Guadagni stellari. Per petrolio e raffinazione profitti alle stelle, mentre la guerra continua

L'escalation della guerra tra Stati Uniti e Iran, negata e riaffermata a ogni mutar d’umore del leader supremo a stelle e strisce, minaccia i piani delle raffinerie di petrolio asiatiche, incidendo sui relativi piani d’incremento della produzione previsti per agosto, il che comporterebbe anche possibili effetti sulle scorte globali di carburante nell’area asiatica.
Le raffinerie asiatiche hanno continuato infatti a fare affidamento sulla fornitura di petrolio dal Golfo Persico, sperando che ciò avrebbero potuto giovare sulla ripresa della produzione globale di carburante per autotrazione nel trimestre luglio-settembre; il susseguirsi di continui attacchi militari tra Stati Uniti e Iran ha invece nuovamente ridotto le esportazioni del greggio che passa dallo Stretto di Hormuz, dove, come sappiamo, prima di questa sciagurata guerra convergeva quasi un quinto dei traffici di petrolio mondiale.
Per complicare ancora di più le cose, di recente, anche gli Houthi yemeniti – alleati storici dell'Iran degli Ayatollah – hanno iniziato a bloccare il flusso di greggio saudita dal Mar Rosso; una mossa che ha ridotto più di 3 milioni di barili al giorno il flusso di prodotti diretti principalmente verso i mercati dell’Asia.
In seguito a questo nuovo caos, che disorienta sia i mercati che i vettori di trasporto di prodotti energetici fossili, i raffinatori asiatici tentano di trovare un rimedio in grado di contrastare i ritardi nelle spedizioni di raffinati, dovute esclusivamente all’instabilità geopolitica determinatasi nel Medioriente.
Sul fronte europeo, al contempo, con una sincronia inaspettata la Russia ha deciso di vietare l'esportazione di diesel e ciò a causa degli attacchi compiuti dai droni ucraini a danno delle sue raffinerie. Appare del tutto conseguenziale che le ricadute più pesanti di questa decisione si riverseranno pesantemente sull'offerta globale di prodotti petroliferi raffinati, che sembra destinata a diventare sempre più limitata, facendo aumentare ulteriormente i prezzi di benzina, diesel e carburante per l’aviazione civile.
Un dato economico significativo lo possiamo ricavare dal costo del gasolio e del carburante per jet: le raffinerie asiatiche hanno aumentato consistentemente i propri margini di guadagno, che risultano aver superato 65 dollari a barile in più, rispetto al periodo antecedente all’attacco israelitico-americano sull’Iran.
Una riflessione a parte merita la Formosa Petrochemical Corp (FPCC) di Taiwan, un esportatore chiave per tutta l’area asiatica, che con lungimiranza aveva pianificato di aumentare il flusso di raffinazione, portandolo nel mese di agosto a 480.000 bpd (barili al giorno) ovvero quasi al 90% della capacità produttiva dei propri impianti industriali; viceversa, le attività delle raffinerie cinesi sono scese (a giugno) fino ad arrivare al 58% della capacità di produzione, in quanto la Cina dispone di grandi scorte cui poter continuare ad attingere nei periodi di ristrettezza delle importazioni.
Sul fronte occidentale, si prevede che le raffinerie statunitensi ed europee massimizzeranno la produzione del terzo trimestre e ciò consentirà loro di capitalizzare margini record, anche se hanno poche possibilità di poter aumentare la produzione. I margini di profitto europei del diesel per trazione hanno raggiunto una cifra record di 66,25 dollari al barile dopo che la Russia ha vietato le esportazioni di diesel.
Negli Stati Uniti, la distribuzione del carburante - ampiamente utilizzata come punto di riferimento per la redditività delle raffinerie statunitensi -, alla fine della settimana scorsa è salita a un nuovo record di quasi 70 dollari al barile. Crediamo, perciò, che non sia un caso che ieri il presidente degli Stati Uniti abbia accusato Exxon, Mobil e Chevron di guadagnare "troppi soldi" (testualmente), affermando che con l'aumento dei prezzi del carburante i colossi petroliferi dovrebbero "restituire un po' di questo utile al pubblico"; va da sé che questa posizione assunta da Trump si allontana parecchio dalla forma mentis del presidente, che ci ha abituato a pensieri di alleanza e sostegno col mondo dell'industria petrolifera americana.
Ora invece abbiamo sentito usare da The Donald l’espressione "non mi piace," pronunciata davanti ai giornalisti lunedì (ieri per chi legge); questo avviene dopo appena tre giorni dalle comunicazioni da parte delle aziende del settore riguardante gli utili record riportati nel secondo trimestre- Tutto questo avviene mentre la guerra in corso in Iran mantiene alti i prezzi del greggio. Anche secondo Trump, adesso, Chevron, Exxon, Mobil hanno guadagnato “troppi soldi" (Chevron ad esempio ha registrato circa 132 milioni di dollari al giorno di profitti) nel secondo trimestre. Eppure per il tycoon non dovrebbe essere difficile capire che tali eccessi sono direttamente legati alla guerra che ha scatenato in Medio Oriente.
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