Giustizia civile, la verità dietro i numeri: processi veramente più veloci?
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Per anni la lentezza della giustizia civile italiana è stata considerata uno dei principali freni alla competitività del Paese. Tempi lunghi, cause interminabili e incertezza sulle decisioni hanno spesso rappresentato un ostacolo non solo per i cittadini, ma soprattutto per le imprese e per chi intende investire in Italia.
Negli ultimi anni, però, qualcosa sembra essersi mosso. Le statistiche ufficiali mostrano infatti un progressivo miglioramento nella durata dei procedimenti civili. Ma la domanda resta aperta: i processi stanno davvero diventando più rapidi oppure i dati raccontano soltanto una parte della realtà?
È proprio qui che il dibattito diventa interessante, secondo un recente studio presentato dall’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Perché il principale indicatore utilizzato per misurare la velocità della giustizia — il cosiddetto disposition time — non fotografa direttamente la durata effettiva dei processi, ma elabora una stima basata sul ritmo di smaltimento delle cause da parte degli uffici giudiziari. Un dettaglio tecnico che cambia profondamente la lettura dei numeri.
Il dato ufficiale: tempi ridotti del 23% dal 2017
Secondo le rilevazioni del Ministero della Giustizia, la durata complessiva dei procedimenti civili nei tre gradi di giudizio è passata da circa 6 anni e 7 mesi nel 2017 a 5 anni nel 2024, con una riduzione vicina al 23%.
Si tratta di un risultato spesso richiamato anche nel quadro degli obiettivi del PNRR, che punta a ridurre drasticamente i tempi della macchina giudiziaria italiana per rendere il sistema più efficiente e competitivo rispetto agli altri Paesi europei.
Nonostante i miglioramenti, però, l’Italia continua ad avere una delle giustizie civili più lente dell’Unione Europea. E soprattutto, dietro la diminuzione delle statistiche ufficiali, si nasconde un tema metodologico tutt’altro che marginale.
Cos’è davvero il “disposition time”
Il disposition time — abbreviato spesso in DT — viene calcolato mettendo in rapporto il numero dei procedimenti pendenti con quello delle cause concluse nell’arco dell’anno.
In pratica, non misura quanto è durato un processo terminato, ma stima quanto tempo servirebbe a smaltire tutto il carico residuo mantenendo la stessa velocità di definizione delle pratiche.
È una differenza sostanziale. Un tribunale potrebbe mostrare un miglioramento del DT semplicemente perché riesce a chiudere più fascicoli rispetto ai nuovi ingressi, senza che questo significhi necessariamente che i procedimenti più vecchi vengano risolti rapidamente.
Ed è proprio questo il punto che ha spinto diversi analisti a incrociare il DT con altri indicatori considerati più vicini alla percezione concreta di cittadini e imprese.
I tre indicatori che raccontano la giustizia
Per capire se la riduzione dei tempi sia reale, occorre osservare contemporaneamente tre parametri differenti:
- il disposition time;
- la durata media dei processi ancora pendenti;
- la durata media dei processi conclusi.
La durata media dei pendenti misura da quanto tempo le cause ancora aperte si trovano nei tribunali. Quella dei procedimenti conclusi, invece, indica quanto è durato concretamente il percorso dalla iscrizione della causa fino alla sentenza.
Analizzando insieme questi dati emerge un quadro più affidabile e meno condizionato dalle sole dinamiche statistiche.
Il miglioramento sembra concreto, soprattutto in appello
L’analisi dei dati relativi al periodo compreso tra il 2017 e il 2024 suggerisce che il miglioramento non sia soltanto apparente.
Nei primi due gradi di giudizio, infatti, tutti e tre gli indicatori mostrano una riduzione significativa:
- il disposition time è diminuito del 18%;
- la durata media dei processi conclusi è scesa del 21%;
- la durata media dei pendenti si è ridotta del 27%.
Tradotto in termini concreti, significa che non soltanto gli uffici giudiziari stanno smaltendo più fascicoli di quanti ne entrino, ma stanno anche riuscendo a chiudere procedimenti più rapidamente rispetto al passato.
