Il caldo spinge i consumi record. L’Abbate: «Accelleriamo sulle rinnovabili con un fotovoltaico circolare»

Il cambiamento climatico non è più soltanto qualcosa che misuriamo attraverso l'aumento delle temperature medie globali. Sta entrando direttamente nel funzionamento del nostro sistema energetico, modificando la curva dei consumi, aumentando i picchi di domanda e mettendo sotto pressione reti e infrastrutture.
I dati di luglio diffusi da Terna sono, da questo punto di vista, particolarmente significativi. La domanda italiana di energia elettrica ha raggiunto 32,5 TWh, il valore mensile più elevato mai registrato, con un incremento dell'8,3% rispetto a luglio 2025. Il 15 luglio il picco annuale di potenza ha sfiorato i 58 GW, il 4,5% in più rispetto al massimo dell'anno precedente.
Dietro questi numeri c'è anche un elemento climatico evidente. La temperatura media mensile è risultata superiore di 1,2°C rispetto a luglio 2025 e di quasi 2°C rispetto alla media dell'ultimo decennio. Negli ultimi cinque giorni del mese lo scarto ha raggiunto circa +6°C rispetto alla media stagionale.
È la rappresentazione concreta di un fenomeno che conosciamo bene: temperature più elevate significano maggiore ricorso alla climatizzazione e quindi una crescita della domanda elettrica proprio nelle ore più calde. Clima ed energia sono ormai due parti dello stesso problema.
Ma nei dati di luglio troviamo anche una parte importante della risposta. Le fonti rinnovabili hanno coperto il 41,5% del fabbisogno elettrico nazionale e il fotovoltaico ha raggiunto una produzione di 6,7 TWh, in crescita del 20,6% rispetto allo stesso mese del 2025. Nei primi sette mesi del 2026 sono entrati in esercizio altri +4,2 GW di capacità rinnovabile.
Non possiamo quindi continuare a discutere delle rinnovabili come se fossero una tecnologia del futuro. Sono già una componente strutturale della sicurezza energetica italiana. La stessa programmazione nazionale lo riconosce. Il Pniec prevede che nel 2030 le rinnovabili arrivino a coprire circa il 63,4% dei consumi finali elettrici lordi, con una generazione intorno ai 237 TWh. Il Piano individua soprattutto nel fotovoltaico e nell'eolico onshore i protagonisti della crescita e sottolinea la necessità non soltanto di installare nuova capacità, ma anche di favorire revamping e repowering degli impianti esistenti.
Per raggiungere gli obiettivi previsti serviranno circa 107 GW complessivi di fotovoltaico ed eolico al 2030. Significa realizzare decine di gigawatt aggiuntivi in pochi anni. Per questo considero sbagliato disperdere risorse e attenzione politica su tecnologie, come il nuovo nucleare, che non potrebbero fornire una risposta alla domanda energetica e climatica di questo decennio.
Dobbiamo invece accelerare sulle tecnologie che possiamo installare adesso: fotovoltaico, eolico, accumuli, reti intelligenti, comunità energetiche, efficienza e gestione flessibile della domanda. Ma accelerare non significa semplicemente installare più pannelli. La transizione ecologica deve essere circolare fin dalla progettazione. Ed è qui che si apre una questione industriale che rischiamo di sottovalutare.
Il grande sviluppo del fotovoltaico italiano tra il 2010 e il 2013 significa che una parte crescente di quei moduli arriverà progressivamente a fine vita. Secondo il più recente rapporto internazionale Iea-Pvps sul riciclo dei moduli fotovoltaici, per l'Italia le proiezioni indicano un volume cumulativo compreso tra 140 mila e 500 mila tonnellate di pannelli a fine vita già nel 2030, destinato a raggiungere circa 2,2 milioni di tonnellate nel 2050.
