Il Regno Unito può tornare nell’Unione europea, ma non ritroverà ciò che ha lasciato

Andy Burnham ha rotto un tabù della cultura inglese: ammettere di avere sbagliato, e crederci davvero. Non ha usato il rituale «I’m sorry», espressione abusata dai britannici come lasciapassare, falso e cortese, per districarsi in qualsiasi situazione, ma ha detto ai suoi militanti che «la Brexit ha fatto più male che bene», durante la conferenza laburista del 29 settembre. Una constatazione di buon senso che gli europeisti ripetono da anni, ancora feriti per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ora ci sono arrivati anche a Londra, senza aggrapparsi all’incapacità negoziale di Theresa May, alle promesse esagerate di Boris Johnson o alle diaboliche clausole del Protocollo sull’Irlanda del Nord. Ieri il premier britannico è andato oltre, spiegando che potrebbero esserci quattro opzioni, tutte percorribili. Lasciare lo status quo, siglare un’unione doganale, tornare nel mercato unico. Oppure, parole sue, «go all the way». Traduzione senza bisogno del vocabolario: rientrare nell’Unione europea.
Si può fare? Il presidente francese Emmanuel Macron si è detto favorevole e il premier spagnolo Pedro Sanchez ha detto che accoglierebbe il Regno Unito a braccia aperte. Londra però dovrebbe fare un passo indietro, in tutti i sensi. Dopo essere uscita invocando l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, per rientrare dovrebbe passare dall’articolo 49. E, a differenza di molte commedie romantiche inglesi, per gli ex non c’è una scorciatoia. La domanda di Paese candidato arriverebbe al Consiglio, la Commissione dovrebbe esprimersi e il Parlamento europeo dare il proprio consenso. Poi comincerebbe la parte più lunga: verificare quanto del diritto britannico coincide ancora con l’acquis comunitario e negoziare tutto ciò che nel frattempo è cambiato. Alla fine servirebbero l’unanimità dei 27 Paesi membri e un nuovo trattato di adesione, da ratificare secondo le procedure costituzionali di tutti gli Stati coinvolti. Basta un no per fermare tutto. Otto tappe da affrontare senza falcate da mezzofondista, ma con la calma dei pellegrini nei racconti di Geoffrey Chaucer, intenti a raccontarsi storie per rendere meno noioso il viaggio verso Canterbury.
La buona notizia è che il Regno Unito ha applicato il diritto comunitario per 47 anni e una parte consistente della sua legislazione deriva ancora da norme europee. La cattiva è che dal 2021 ha cominciato a costruire un ordinamento proprio. Per rientrare dovrebbe modificare o abrogare tutto ciò che nel frattempo si è allontanato dall’acquis Ue. Il Procurement Act, per esempio, ha sostituito il vecchio sistema degli appalti derivato dalle direttive europee con un regime britannico autonomo. Il Subsidy Control Act del 2022 ha fatto lo stesso con gli aiuti di Stato. Il Retained EU Law Act ha poi tolto al vecchio diritto europeo uno degli ultimi privilegi rimasti nell’ordinamento britannico: in caso di conflitto, oggi prevale la norma nazionale e non più quella europea conservata dopo Brexit.
E poi c’è l’orrendo acronimo CPTPP, che sta per Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership: l’accordo commerciale transpacifico al quale il Regno Unito ha aderito dopo Brexit insieme ad altri undici paesi, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Forse l’unico piccolo successo della Global Britain promessa dai brexiter. Se Londra tornasse membro, anche questo rapporto dovrebbe essere rivisto perché la politica commerciale comune è competenza esclusiva dell’Unione e uno Stato membro non può continuare a condurre per proprio conto una politica tariffaria e commerciale parallela a quella di Bruxelles.
Tutto ciò sembra una minuzia davanti al vero problema della retromarcia Brexit: il Regno Unito difficilmente ritroverebbe tutte le condizioni, piuttosto invidiabili, che aveva strappato prima del 2020. Un capolavoro di eccezioni accumulate in decenni di trattative. A colpi di opt out Londra si era tenuta la sterlina ed era rimasta fuori dall’area Schengen, conservando i controlli alle frontiere anche con gli altri paesi europei. Aveva ottenuto un trattamento su misura perfino nella giustizia e negli affari interni. Il Protocollo 21 le permetteva di decidere caso per caso a quali nuove misure europee partecipare. Nel 2014 il governo Cameron fece qualcosa di ancora più britannico: uscì in blocco da oltre cento norme europee sulla cooperazione di polizia e giudiziaria, poi chiese di rientrare soltanto nelle 35 che considerava utili. Tra queste c’erano il mandato d’arresto europeo, Europol ed Eurojust. Della futura Procura europea, invece, Londra non volle sapere nulla.