L’aspetto forse più interessante riguarda il secondo grado di giudizio. È infatti nelle Corti d’Appello che il miglioramento appare più marcato. Qui il DT si è ridotto del 22%, mentre la durata media dei processi conclusi è scesa addirittura del 31%.
Nel primo grado, invece, i progressi risultano più contenuti. Segnale che la vera criticità del sistema continua probabilmente a concentrarsi nella fase iniziale del contenzioso.
Il nodo delle cause vecchie resta centrale
Nonostante il miglioramento statistico, il problema dell’arretrato storico non può considerarsi risolto.
Uno degli elementi più delicati riguarda infatti la capacità degli uffici di smaltire le cause più datate. Perché un tribunale potrebbe teoricamente migliorare i propri indicatori chiudendo soprattutto procedimenti recenti, lasciando però in vita i fascicoli più complessi e longevi.
Gli esempi teorici elaborati dagli studiosi mostrano bene questo rischio. Se un ufficio giudiziario definisce rapidamente le nuove controversie ma continua ad accumulare procedimenti ultradecennali, alcuni indicatori possono migliorare mentre altri peggiorano.
È il motivo per cui osservare un solo parametro rischia di fornire una fotografia distorta.
Perché la giustizia lenta pesa sull’economia
La questione non riguarda soltanto l’efficienza dello Stato. La durata dei processi civili ha effetti diretti sull’economia reale.
Una controversia commerciale che resta aperta per anni genera infatti incertezza giuridica, blocca investimenti, rallenta i rapporti contrattuali e aumenta il rischio per le imprese.
Non è un caso che la Commissione Europea e gli organismi internazionali abbiano più volte indicato la lentezza della giustizia italiana come uno dei principali fattori che scoraggiano capitali esteri e crescita economica.
Per questo motivo diventa particolarmente rilevante capire se il miglioramento riguardi davvero i procedimenti che interessano il mondo produttivo.
Le cause che contano per le imprese
Analizzando separatamente le materie con impatto economico — come contratti, diritto societario, procedure concorsuali, esecuzioni immobiliari, sfratti, responsabilità civile e diritto industriale — emerge un dato ancora più interessante.
Nel 2024 il disposition time per queste controversie nei primi due gradi di giudizio era pari a circa 2 anni e 10 mesi. Anche in questo caso si registra un miglioramento significativo rispetto al passato.
Dal 2017 al 2024, infatti, la riduzione dei tempi per le cause considerate più rilevanti per le imprese è stata del 21%, quindi persino superiore rispetto alla media generale del contenzioso civile.
Ancora una volta, il secondo grado mostra le performance migliori, con un calo vicino al 24%.
Cosa sta facendo davvero scendere i tempi
Uno degli aspetti più interessanti dell’analisi riguarda il meccanismo che ha prodotto la riduzione del DT.
Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, il miglioramento non dipende da un drastico calo delle nuove cause. In molti casi gli afflussi sono rimasti relativamente stabili.
Il cambiamento sembra invece derivare soprattutto dal fatto che gli uffici giudiziari riescono finalmente a chiudere più procedimenti di quanti ne arrivino ogni anno. In altre parole, il sistema sta lentamente riducendo il proprio “magazzino” di arretrato.
È un elemento importante perché suggerisce una maggiore capacità organizzativa dei tribunali, favorita probabilmente anche dagli investimenti legati al PNRR, dalla digitalizzazione e dalle nuove modalità di gestione del contenzioso.
La vera sfida è mantenere il trend
I dati disponibili fino al 2024 indicano dunque un miglioramento reale, almeno nei primi due gradi di giudizio. Tuttavia, parlare di problema risolto sarebbe prematuro.
La durata dei processi italiani resta ancora elevata rispetto agli standard europei e continua a rappresentare un fattore critico per la competitività del sistema Paese.
Inoltre, la sostenibilità del miglioramento dovrà essere verificata nel tempo. Una parte dei risultati potrebbe infatti essere collegata agli interventi straordinari del PNRR, alle assunzioni temporanee e alle risorse aggiuntive messe a disposizione negli ultimi anni.
La vera prova arriverà quando sarà necessario consolidare questi numeri senza il supporto delle misure emergenziali.
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