322 e il 1325. Ci volle fino al 1500 circa perché la popolazione tornasse ai livelli pre-crisi. Appunto, perché nel 1347 era anche arrivata la peste nera.
La disperazione causò reazioni estreme. Abbandono di bambini, furti, voci di cannibalismo. La carestia potrebbe aver ispirato Hansel e Gretel
E non è finita. Uno studio dell’Università di Cambridge ipotizza che anche l’epidemia sia stata favorita da un’eruzione vulcanica tropicale che nel 1345 avrebbe alterato il clima, costringendo a una riconfigurazione delle rotte commerciali che avrebbe favorito il contagio. Anche qui, dunque, inverni più rigidi, estati brevi e piovose e una serie di cattivi raccolti dal 1345 al 1349. Le cronache dell’epoca descrivono cieli nuvolosi e temperature insolite, uno scenario che portò a carestie diffuse e a una pressione straordinaria sulle riserve alimentari in tutto il continente. Di fronte alla scarsità, le élite urbane italiane si rivolsero alle loro reti commerciali internazionali. In particolare, le repubbliche marinare organizzarono l’approvvigionamento di grano nella regione del Mar Nero, sotto il controllo dell’Orda d’Oro mongola. Attraverso rotte che attraversavano il Mar Nero fino ai principali porti del Mediterraneo, il grano compensava la mancanza di risorse locali e stabilizzava i mercati europei.
Poco prima del diluvio c’era stata una serie di piogge torrenziali che distrusse i raccolti in tutto il continente, causando la celebre Grande Carestia
Nella memoria è rimasto il ricordo dell’assedio della colonia genovese di Caffa in Crimea, che nel 1346 le catapulte mongole bombardarono con cadaveri di appestati, accendendo il contagio che poi per nave si sarebbe diffuso per tutto il Mediterraneo. Ma anche al di là di questo evento estremo, il grano trasportato via nave divenne comunque un rifugio per le pulci infette dal batterio Yersinia pestis, che possono sopravvivere per giorni o addirittura settimane in ambienti asciutti e bui, nutrendosi dei detriti presenti nelle spedizioni di grano. Una volta che il grano arrivava nei porti occidentali, le pulci trovavano nuovi ospiti tra i roditori urbani e da lì l’infestazione si diffondeva all’uomo.
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