Carovana dei ghiacciai, l’Adamello ha perso 12 milioni di metri cubi d'acqua solo nell'ultimo anno

03 Agosto 2026 - 17:30
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Carovana dei ghiacciai, l’Adamello ha perso 12 milioni di metri cubi d'acqua solo nell'ultimo anno

La quota dello zero termico si è mantenuta frequentemente tra 4.800 e oltre 5.000 metri dalla seconda metà di giugno, mentre sull’intero arco alpino le temperature hanno registrato anomalie generalmente comprese tra +2°C e +4°C rispetto alla media climatica 1991-2020. Caldo precoce, siccità primaverile e ridotto innevamento residuo stanno accelerando la fusione di neve e ghiaccio anche alle quote più elevate. Solo l’Adamello, il più esteso ghiacciaio delle Alpi italiane, ha perso circa 12 milioni di metri cubi d’acqua nell’ultimo anno: la stima arriva direttamente dalla Fondazione glaciologica italiana ed è stata presentata durante l’anteprima della settima edizione di Carovana dei ghiacciai, la campagna internazionale di Legambiente che dal 17 agosto al 3 settembre tornerà a monitorare i ghiacciai alpini in Italia e all’estero.

«Il quadro dei ghiacciai italiani nel 2025 conferma una tendenza ormai consolidata: la quasi totalità dei circa 900 ghiacciai alpini censiti presenta bilanci di massa negativi, con oltre il 90% ridotto a una superficie inferiore a 0,5 chilometri quadrati – dichiara Valter Maggi, presidente della Fondazione glaciologica italiana – L’Adamello ne è l’esempio più evidente, con una perdita stimata di circa 12 milioni di metri cubi d’acqua nel corso dell’ultimo anno. Sono dati che descrivono non un’anomalia, ma un processo di regressione ormai strutturale legato al riscaldamento climatico in atto».

In sofferenza ci sono anche il Monte Bianco e la Marmolada, mentre negli ultimi giorni una parte del ghiacciaio dell’Ortles è crollata e dalla vetta del Cervino è comparsa una cascata d’acqua. Segnali che arrivano nel pieno della quarta ondata di caldo estremo dell’estate e mostrano come gli effetti della crisi climatica in alta quota si propaghino poi verso valle, coinvolgendo risorse idriche, ecosistemi e comunità montane.

«Riconoscere i ghiacciai come beni comuni – spiega Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e presidente di Cipra Italia – significa considerarli patrimoni collettivi essenziali per l’equilibrio ecologico, la sicurezza delle comunità, la regolazione delle risorse idriche, la tutela della biodiversità, del paesaggio e dei diritti delle generazioni future. Significa anche riconoscere che le aree glaciali e proglaciali non possono essere governate esclusivamente secondo logiche proprietarie o di mercato, ma richiedono forme di responsabilità condivisa e di gestione orientate all’interesse generale».

A Passo Presena, a circa 3mila metri di quota, Legambiente ha organizzato un flash mob insieme al Club alpino italiano (Cai), a Cipra Italia, alla Fondazione glaciologica italiana e a una rappresentanza degli oltre 90 firmatari del Manifesto europeo per una governance dei ghiacciai e delle risorse connesse. Le persone coinvolte hanno inizialmente formato una massa compatta per riprodurre il corpo di un ghiacciaio, frammentandosi e arretrando progressivamente fino a lasciare scoperta la terra nuda.

Alla mobilitazione si è affiancata una performance del Collettivo Lattea, dedicata alla trasformazione del rapporto tra esseri umani e montagna. L’azione si è conclusa con la richiesta di riconoscere i ghiacciai come beni comuni e di costruire una governance europea capace di affrontare insieme la tutela dei ghiacciai, delle terre che emergono con la loro ritirata e delle risorse naturali collegate. Dall’Adamello è stata infatti presentata “Governare le Alpi che cambiano”, la prima piattaforma politica e culturale nata in Italia per i ghiacciai, le aree proglaciali e il futuro delle montagne. L’obiettivo è promuovere una nuova gestione delle aree glaciali e avviare un percorso legislativo,

«Dal crollo di una parte del ghiacciaio dell’Ortles avvenuto in questi giorni alla cascata d’acqua dalla vetta del Cervino, all’Adamello in forte ritirata, anche in alta quota la crisi climatica lascia sempre di più il segno con effetti che si ripercuotono a valle – conclude Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – In particolare le Alpi si stanno riscaldando il doppio rispetto alle medie globali e le comunità montane devono essere aiutate e sostenute. Per questo anche dall’Adamello torniamo a chiedere al Governo di stanziare al più presto le risorse economiche necessarie per attuare il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici insieme a politiche locali forti e incisive. Allo stesso tempo serve una governance europea per i ghiacciai, beni comuni da tutelare e proteggere, e un costante monitoraggio dell’alta quota sempre più fragile a causa della crisi climatica».

La crisi climatica in corso imporrebbe infatti vece di agire con decisione sul doppio fronte della mitigazione e dell’adattamento. Il Pnacc è di fatto fermo al palo: approvato nel gennaio 2024 dal Governo Meloni dopo lunghissima gestazione, ha individuato 361 azioni settoriali da mettere in campo ma manca di fondi e governance per attuarle. Non va meglio sul fronte della mitigazione della crisi climatica in corso, che richiede il rapido abbandono dei combustibili fossili per puntare su efficienza energetica e fonti rinnovabili. Per essere sicuri di centrare i target servirebbe accelerare sensibilmente, e a guadagnarci sarebbe non solo l'ambiente ma anche il portafogli, in quanto colmare il gap al 2030 significherebbe risparmiare 17 miliardi di euro (tra minori costi energetici, importazioni di gas naturale ed emissioni) e creare 60mila posti di lavoro.

Legambiente stima la necessità di oltre +11 GW di nuova potenza installata l’anno, Energy square +15 GW, mentre la filiera industriale di settore si dichiara pronta a traguardare fino a +20 GW l’anno, eppure nell’ultimo anno le installazioni si sono fermate a +7,2 GW. A frenare sono la disinformazione che limita l’accettabilità sociale dei nuovi impianti, il continuo caos normativo e la lentezza degli iter autorizzativi, che in Italia durano fino a 6 anni per il fotovoltaico e 7-8 anni per l’eolico (con numerosi casi che superano ulteriormente queste soglie); a fronte di tempi medi di 12-24 mesi in molti Stati Ue, i tempi italiani sono dunque di gran lunga fuori dai limiti fissati dalla direttiva Red III. Puntuali interventi normativi – ad esempio sul Testo unico sulle rinnovabili (D. Lgs. 190/2024) – basterebbero ad alleviare il problema.

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