Hey Milano, il laboratorio civico-riformista guarda al 2027: “Osare è il mestiere della politica”
Non ancora una lista, non semplicemente un convegno, non l’ennesimo tavolo cittadino destinato a produrre documenti che poi finiscono nel cassetto. Hey Milano prova a collocarsi in un punto diverso: un laboratorio civico e riformista che, a un anno dalle comunali del 2027, vuole costruire una piattaforma di visione e misurare su quella candidati, partiti e coalizioni.
Il passaggio politico si è consumato il 23 maggio nella Sala Falck dell’Ambrosianeum, piena per il Congresso per la Città promosso dalle tredici associazioni che da cinque mesi, sotto il nome “Hey Milano, dove andiamo?“, stanno interrogando la città sul proprio futuro. Il punto di partenza è esplicito: Milano ha ottenuto risultati straordinari negli ultimi quindici anni, è cresciuta, si è internazionalizzata, ha attratto investimenti e competenze. Ma questa crescita ha prodotto anche fratture, esclusioni e squilibri che il centrosinistra, o comunque l’area che si candiderà a governare la città dopo Sala, non può più trattare come effetti collaterali inevitabili.
Il documento discusso all’Ambrosianeum non nasce come programma di governo, ma come cornice politica. Prima la visione, poi i nomi. Prima le domande della città, poi le candidature. È una scelta che prova a rovesciare il rituale consueto della politica milanese, spesso più rapida nel discutere di ticket, alleanze e caselle che nel chiarire quale modello urbano intenda proporre.
Mano Visibile, Città Indivisibile, Prosperità Condivisa
Il cuore del documento ruota attorno a tre linee guida. La prima è la “Mano Visibile“: il ritorno di una regia pubblica capace di orientare il mercato, non limitandosi ad accompagnarne le dinamiche. In altre parole, il Comune non come semplice facilitatore degli investimenti privati, ma come soggetto politico che governa lo sviluppo e ne corregge gli effetti distorsivi.
La seconda è la “Città Indivisibile“: l’idea di ricucire un tessuto urbano e metropolitano sempre più frammentato tra centro e periferie, rendita e lavoro, attrattività internazionale e difficoltà quotidiana di chi a Milano vive, studia, lavora e spesso fatica a restare. La terza è la “Prosperità Condivisa“: continuare a produrre valore, ma distribuendo meglio benefici, opportunità e accesso ai servizi.
Dentro queste parole c’è una critica evidente al modello della “città-rendita“, alla Milano che genera ricchezza ma espelle ceto medio, giovani, lavoratori essenziali, famiglie non protette da patrimoni familiari. Hey Milano non propone una nostalgia anti-sviluppo, ma una correzione di rotta: più regia pubblica, più area metropolitana, più partecipazione, più redistribuzione del valore generato dalle trasformazioni urbane.
Tredici realtà civiche e una rete verso candidati e partiti
Il percorso è stato costruito da tredici realtà civiche, associative e riformiste: Associazione Carlo Cattaneo, Circolo Centro Studi Emilio Caldara, Circolo di via De Amicis 17, Contropiede, Coordinamento Comitati Milanesi, Fondazione Carlo Perini, Il Sicomoro, Innovare per Includere, Insieme per Corsico, Italia Chiama, Milano in Comune-Sinistra e Costituzione, Movimento Milano Civica, Per l’Italia con l’Europa.
Nei mesi precedenti il congresso si sono svolte oltre quaranta assemblee su casa, lavoro, scuola, sanità, welfare, mobilità, urbanistica, cultura, sport, sicurezza, partecipazione, municipi e città metropolitana. Il metodo è parte del messaggio politico: non una piattaforma scritta da pochi per essere poi comunicata a molti, ma un registro di contributi da cui estrarre una visione comune.
