Professionisti trattati da evasori? La denuncia delle associazioni

Maggio 09, 2026 - 12:15
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lentepubblica.it

Dal prossimo 15 giugno 2026 potrebbe cambiare radicalmente il rapporto tra professionisti e Pubblica amministrazione. Al centro della polemica c’è una norma che consentirà agli enti pubblici di trattenere automaticamente i compensi destinati ai lavoratori autonomi nel caso in cui risultino pendenze fiscali anche di importo minimo.


Una misura che ha provocato una dura reazione da parte delle principali associazioni di categoria, convinte che si tratti di un intervento sproporzionato e penalizzante nei confronti delle professioni ordinistiche.

A lanciare l’allarme sono le associazioni italiane dei Dottori Commercialisti AIDC, ADC e UNGDCEC, che parlano apertamente di “agguato normativo” e denunciano il rischio di trasformare i professionisti in una sorta di bancomat dello Stato.

Il nodo del Disegno di Legge AC 2629

La questione ruota attorno al Disegno di Legge AC 2629 e alle norme collegate che disciplinano i rapporti economici tra Pubblica amministrazione e professionisti. Secondo AIDC, l’introduzione di clausole di salvaguardia per le professioni regolamentate rappresenta certamente un elemento positivo, ma non sufficiente a eliminare i rischi interpretativi legati all’applicazione concreta della normativa.

L’associazione dei commercialisti evidenzia infatti come il vero problema non sia soltanto il testo della legge, ma il modo in cui potrà essere applicata nella pratica amministrativa. Per questo motivo chiede un monitoraggio costante dell’iter parlamentare e delle future interpretazioni operative.

Il timore è che disposizioni nate formalmente per contrastare l’evasione possano finire per comprimere attività professionali legittime, soprattutto nell’ambito della consulenza stragiudiziale svolta dai commercialisti.

Compensi bloccati anche per debiti minimi

Il punto che ha acceso maggiormente la protesta riguarda il meccanismo automatico previsto dalla nuova disciplina. In sostanza, se un professionista dovesse avere una posizione debitoria aperta con il Fisco, la Pubblica amministrazione potrebbe trattenere direttamente le somme dovute per incarichi professionali, utilizzandole per compensare il debito tributario.

Secondo le associazioni firmatarie del comunicato congiunto, la norma introdurrebbe un sistema estremamente severo nei confronti dei lavoratori autonomi. La contestazione principale riguarda l’assenza di soglie minime: il controllo scatterebbe anche per importi molto bassi, persino per una pendenza di un solo euro.

Le organizzazioni di categoria parlano apertamente di disparità di trattamento rispetto ad altre categorie di contribuenti. Imprese e lavoratori dipendenti, sostengono, continuano infatti a essere soggetti a meccanismi considerati più equilibrati e proporzionati, mentre per i professionisti verrebbe applicata una forma di automatismo immediato.

“Presunti colpevoli”: l’accusa delle associazioni

Nel comunicato diffuso da ADC, AIDC e UNGDCEC emerge un linguaggio particolarmente duro. Le associazioni sostengono che la nuova impostazione normativa finisca per introdurre una sorta di presunzione generalizzata di colpevolezza nei confronti dei professionisti.

Secondo i rappresentanti delle categorie, il compenso professionale verrebbe trasformato da corrispettivo per una prestazione lavorativa a strumento privilegiato di riscossione fiscale. Una logica che, a loro avviso, altera il principio stesso della remunerazione del lavoro autonomo.

Le sigle parlano di una misura “discriminatoria” e denunciano il rischio di un progressivo svilimento della dignità professionale di commercialisti, revisori, consulenti tecnici, periti e altri soggetti che collaborano quotidianamente con lo Stato.

Il richiamo alla Corte Costituzionale

Tra i punti centrali evidenziati da AIDC compare anche il tema del ruolo degli Ordini professionali. L’associazione richiama la sentenza n. 144/2024 della Corte Costituzionale, ricordando che gli Ordini rappresentano strumenti di tutela di interessi pubblici costituzionalmente rilevanti.

