I giustizieri piccoli piccoli, e la lezione di West Wing che la sinistra non impara mai

«Signor presidente, la prossima domanda è sulla pena di morte, alla quale lei è contrario. Se la più piccola delle sue figlie, Zoe, venisse stuprata e uccisa, non vorrebbe che l’uomo responsabile fosse condannato a morte?». Quando Toby Ziegler fa questa domanda a Jed Bartlet è un mercoledì sera dell’ottobre 2002 sulla Nbc, e Toby non sa che è uno scherzo.
In “The West Wing”, Toby è il più severo, il più intelligente, il più serioso dei consiglieri del presidente Bartlet, e quello ha detto agli altri che devono metterlo in mezzo. Quindi alle sette di mattina si trovano per fare due minuti di prove col presidente – il giorno dopo ci sarà il dibattito col candidato repubblicano, stanno per esserci le elezioni con cui Bartlet dev’essere rieletto – e il capo dello staff dice a Toby che il presidente è improvvisamente insicuro.
Succede, è diventato tentennante nelle risposte, è tremebondo, non si può infierire, bisogna aspettare e sperare che passi prima del dibattito, quindi adesso andiamo lì a fargli delle domande di prova ma, qualunque cosa lui dica e risponda, gli diciamo bravo, bravissimo, e non ci mettiamo a discutere. Sanno tutti, Jed Bartlet per primo, che Toby non può farcela ad abbozzare.
E infatti, quando Bartlet inizia a balbettare che la pena di morte non è un deterrente, no aspetta non voglio dire questo, non è il presidente a decidere la pena, no aspetta, non va bene, a quel punto Toby sbotta, e dice la frase che nessuno più sa dire nel dibattito pubblico rimbecillito di ventiquattr’anni dopo.
«Certo che vorrebbe vederlo condannato a morte, certo che vorrebbe che la pena fosse crudele e disumana, che è la ragione per cui forse è una buona idea che i padri delle vittime di omicidio non abbiano diritti legali in queste situazioni: dobbiamo tornare a scuola?». A Toby Ziegler piglierebbe un colpo, in questo mondo nuovo in cui bisogna tornare a scuola ogni quarto d’ora.
Io non vorrei sempre dire che è colpa delle telecamere dei telefoni, ma purtroppo quasi tutto è colpa delle telecamere dei telefoni, anche il feticismo dell’essere sé stessi, e i danni che ha fatto a quel sentimento fondativo della coesione sociale che era l’ipocrisia. Funzionava così.
Un gioielliere ammazzava due che l’avevano rapinato, e tutti quelli che non erano rapinatori o non avevano rapinatori tra i loro cari pensavano che avesse fatto bene. Sì, lo so: voi no, voi siete persone perbene che distinguono tra i danni al patrimonio e il diritto alla vita, e ora state commentando sotto questo articolo che non mi devo permettere di considerarvi nel conteggio.
Ecco: voi siete gente di una volta. Di quel mondo di prima in cui le cose dicibili in privato e quelle dicibili in pubblico appartenevano a due insiemi quasi senza intersezione. Tutti lo pensavano, che farsi giustizia da soli fosse una buona cosa, ma perlopiù sublimavano questo desiderio andando a vedere Charles Bronson al cinema. Ad articolarlo a voce alta era solo la parte più volgare di popolazione. Quella che, mi raccontò una volta Enrico Vanzina, nel 1977, alla prima di “Un borghese piccolo piccolo” al cinema Fiamma, quando Alberto Sordi con un colpo di cric apre la testa a quello che gli ha ucciso il figlio, gli fa un’ovazione.
«Piccoli borghesi siamo noi, piccolo borghese sono io, piccolo borghese forse è lei, suo padre» dice Alberto Sordi a un’intervistatrice televisiva alla quale Monicelli ha appena detto che il piccolo borghese è anti-cristiano, pensa solo a sé e alla sua famiglia, il suo egoismo è una forma di asocialità. Il pubblico faceva la ola a una rappresentazione dalla quale il luminare culturale che l’aveva inscenata sentiva di dover prendere le distanze. Poi è successo Trump, uno che ha trasformato la telecamera del telefono da strumento di lotta in strumento di governo.
Tra tutte le operazioni che ha fatto Trump, la trasformazione delle più impresentabili viscere in discorso pubblico è la più interessante e la più estrema. Certo, noi avevamo avuto Bossi, avevamo avuto Berlusconi, ma insomma: rispetto alla mancanza di filtri di Trump quei due paiono due baronetti, due dilettanti dell’impresentabilità.
Tutto il trumpismo, da «le prendo per la figa» al rapporto di Robert Kennedy jr. con la medicina, è lo svolgimento del concetto «la platea del cinema acclama il giustiziere: noi perché mai dovremmo fare da filtro tra questa sua istanza e la di essa applicabilità nel reale?». Una volta c’era la politica, che – almeno in pubblico – ti dava torto se volevi inseguire la gente sparando. Non perché non era fatta da esseri umani come te, che avrebbero anche loro voluto inseguire la gente sparando; ma perché sapeva, la politica, che se elimini l’ipocrisia la società va a meretrici.
