I sussidi globali ai combustibili fossili verso quota 1.430 miliardi di dollari, Onu in allarme

30 Giugno 2026 - 16:05
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I sussidi globali ai combustibili fossili verso quota 1.430 miliardi di dollari, Onu in allarme

Gli effetti internazionali del conflitto in Medio Oriente rischiano di spingere nuovamente verso l’alto il conto globale dei sussidi ai combustibili fossili, assorbendo risorse che i Paesi a basso e medio reddito avrebbero potuto destinare a sanità, istruzione, protezione sociale e transizione energetica.

A lanciare l’allarme è il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo, nel nuovo rapporto Military Escalation in the Middle East: Cushioning the Global Shock. Secondo l’Undp, molti governi stanno cercando di proteggere popolazione e sistema produttivo dall’aumento dei prezzi petroliferi ricorrendo a sussidi ai combustibili fossili, limiti ai prezzi, agevolazioni fiscali e misure per contenere il costo all’acquisto dei consumatori. Una risposta che può attenuare nel breve periodo l’impatto della crisi energetica sulle famiglie e sulle economie più fragili, ma che presenta un costo elevato perpetuando la dipendenza fossile e (dunque) la crisi climatica in corso.

Nello scenario basato sul prezzo medio corrente del petrolio, pari a 88,6 dollari al barile, i sussidi globali ai combustibili fossili sono stimati in crescita fino a 1.100 miliardi di dollari nel 2026: 410 miliardi in più rispetto al 2025. Nello scenario più severo, con un prezzo medio del greggio a 110 dollari al barile, la cifra potrebbe invece salire fino a 1.430 miliardi di dollari. Un incremento di circa 740 miliardi in un solo anno, che secondo l’Undp rischia anche di sottrarre spazi di bilancio agli investimenti necessari per lo sviluppo.

«Nessun Paese dovrebbe sacrificare il proprio sviluppo futuro per gestire una crisi che non ha causato», afferma l’amministratore dell’Undp, Alexander De Croo: «Dobbiamo innanzitutto sbloccare liquidità multilaterale in forme facilmente accessibili ai Paesi a basso e medio reddito. In secondo luogo, dobbiamo accelerare gli investimenti nelle energie rinnovabili. Ogni investimento nell’energia pulita riduce l’esposizione agli shock futuri. La crisi ha chiarito una cosa: sicurezza energetica e transizione energetica non sono più agende separate. Sono la stessa cosa».

Una prospettiva che riguarda da vicino anche l’Italia, non solo i Paesi in via di sviluppo. Nel nostro, l’ultimo Catalogo pubblicato dal Mase e riferito al 2024, stima siano presenti in Italia sussidi ambientalmente dannosi (Sad) per 25,3 mld di euro, di cui 19,6 mld di euro di sussidi alle fonti fossili (Ffs). Un’analisi che «non è da ritenersi esaustiva in quanto restano aree ancora da esplorare, identificare e valutare», come sottolineano dallo stesso Mase. Per Legambiente, infatti, i Sad valgono 48,3 miliardi di euro l’anno.

Per questo il Cigno verde chiede soprattutto un Piano per eliminare e rimodulare i sussidi ambientalmente dannosi entro il 2030. Secondo l’associazione ambientalista ci sono almeno 23.065,2 milioni di euro di sussidi eliminabili entro il 2030, e 25.211,7 milioni di euro rimodulabili, ovvero che necessiterebbero di un intervento strutturale da parte del Governo per essere convertiti da ambientalmente dannosi a favorevoli. Già a fine 2024 il Cigno verde aveva indicato un elenco di Sad eliminabili pari a 25,9 mld di euro, da cui va ormai espunto il differenziale d’accisa tra diesel e benzina, parificato dalla legge di Bilancio 2026.

È indispensabile però sottolineare che eliminare i sussidi ambientalmente dannosi non è un’operazione indolore sotto il profilo sociale – in quanto in molti casi i prezzi dei carburanti aumenterebbero, ricadendo sui cittadini –, rendendola di fatto insostenibile senza un impiego socialmente equo del gettito e una rimodulazione complessiva del carico fiscale sulla cittadinanza.

Gran parte della cosiddetta fiscalità verde tende infatti, senza interventi correttivi, ad essere regressiva ovvero a colpire maggiormente le fasce più deboli della società. Al contempo, è noto che anche il sistema fiscale italiano (indipendentemente dalle misure per la transizione ecologica) è regressivo, in netto contrasto con quanto stabilito dell’art. 53 della Costituzione, favorendo di fatto i più ricchi con aliquote inferiori rispetto ai meno benestanti. L’unica risposta sensata alla cancellazione dei Sad sta dunque nella facoltà dello Stato impiegare il gettito aggiuntivo per compensare le famiglie più vulnerabili, direttamente o investendo in servizi pubblici, mettendo al contempo in campo una più profonda riforma fiscale in senso progressivo, in modo che siano i più ricchi – i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra – a pagare i costi della crisi climatica. Se ad esempio fosse applicata in Italia una patrimoniale anche solo all’1% più ricco – cioè a chi possiede almeno 1,7 milioni di euro di patrimonio – si otterrebbe un gettito addizionale di circa 30 miliardi di euro, per finanziare il green deal e migliorare la coesione sociale. 

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