Per questo motivo, eventuali interventi normativi che incidano sull’equilibrio tra le professioni non dovrebbero essere valutati esclusivamente come questioni corporative. Secondo i commercialisti, il rischio sarebbe quello di compromettere il corretto funzionamento di interi settori economici e amministrativi.

L’attenzione, dunque, non riguarda soltanto la tutela della categoria, ma anche le possibili ricadute sull’efficienza complessiva del sistema.

La protesta contro i ritardi della Pubblica amministrazione

Uno degli aspetti più contestati dalle associazioni riguarda la contraddizione tra i nuovi poteri attribuiti allo Stato e le condizioni economiche in cui molti professionisti operano già oggi.

Nel comunicato viene ricordato come numerosi incarichi affidati dalla Pubblica amministrazione vengano retribuiti con tariffe considerate insufficienti e, soprattutto, con tempi di pagamento estremamente lunghi.

Il riferimento è ai consulenti tecnici d’ufficio, ai revisori, ai periti e ai commercialisti che collaborano con enti pubblici e tribunali. Figure essenziali per il funzionamento della macchina amministrativa e giudiziaria, ma spesso costrette ad attendere mesi — in alcuni casi anni — prima di ricevere quanto spettante.

Le associazioni sostengono che il nuovo sistema finisca per aggravare ulteriormente una situazione già critica, aumentando il senso di sfiducia nei confronti delle istituzioni.

“Lo Stato rischia di restare senza professionisti”

Uno dei passaggi più forti della presa di posizione delle sigle professionali riguarda proprio il futuro del rapporto tra Stato e professionisti.

Secondo ADC, AIDC e UNGDCEC, il rischio concreto è che sempre meno professionisti siano disposti a collaborare con la Pubblica amministrazione. Un problema che potrebbe avere effetti importanti soprattutto nei settori dove il contributo tecnico-specialistico dei lavoratori autonomi è fondamentale.

La protesta punta inoltre il dito contro quella che viene definita una forte incoerenza politica. Da un lato, spiegano le associazioni, il Governo continua a definire i professionisti una “colonna vertebrale del Paese” e un presidio di legalità; dall’altro, introduce norme considerate punitive e vessatorie.

Una contraddizione che, secondo i rappresentanti delle categorie, rischia di incrinare definitivamente il rapporto fiduciario tra professioni e istituzioni.

Il timore di interpretazioni estensive

Tra le preoccupazioni espresse da AIDC c’è anche quella relativa alle possibili interpretazioni estensive della normativa. L’associazione teme che la mancanza di confini perfettamente definiti possa generare contenziosi e applicazioni non uniformi.

Il riferimento riguarda soprattutto il perimetro delle attività professionali coinvolte e la possibilità che, nel tempo, l’ambito operativo della norma venga ampliato ben oltre le intenzioni originarie del legislatore.

Per questo il Direttivo AIDC ha annunciato una vigilanza costante sulle prossime fasi parlamentari e sull’evoluzione della disciplina.

Una battaglia che va oltre i commercialisti

La mobilitazione delle associazioni professionali non riguarda soltanto la categoria dei commercialisti. Il tema coinvolge infatti più in generale il rapporto tra Stato e lavoro autonomo qualificato.

Le sigle firmatarie sottolineano come la multidisciplinarità rappresenti oggi un elemento indispensabile per la competitività delle imprese italiane e per il funzionamento del sistema economico.

Difendere gli spazi operativi delle professioni regolamentate, spiegano, significa anche garantire qualità della consulenza, certezza del diritto e stabilità nei rapporti tra cittadini, imprese e Pubblica amministrazione.

Il confronto politico e parlamentare appare dunque destinato a proseguire nelle prossime settimane, con le associazioni pronte a mantenere alta l’attenzione su un provvedimento che rischia di aprire uno scontro molto acceso tra professionisti e Stato.

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