La politica è stata sostituita da un’idea da commercianti: il cliente ha sempre ragione, e se vuole la libera ritorsione armata noi gli venderemo un disegno di legge che gli permetta di rifarsi sul rapinatore. Siamo qui per servirlo, il cliente.
Non è che a sinistra la politica sia stata meno commercializzata che a destra, solo che la politica di sinistra compiace la sua clientela assecondando istanze ben meno reali e istintive e viscerali di «se tu mi rapini io ti sparo». Anche la politica di sinistra non dice al proprio elettore «forse questa è una stronzata», solo che le fantasie dell’elettorato di sinistra non hanno vita propria: sono controistanze. Dov’è la destra? Ecco, noi ci posizioniamo all’opposto.
La destra è per la remigrazione? E noi diciamo che non è affatto vero che c’è un problema di delinquenza dei poveri (che sono perlopiù stranieri, ed è quindi un problema di delinquenza degli stranieri), diciamo che gli immigrati non delinquono e se tua figlia è stata rapinata da un tizio forestiero la sua è aneddotica e non statistica. La destra è per la famiglia tradizionale? E noi diciamo che quel tizio con la barba e il cazzo può avere i dolori mestruali. Eccetera.
Sulla pagina dei senatori del Pd si racconta che giovedì scorso la senatrice Valente ha presentato un disegno di legge che corregga tutte le occorrenze in cui, in leggi e documenti pubblici, “uomo” sta per “essere umano”, sostituendolo con “persona” (lavoro per i giornali da abbastanza tempo da sapere come finirà se approveranno queste correzioni: di tutte le concordanze che vanno cambiate – perché “persona” è femminile e l’italiano è una lingua infida, piena di generi, che declina gli aggettivi, i participi, le particelle pronominali – sicuramente qualcuna verrà dimenticata o trascurata, e ci troveremo con frasi sgrammaticate che concordano per metà col nuovo “persona” e per metà col vecchio “uomo”).
Sono dunque queste le cose di cui si occupa la sinistra? E io, che prima ho tradotto il «victims of murder» di Toby Ziegler con «omicidio», sono sessista? Nella stessa pagina, leggo che la Valente (adesso arriva qualcuno a spiegarmi che è sessista metterle l’articolo determinativo) vuole che «omicidio» venga sostituito da «assassinio». Non vedo l’ora di leggere un appassionantissimo dibattito in cui allora arriva qualcuno da destra a dire che se quello generico non è più omicidio allora non serve dire «femminicidio» quando la vittima è femmina, e qualcuno da sinistra a rispondere che no, «femminicidio» vuol dire non che la vittima è femmina ma che il suo essere femmina è il movente. Sono queste le questioni che appassionano l’elettorato, diamine.
«Noi abbiamo voluto dire che la giustizia non si fa da sé, che in realtà nessuno può fare vendetta, nessuno può sostituirsi alla giustizia, anche se ci sono delle ragioni per non credere, per non avere fiducia in certe istituzioni dello Stato», diceva Monicelli alla tivvù in bianco e nero, perché quarantanove anni fa ci si poteva ancora illudere che il pubblico dei film popolari capisse l’ambiguità morale.
«L’importante è stabilire però che chi si sente autorizzato a diventare il giustiziere, a surrogare la giustizia la polizia gli istituti eccetera, a un certo momento diventa a sua volta un mostro». Sempre Monicelli, assai più istituzionale di Salvini, nel 1977.
Gli italiani hanno meno consuetudine con le armi da fuoco degli americani, ed è solo per quello che, se non gioiellieri con porto d’armi per lavoro, non sparano al rapinatore che si trovano in casa o anche a quello già fuggito per le scale. L’elettore, pure quello che non travisa Monicelli, al delinquente non gli spara per mancanza di strumenti e perché si ostina a credere che se ne dovrebbe occupare lo Stato, persino quando sa che se denuncia che gli hanno rubato il cellulare sta perdendo due ore oltre a doversi ricomprare il cellulare.
La classe dirigente, ne esistesse una, dovrebbe dirgli quel che sbuffava Toby, «certo che vuoi sparargli, è il tuo istinto naturale, e noi facciamo una legge per contenere questo istinto, perché così tu non diventi un assassino e la società non s’imbarbarisce del tutto: hai ragione a essere incazzato, ma non lasceremo che ti rovini la vita per quest’incazzatura».
Invece, all’elettore infastidito dalla piccola criminalità, la sinistra dice «quello spara al rapinatore perché è un bruto, noi invece siamo il partito tuo che sei una persona perbene e al rapinatore offriresti il caffè», e la destra dice «se ti pare giusto sparargli, noi siamo con te: dev’essere legale sparargli». Indovina chi vince.
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