I dolori di Renzi e dei liberal, e l’agibilità politica che non c’è

21 Luglio 2026 - 12:10
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I dolori di Renzi e dei liberal, e l’agibilità politica che non c’è

Il leader di Italia Viva Matteo Renzi durante la Festa dell’estate di Casa riformista, Roma, Giovedì 16 Luglio 2026

Quindi Matteo Renzi non fa parte del campo largo, lo schieramento di sinistra ribattezzato con più esattezza “campo Lavrov» da Pina Picierno. L’ha detto Renzi stesso al Corriere della Sera: il campo largo è quello composto dal partito unico Pd-Avs-grillini, mentre Italia viva e Casa riformista ne sono fuori, ma la gamba riformista è necessaria affinché il polo di centrosinistra possa essere competitivo per il governo del paese.

L’intervista è una gran bella notizia per quella che gli americani definiscono legacy, l’eredità politica di Matteo Renzi, che certo non può essere uno che si riduce a fare il vassallo di Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni, i quali peraltro non lo accettano nemmeno in questa veste.

Renzi, come al solito, è machiavellico, è realista: probabilmente ha stretto un accordo politico con Elly Schlein, la prima segretaria del Pd creata con l’intelligenza artificiale, e ora sta provando a ribaltare in un’opportunità politica il niet nei suoi confronti da parte degli altri capi del Campo Lavrov, i quali come è noto non lo invitano ai party e hanno in comune soltanto l’odio nei confronti di tutto quello che di buono ha fatto Renzi al governo.

Ora che è evidente che là dentro non lo vogliono, la manovra di Renzi è questa: la sinistra populista non potrà mai battere da sola Giorgia Meloni, per farlo avrà bisogno di allearsi con i riformisti e i liberali di centrosinistra, cioè con lui, Renzi, l’unico soggetto tra i tanti d’area che può presentare le liste elettorali senza dover fare le acrobazie legate alla raccolta delle firme.

La fine del luglio 2026 è un po’ troppo tardi per accorgersi che il centro riformista deve fare politica liberale, o che avrebbe dovuto farla, per bilanciare il populismo demagogico del partito unico che Schlein ha consegnato a Conte. È tardi, perché fin qui la linea è stata quella di accodarsi a qualsiasi mascalzonata populista del partito unico nella
speranza che, mostrandosi fintamente umili e sottomessi, Pd-Avs-M5S si sarebbero convinti ad aprire le porte al cavallo di Troia progettato da Renzi.

Naturalmente, non è successo, anche perché nel frattempo sono successe altre cose, alcune ormai irreversibili: il fronte riformista del Pd si è indebolito e qualche elettore d’area si è messo a guardare con più indulgenza alla coriacea e coerente corsa autonoma di Carlo Calenda, e ora di Pina Picierno.

Vedremo se Renzi riuscirà ancora una volta a far saltare il banco della politica italiana, come peraltro ha già cominciato a fare con l’operazione di rinascita fascista di Roberto Vannacci, che fino a poco tempo fa Renzi rivendicava sotto i baffi, ma che ora si avvicina pericolosamente alla parabola dell’apprendista stregone di Walt Disney incapace di domare il fuoco che egli stesso aveva appiccato.

Perché il nuovo piano di Renzi funzioni, e il centro liberal democratico e socialista possa avere un peso programmatico e politico in un eventuale schieramento liberal anti Meloni-Salvini-Vannacci, è necessario che da qui alle prossime settimane – non mesi, settimane – cominci nel paese una grande battaglia politica e di idee intorno a un programma e a una candidatura riformista e liberale alla guida del campo largo, in diretta contrapposizione al nulla mischiato a niente di Schlein e alla demagogia d’accatto di Conte.

Senza una grandiosa campagna nazionale di questo tipo, che peraltro è già quasi fuori tempo massimo, Renzi non riuscirà a costruire la gamba moderata della coalizione populista di sinistra che intende lanciare alla Leopolda di ottobre.

Tra gli interpreti di questa potenziale campagna di riscatto riformista, che va ben oltre Renzi, ci sarebbero personalità come Giorgio Gori, che sarebbe il candidato migliore dell’area riformista del Pd, Silvia Salis e alcuni altri, ma il problema è che al momento non si sa né se ci saranno le primarie di coalizione per scegliere il candidato premier né se gli algoritmi della segreteria Pd consentiranno candidature alternative a quella di Schlein.

Insomma, il progetto di Casa riformista, a parte il nome attraente come un nugolo di zanzare affamate, è interessante e molto intelligente sulla carta, ma le sottovalutazioni e gli errori politici del recente passato, l’abbandono di ogni forma di battaglia ideale come quelle che hanno caratterizzato sia l’ascesa sia la caduta di Renzi, la conclamata disperazione degli elettori riformisti, assieme all’ostilità dei potenziali alleati, al poco tempo a disposizione per costruire qualcosa di serio e credibile, e alla possibilità concreta che Schlein non consenta una candidatura diversa dalla sua, rendono il progetto renziano e riformista dentro il campo largo più improbabile che realmente possibile.

La sfida, però, vale la pena di essere combattuta politicamente e di essere seguita giornalisticamente, anche se i protagonisti che non vogliono rompersi l’osso del collo dovranno preparare il paracadute e considerare l’ipotesi che il partito unico resti unico e che, anzi, si radicalizzi ancora di più in una versione ancora più populista.

Se le probabilità prevarranno sul pensiero magico renziano di un’alleanza idealmente paritaria tra gli adulti riformisti e i populisti del Campo largo, in particolar modo se Schlein impedirà una battaglia aperta alle primarie, per Renzi e per i riformisti del Pd lo spazio politico agibile sarà soltanto fuori dal bipopulismo perfetto italiano, dove però ci sono già Carlo Calenda, Pina Picierno e altri, con prospettive diverse dal governo del paese. Un salto nel buio, quindi, ma almeno la mattina ci si potrà continuare a guardare in faccia allo specchio.

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