Al congresso sono intervenuti cittadini, amministratori e figure politiche dell’area civica e progressista. Raffaele Di Tria ha posto il tema della scala metropolitana: Milano è ormai più grande del proprio Comune e continuare a governarla dentro i soli confini amministrativi di Palazzo Marino significa non vedere più la città reale. Paola Agnoletto, di Milano Civica, ha indicato nello stesso solco la necessità che il prossimo sindaco sia prima di tutto un sindaco metropolitano. Francesco Francioso, di Contropiede, ha portato il tema sanitario dentro una formula netta: Milano non può diventare la città del “si cura chi può”. Danilo Arpigliano, del Centro Studi Caldara, ha rilanciato l’immagine della “città zero-cento anni“, capace di accompagnare tutte le stagioni della vita. Marco Ghetti, di Per l’Italia con l’Europa, ha insistito sul ritardo milanese nell’innovazione tecnologica e nell’attrazione dei talenti rispetto alle grandi città estere, nonostante la presenza di sette università e di un ecosistema potenzialmente fortissimo.
Scuola, sicurezza, municipi: la città da ricucire
Tra gli interventi più politici, Lia Quartapelle ha richiamato il lavoro svolto nelle assemblee preparatorie e ha portato al centro la scuola pubblica nelle aree socialmente più fragili, raccontando la domanda angosciata di un’insegnante costretta a chiedersi se il proprio ruolo sia ancora quello di docente o ormai anche di assistente sociale. Quartapelle ha poi evocato le divisioni emerse nella maggioranza milanese sul gemellaggio con Tel Aviv per sottolineare la necessità di rigenerare uno sguardo comune tra le forze che hanno governato la città e che si candideranno a farlo ancora.
Elena Buscemi ha valorizzato il metodo di Hey Milano come tentativo di ricucire i rapporti con pezzi di città che si sono allontanati, rivendicando una radicalità senza radicalismo. Marco Granelli ha fatto proprie le tre linee guida del documento e ha rilanciato il tema delle Scuole Aperte, come strumento per sostenere famiglie, lavoro e spazi socio-educativi dei ragazzi. Bruno Tabacci ha posto invece il nodo dell’offerta politica: senza nuovo personale politico, il rischio è che l’astensionismo continui ad allargare la distanza tra cittadini e rappresentanza.
Gianmaria Radice ha spinto il ragionamento sulla governance oltre l’attuale Città metropolitana, sostenendo che quella cornice è già superata e che Milano deve interrogarsi con più coraggio sulle proprie facoltà di autonomia. Cristina Tajani ha letto Milano come testa di ponte di un cambio d’epoca più ampio, nel rapporto tra soggetto pubblico e concentrazione del potere privato. Mauro Mercatanti ha richiamato l’ambizione politica necessaria per trasformare una visione in progetto reale: senza quel “grano di follia” evocato dal celebre “Stay hungry, stay foolish“, il cambiamento resta prigioniero delle resistenze.
D’Alfonso: “Per una politica che sappia osare”
Le conclusioni sono state affidate a Franco D’Alfonso, presidente del Circolo Centro Studi Emilio Caldara, che ha dato al congresso il suo significato più direttamente politico. Il messaggio di fondo è che il 23 maggio non rappresenta un punto d’arrivo, ma una tappa intermedia. Il percorso, ha spiegato, non è stato uno sfogatoio né una raccolta di lamentele, ma un lavoro di costruzione politica. E proprio per questo, ora, deve entrare in una fase nuova. D’Alfonso ha insistito sulla necessità di rimettere al centro la politica, distinguendola dalla pura amministrazione dei regolamenti. A suo giudizio, se si accetta come normale che il Consiglio comunale resti bloccato per anni da decine di migliaia di emendamenti ostruzionistici, si rinuncia alla funzione stessa della rappresentanza. Il politico, nella sua lettura, non è un dirigente amministrativo eletto né un tecnico incaricato di gestire l’ordinario: è chi deve indirizzare, decidere, cambiare le regole quando le regole non funzionano.
Il passaggio più forte riguarda il verbo scelto per descrivere il compito della politica: osare. D’Alfonso lo ha detto senza giri di parole: “Osare è il mestiere della politica, se non si osa si fa solo gli addetti amministrativi“.
