I commenti del Fatto di ieri sono una pagina memorabile per la storia della sinistra italiana

Apre la filosofa Donatella Di Cesare, che legge il successo di AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in Sassonia-Anhalt come l’emergere di una «Germania nascosta», che il racconto ufficiale del successo postbellico aveva lasciato in ombra. È una Germania che «presenta i vincoli europei come ostacoli alla volontà nazionale, il compromesso come incapacità di decidere, la pluralità della società come perdita della propria identità. Dà forma politica a un’insofferenza che i partiti tradizionali continuano a trattare come un equivoco da correggere». La conclusione è netta, a partire dal titolo, «non va seguita»: «Inseguire l’AfD sul suo terreno è una resa politica anche quando si continua a escluderla dalle coalizioni. Si può impedirle l’accesso ai ministeri e intanto accettare il suo modo di definire i problemi, di indicare i nemici, di concepire la nazione».
La diagnosi è condivisibile, anche se il tono lo è meno. Di Cesare descrive quella Germania con una partecipazione quasi affettuosa: parla di «risentimenti», di «ambizioni sopite», di un disagio «a lungo ignorato, frainteso, soffocato». Le colpe finiscono soprattutto sui partiti tradizionali, che «evocano un paese che non c’è più». Quanto all’alternativa, la indica nella vittoria berlinese della Linke, la prova che «la richiesta di cambiamento può trovare un’altra espressione». Ad AfD, insomma, non si risponde difendendo la Germania europea e moderata. Si risponde spostandosi a sinistra, e più radicalmente. Teniamolo a mente, perché due commenti più sotto ci ritorneremo.
Leggendo Di Cesare mi è tornato in mente “Come si diventa nazisti. Storia di una piccola città 1930-1935”, pubblicato nel 1965 dallo storico americano William Sheridan Allen. Il libro ricostruisce la presa del potere nazista a Northeim, la cittadina che nella prima edizione si chiamava Thalburg. Allen racconta come i giornali conservatori e nazionalisti abbiano ceduto, un passo alla volta, ai temi agitati dai nazisti nei primi anni dei successi elettorali di Hitler. I nazisti erano violenti, certo, ma offrivano soluzioni, per quanto improbabili, alla crisi tedesca del dopoguerra. Prima se ne adottò il linguaggio, poi ci si alleò con loro. È proprio la resa di cui parla Di Cesare.
Il guaio è che basta scendere di qualche riga, sulla stessa pagina, per vedere quella resa messa in pratica. Nel secondo commento Alessandro Orsini, professore di sociologia del terrorismo alla Luiss e ospite fisso dei talk show, celebra la vittoria schiacciante di Putin alle elezioni per la Duma del 18 settembre come prova dell’amore dei russi per il loro presidente. Sono elezioni in cui l’opposizione vera è in carcere, in esilio o al cimitero. Orsini se la prende con la «strampalata teoria dell’odio dei russi per la stessa Russia» e spiega: «I russi odiano la Nato, non la Russia. I russi odiano i vari Gentiloni, Draghi, Von der Leyen, Rutte. È ovvio che sia così: quale popolo amerebbe chi opera per precipitarlo nella miseria e nella sconfitta?». E poi: «Siccome i russi amano la Russia, sostengono la decisione di Putin di invadere l’Ucraina per impedire alla Nato di piazzarsi in quel Paese». Un’aggressione diventa legittima difesa, un voto senza scelta diventa un plebiscito d’amore, e i nemici sono indicati per nome e cognome. Gentiloni compreso, chissà perché. È esattamente il modo di definire i problemi e di indicare i nemici contro cui Di Cesare ci aveva appena messo in guardia. Solo che stavolta non viene da Berlino ma da Mosca, e allora va bene così.
Nel terzo commento Andrea Scanzi si occupa invece dei nemici in casa. Liquida gli «struggimenti» del «piangina» e «frignone» Emanuele Fiano, che ha annunciato di voler lasciare il Pd se il partito voterà contro la legge sull’antisemitismo, sostenuta anche da Liliana Segre. E si augura che i riformisti del Pd seguano il suo esempio: «Il loro abbandono libererebbe il partito da quelle insopportabili zavorre pseudo-riformiste che non solo non portano mezzo voto, ma appesantiscono pure drammaticamente ogni possibile slancio del pachidermico Pd verso una politica più progressista, radicale, democratica, innovativa e dunque realmente alternativa alla pessima destra di governo che ci ritroviamo». Ecco la Linke all’italiana: per battere la destra, prima bisogna liberarsi dei moderati.
Secondo Scanzi, con Fiano dovrebbero andarsene anche «Filippo Sensi, Lia Quartapelle, Lorenzo Guerini, Piero Fassino, Graziano Delrio, e siamo buoni, per ora, nel fermarci solo a loro». Come è noto, è la pattuglia del Pd favorevole all’invio di armi all’Ucraina e critica verso l’appiattimento della segreteria sulle posizioni di Giuseppe Conte. Tre commenti, una sola pagina. Nel primo si spiega che accettare la visione del mondo dell’estrema destra è una resa. Nel secondo ci si arrende a quella di Putin. Nel terzo si chiede di espellere chi non si è arreso.
Il Fatto Quotidiano, si sa, è molto vicino a Giuseppe Conte, il presidente del M5S. Che sia o no il candidato premier del Campo largo alle prossime elezioni, Conte avrà un ruolo essenziale nel governo. In passato ha già guidato un governo gialloverde con la Lega. La sua sinistra sarà certamente sorprendente.
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