Senza contare la conquista più famosa di Margaret Thatcher. Vi ricordate «I want my money back»? Quando arrivò a Downing Street nel 1979, il Regno Unito versava al bilancio comunitario più di quanto ne ricevesse. Grazie alla premier, ogni anno a Londra veniva restituita, attraverso una riduzione del contributo dovuto, grosso modo una somma pari ai due terzi dello squilibrio calcolato tra la quota britannica dei versamenti basati sull’Iva e la quota di spesa europea ricevuta dal paese. Il conto veniva poi pagato dagli altri Stati membri. Tutto questo è finito con Brexit. Certo, il Regno Unito potrebbe chiedere nuovamente delle deroghe, ma non avrebbe alcun diritto a riaverle per forza. Dal 2020 il bilancio europeo è stato riscritto e le compensazioni tra Stati sono state ridistribuite. Pretendere di rientrare conservando le condizioni eccezionali strappate da Thatcher quasi mezzo secolo fa sarebbe più difficile.
Delle quattro strade indicate da Burnham, la meno allettante è lasciare tutto com’è. Con Brexit, la City ha perso il passporting, che permetteva alle società finanziarie autorizzate a Londra di operare liberamente nel resto dell’Unione. Non è stato l’Armageddon previsto da alcuni nel 2016, ma una parte delle attività si è spostata sul continente e non è tornata. Per le merci il Trade and Cooperation Agreement ha evitato dazi e quote, ma non ha eliminato la frontiera. Le imprese devono dimostrare l’origine dei prodotti per ottenere il trattamento preferenziale, compilare dichiarazioni doganali e rispettare controlli sanitari o regolamentari quando previsti. Questo ha allungato le file e i tempi di consegna, complicando soprattutto il commercio delle piccole imprese e delle merci deperibili. Prima di Brexit un camion diretto dalla Gran Bretagna alla Francia viaggiava dentro lo stesso mercato. Oggi passa tra due sistemi doganali e normativi diversi.
Un piccolo passo in più sarebbe l’unione doganale. Al momento, un’auto costruita nel Regno Unito può entrare nell’UE senza dazi solo se una quota sufficiente del suo valore è considerata britannica o europea. Se contiene troppi componenti provenienti da paesi terzi, perde il trattamento preferenziale e può essere colpita dal normale dazio europeo sulle automobili, pari al 10 per cento. È per questo che le case devono tenere conto dell’origine di motori, batterie e altri componenti lungo tutta la filiera. Con un’unione doganale, gran parte di questa verifica diventerebbe superflua per le merci comprese nell’accordo.
L’unione doganale risolverebbe diversi problemi ma a caro prezzo per i sovranisti: il Regno Unito perderebbe una parte importante della libertà commerciale conquistata con Brexit. Non potrebbe più decidere da solo quali dazi applicare ai prodotti provenienti da paesi terzi né offrire condizioni tariffarie incompatibili con quelle dell’UE. Anche molti accordi commerciali conclusi autonomamente da Londra dovrebbero quindi essere rivisti o adattati.
La terza opzione, tornare nel mercato unico, sarebbe politicamente la più difficile. Il governo dovrebbe affrontare una vera gimcana retorica dopo dieci anni in cui la libera circolazione è stata uno dei simboli di Brexit e l’uscita dal mercato unico è stata presentata come una conseguenza inevitabile del referendum del 2016 e degli accordi conclusi nel 2020. Un compromesso potrebbe essere l’ingresso nell’EFTA, l’Associazione europea di libero scambio di cui oggi fanno parte Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera. Sarebbe una chiusura del cerchio che farebbe la gioia dei professori di diritto dell’Unione europea. Londra contribuì a fondare l’EFTA nel 1960 come alternativa alla Comunità economica europea e rimase lì fino al 1972 quando entrò finalmente nella CEE.