Il fenomeno riguarda tutta l'Europa. Il Joint Research Centre della Commissione europea stima che nell'Ue-27 i rifiuti fotovoltaici cumulativi possano raggiungere 6-13 milioni di tonnellate entro il 2040 e 21-35 milioni entro il 2050. Dentro quei pannelli, però, non ci sono semplicemente rifiuti: ci sono vetro, alluminio, rame, silicio e argento che possono tornare nei cicli produttivi. Il JRC evidenzia persino che, con sistemi efficienti di raccolta e riciclo, l'argento recuperato dai pannelli potrebbe contribuire significativamente alla domanda della futura produzione fotovoltaica europea.
È esattamente il passaggio culturale e industriale che dobbiamo compiere: dal pannello fotovoltaico come rifiuto al pannello fotovoltaico come miniera urbana di materie prime. Per questo ho predisposto una proposta di legge per la semplificazione e il potenziamento della filiera nazionale di gestione del fine vita dei moduli fotovoltaici e per lo sviluppo del riciclo avanzato delle materie prime critiche. La proposta parte da un principio semplice: se vogliamo installare decine di gigawatt di nuovo fotovoltaico dobbiamo costruire contemporaneamente l'infrastruttura industriale che consentirà, domani, di recuperare quei materiali.
Il primo intervento riguarda il superamento del cosiddetto doppio accantonamento finanziario, attraverso il principio di alternatività e non cumulabilità tra le garanzie per la gestione del fine vita, evitando immobilizzazioni di capitale che sottraggono risorse agli investimenti delle imprese.
Il secondo riguarda la semplificazione delle procedure di revamping e repowering e delle operazioni di trasporto e conferimento dei moduli dismessi agli impianti nazionali di trattamento.
Ma il cuore della proposta è la tracciabilità. Prevediamo un Registro telematico nazionale dei moduli fotovoltaici a fine vita, accompagnato da un censimento predittivo ISPRA-GSE-sistema camerale dei flussi attesi tra il 2026 e il 2035. Ogni modulo dovrà essere identificabile attraverso la propria matricola univoca indelebile, associata alle caratteristiche tecniche, al produttore o importatore e al sistema responsabile della gestione del fine vita.
Sapere quanti pannelli diventeranno rifiuti, dove e quando è indispensabile per programmare gli impianti industriali necessari.
La proposta introduce inoltre un credito d'imposta del 20% per ricerca, sviluppo ed innovazione destinato all'eco-design dei moduli e alle tecnologie capaci di recuperare ad elevata purezza silicio, argento, rame e altre materie prime critiche. Per questa misura prevediamo 10 milioni di euro l'anno dal 2027, insieme a procedure autorizzative accelerate per gli impianti italiani di riciclo avanzato.
È una strategia pienamente coerente con il Critical Raw Materials Act europeo, che chiede agli Stati membri di aumentare raccolta, selezione e trattamento dei rifiuti contenenti materie prime critiche, promuovere materie prime seconde, sviluppare tecnologie di riciclo e favorire una progettazione più circolare dei prodotti.
Il tema non è soltanto ambientale. È geopolitico e industriale. Il JRC ha ribadito nel maggio 2026 che migliorare raccolta e trattamento dei rifiuti contenenti materie prime critiche può aumentare la produzione europea di materiali secondari e ridurre la dipendenza dell'Unione dai Paesi terzi.
Questa deve essere la seconda fase della transizione energetica italiana: non soltanto produrre energia rinnovabile, ma costruire in Italia le filiere industriali che la rendono realmente sostenibile lungo tutto il ciclo di vita.
Il record dei consumi di luglio ci dice che il cambiamento climatico sta già modificando il nostro sistema energetico. La crescita del fotovoltaico ci dimostra che una risposta tecnologica esiste. L'aumento futuro dei pannelli a fine vita ci avverte però che dobbiamo programmare oggi ciò che accadrà tra cinque, dieci e vent'anni.
Installare, utilizzare, recuperare e reimmettere i materiali nel ciclo produttivo: questa è la transizione che serve all'Italia.
Perché una politica energetica lungimirante non deve soltanto chiedersi quanta energia rinnovabile produrremo nel 2030, ma anche quali materie recupereremo, quali tecnologie svilupperemo e quanta parte del valore industriale riusciremo a trattenere nel nostro Paese.
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