Casa, welfare e mutualismo: la scelta strutturale
Nelle conclusioni D’Alfonso ha dato particolare peso al tema della casa, considerato uno dei banchi di prova più importanti. La proposta di una società immobiliare pubblica, o comunque a forte regia pubblica, capace di intervenire sul mercato degli affitti non viene presentata come una misura tecnica, ma come una scelta di campo. Il problema abitativo milanese, nella lettura di Hey Milano, non può essere affrontato solo con bonus individuali, agevolazioni temporanee o misure emergenziali. Serve un soggetto forte, capace di governare offerta, prezzi, stock esistente e patrimonio pubblico.
Il ragionamento si allarga anche al welfare urbano. D’Alfonso richiama la necessità di recuperare una dimensione mutualistica: cooperative, welfare aziendale, società di mutuo soccorso comunitarie. La Milano del futuro, in questa prospettiva, non può limitarsi a redistribuire a posteriori una parte della ricchezza prodotta, ma deve costruire istituzioni sociali capaci di ridurre la vulnerabilità prima che diventi emergenza.
Anche proposte come il “cibo di municipio” vengono lette come cambio di rotta rispetto a una stagione in cui la tendenza era dismettere o ridimensionare presidi pubblici e mercati comunali. Il punto non è tornare a un municipalismo fuori tempo massimo, ma usare ciò che il Comune e le sue partecipate possono ancora fare per incidere sul costo della vita, sulla prossimità e sulla coesione sociale.
Un movimento di cittadini impegnati, non una semplice lista elettorale
Il passaggio politicamente più delicato riguarda il rapporto con i partiti. D’Alfonso ha escluso che il lavoro di Hey Milano debba essere consegnato passivamente alle forze politiche perché ne prendano qualche punto e magari cooptino alcuni protagonisti del percorso. È proprio questo, nella sua lettura, il vecchio modello da evitare.
L’idea è invece quella di strutturare un movimento di cittadini impegnati: non una semplice lista elettorale, almeno non necessariamente, ma un movimento di opinione e di pressione capace di verificare l’operato della politica, sostenere o non sostenere candidati e forze sulla base della condivisione della visione elaborata. Non un tavolo di compensazione, dunque, ma un soggetto collettivo che raccoglie domande della cittadinanza e costringe la politica a contrattare e ad assumersi responsabilità.
È una posizione che sposta Hey Milano dal terreno del contributo programmatico a quello dell’interlocuzione politica vera e propria. Il documento sarà portato nei Municipi, nei Comuni della Milano metropolitana, alle forze politiche e ai candidati. L’appoggio, ha chiarito D’Alfonso, andrà a chi riconoscerà le domande di città poste dal congresso.
Il laboratorio verso il dopo Sala
La cornice è inevitabilmente quella del dopo Sala. Milano si avvicina alle elezioni del 2027 con un centrosinistra che dovrà scegliere candidato, coalizione, identità e giudizio sulla stagione precedente. Hey Milano prova a collocarsi in questo spazio: non contro l’esperienza di governo degli ultimi anni, ma dentro una richiesta di evoluzione profonda. Difendere ciò che ha funzionato, correggere ciò che ha prodotto esclusione, superare il verticalismo decisionale, restituire ruolo alla partecipazione, alla maggioranza consiliare, ai Municipi, alla dimensione metropolitana.
Il dato politico è che una parte del civismo riformista milanese non vuole limitarsi a fare da cornice alla prossima campagna elettorale. Vuole pesare nella definizione del campo, delle priorità e del profilo di chi si candiderà. Il congresso dell’Ambrosianeum non ha sciolto il nodo di come questo peso si tradurrà: movimento di pressione, rete civica, sostegno selettivo, possibile presenza elettorale. Ma ha chiarito una cosa: verso Milano 2027 esiste già un laboratorio organizzato che non intende restare spettatore.
L'articolo Hey Milano, il laboratorio civico-riformista guarda al 2027: “Osare è il mestiere della politica” proviene da Affaritaliani.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)