Per tornare davvero nel mercato unico, i britannici dovrebbero aderire anche allo Spazio economico europeo: il SEE. È il sistema che consente a Norvegia, Islanda e Liechtenstein di partecipare al mercato unico senza essere membri dell’UE. Ma il prezzo politico sarebbe altissimo. Entrare nel SEE significherebbe accettare di nuovo la libera circolazione delle persone, uno dei temi che più pesarono nel referendum del 2016. I cittadini europei tornerebbero ad avere il diritto di vivere e lavorare nel Regno Unito, e i britannici recupererebbero lo stesso diritto nei paesi dell’UE. Londra dovrebbe inoltre recepire buona parte delle regole europee sul mercato unico e aggiornarle man mano che Bruxelles le modifica.
In cambio avrebbe un accesso più ampio al mercato europeo, soprattutto per i servizi, questione cruciale per la City londinese. Ma con una differenza importante rispetto a prima di Brexit: il Regno Unito dovrebbe applicare le norme europee senza avere eurodeputati, senza un commissario e senza un ministro con diritto di voto in Consiglio quando quelle norme vengono deliberate. Ma anche entrando nel SEE, il Regno Unito resterebbe fuori dall’unione doganale. Potrebbe commerciare nel mercato unico e mantenere una propria politica commerciale verso i paesi terzi, ma le merci dirette nell’UE dovrebbero ancora dimostrare la loro origine e passare attraverso controlli di frontiera.
Ricapitolando: per tornare a una situazione simile al sistema pre-Brexit, Londra dovrebbe mettere insieme mercato unico e unione doganale. Si può fare. Ma a quel punto l’inglese medio avrebbe tutto il diritto di chiedere a Burnham, o a chiunque sieda a Downing Street, perché accettare gran parte delle regole europee senza tornare nelle istituzioni che le decidono? Il Regno Unito potrebbe fare come la Svizzera: rimanere nell’EFTA ma non nel SEE, costruendo il rapporto con Bruxelles attraverso una rete di accordi bilaterali, settore per settore. Una soluzione flessibile, ma laboriosa da negoziare e aggiornare. I cantoni svizzeri sono allenati a referendum continui, non si può dire lo stesso delle quattro nazioni del Regno Unito.
Fin qui quello che Londra può chiedere. Poi bisogna vedere cosa vorranno concedere i Ventisette, che da Brexit hanno ricavato anche qualche vantaggio. Secondo New Financial, un think tank londinese specializzato nei mercati dei capitali, già nel 2021 più di 440 società finanziarie hanno trasferito nell’UE almeno una parte del personale o delle entità legali. Dublino ha raccolto 135 spostamenti, soprattutto nella gestione del risparmio e nei fondi. Francoforte, con 62, ha attirato in particolare banche d’investimento. Parigi ne ha assorbiti 102 e nel frattempo ha ottenuto anche l’Autorità bancaria europea, prima basata a Londra. Amsterdam, con 48 trasferimenti, si è rafforzata nel trading e ospita oggi l’Agenzia europea per i medicinali, che Milano avrebbe volentieri accolto.
La strada è impervia e il sonno di diversi funzionari europei è ancora turbato dal ricordo dei negoziati per il divorzio, ma in politica tutto è possibile. Il Regno Unito resta una delle maggiori economie europee, è una potenza nucleare e uno dei due membri europei permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU. E in diversi settori il rientro, almeno parziale, è già cominciato. Dal 2024 ricercatori e università britanniche partecipano di nuovo a Horizon Europe, il grande programma europeo per la ricerca e l’innovazione, e a Copernicus, il sistema europeo di osservazione della Terra. Dal 2027 tornerà anche Erasmus+. L’accordo è stato formalizzato nell’aprile 2026 e il governo britannico stima oltre 100 mila partecipanti nel primo anno, tra studenti, apprendisti e giovani coinvolti negli scambi. Sulla difesa il riavvicinamento è ancora più evidente. Nel maggio 2025 Londra e Bruxelles hanno firmato un nuovo partenariato di sicurezza e difesa che prevede consultazioni regolari e cooperazione sull’Ucraina, sull’industria militare, sulla mobilità delle truppe e sulla sicurezza spaziale.
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