A Ceuta le panne galleggianti contro l’inquinamento da petrolio adoperate per respingere i migranti

Tra le scene surreali scaturite dai fatti di Ceuta e trasmesse fino alla nausea dai media mondiali, una in particolare ha attirato la nostra attenzione: la barriera gonfiabile stesa tra l’imboccatura del porto di Ceuta e l’adiacente costa del Marocco.
Si tratta di una sorta di tubo lungo quasi 500 metri, realizzato con materiale plastico di colore arancione che, nella normalità delle cose, verrebbe adoperato per contenere/confinare le macchie di idrocarburi densi sversati dalle navi (per cause accidentali), costituendo uno dei principali strumenti contro gli inquinamenti marini (marine pollution).
Vedere le panne stese dalle autorità spagnole – non certamente per finalità antinquinamento – ma adoperate per costituire una barriera per respingere i migranti che tentavano di raggiungere a nuoto il territorio dell’enclave spagnola di Ceuta ha suscitato non poco stupore, misto a un senso di disagio.
Ricordiamo che proprio da queste colonne, ripetute volte, abbiamo richiamato l’attenzione sui grandi e complessi inquinamenti marini persistenti nell’area del Golfo Persico, segnatamente presso lo Stretto di Hormuz, e nel Mar Rosso meridionale, in prossimità dello Stretto di Bab el-Mandeb, auspicando, con insistenza, che le autorità internazionali che hanno – tra le altre cose – anche il compito di contrastare gli inquinamenti marini causati da idrocarburi sversati dalle navi mercantili, valutassero di intervenire per organizzare un’azione tecnica in grado di contenere e, dunque, limitare i danni provocati dagli inquinamenti in atto i quali, calcolati per difetto, riguarderebbero la fuoriuscita di 500.000 tonnellate di greggio che nessuno ha mai, almeno finora, tentato di contenere e/o recuperare dalla superfice del mare.
Sorprende e conferisce un senso di impotente tristezza, dunque, l’escamotage trovato dal governo spagnolo per far rispettare la tanto discussa sentenza del Tribunale supremo spagnolo, che ha stabilito il divieto di espulsione immediata dei migranti, qualora non sia stata violata alcuna barriera fisica. Abbiamo seguito con preoccupazione unita a molta pena gli accadimenti cruenti degli ultimi giorni, che hanno causato anche la scomparsa fisica di quasi un centinaio di persone: vedere le panne antinquinamento marino adoperate (solo) in questo modo suscita un modo di sfiducia. Possibile mettere in campo una capacità di reazione immediatamente quando si tratta di contrastare l’arrivo di uomini – esseri umani in fuga dalla disperazione – e restare al contempo insensibili di fronte alla catastrofe che colpisce, giorno dopo giorno, l’ambiente marino?
Mentre i media trascurano di accendere un fare su quest’ultima emergenza, al contrario all’abbordaggio da parte della Marina italiana (per un accertamento documentale) contro una petroliera della “flotta ombra” russa è stata offerta una spettacolarizzazione in stile “Rambo”: eppure trattasi di una notizia di ordinaria attività di polizia marittima, quasi banale, che non aggiunge nulla e nulla toglie ai flussi di traffico mercantile, riguardanti il trasporto di idrocarburi, peraltro con destinazione finale presso un porto turco, notoriamente membro della Nato.
Una nave mercantile può essere fermata in Alto Mare per il cosiddetto diritto d’inchiesta di bandiera: è una prerogativa degli Stati rivieraschi riconosciuta e sancita dall’UNCLOS (United Nation Convention of Low of the Sea) oltre che dalla prassi consuetudinaria; non si spiega, quindi, l’eccessiva enfasi associata all’evento in sé che, se rapportato in termini terrestri, potrebbe essere paragonato ad un controllo di polizia stradale effettuato su un’autocisterna che trasporta benzina.
I problemi reali, quelli che richiedono capacità d’impegno e di organizzazione sovrannazionale forse sono meno attrattivi e catturano meno l’attenzione della più vasta “public opinion” ma, innegabilmente, sono proprio quelli che ci interrogano e che aspettano dalle organizzazioni umane una risposta, rapida e urgente.
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