In memoria di Francesco Guccini, ecologista anomalo

Hanno colpito, colpiscono ancora le reazioni alla scomparsa di Francesco Guccini, il 6 agosto scorso nella sua Pavana, in quel paese che evidentemente per lui non era solo «un ricordo lasciato tra i castagni dell’Appennino». Quella reazione, così emotivamente partecipe, è dovuta al fatto che per molti, i più, il Maestrone ha fatto da colonna sonora nei più diversi momenti di vita: quelli del "privato", con le canzoni d'amore e quelle dell'amore deluso e disilluso, e quella del "pubblico", dalla Locomotiva alle invettive, siano esse L’Avvelenata o Cyrano. Ciascuno nel momento della sua scomparsa ha rivissuto i propri ricordi personalissimi e legati alle vite quotidiane, ai vissuti, alle diverse età e generazioni.
C’è però, nella poetica di Guccini, un tratto “carsico” che per chi ha mente e cuore ambientalisti e pacifisti, merita di essere portato alla luce, ricordato, evidenziato. Guccini, per definizione, non è mai stato un cantautore etichettabile, etichettato come un cantautore "ambientalista" o "pacifista" in senso militante eppure, a rileggerne il catalogo, emerge un filo sottile ma costante – a volte esplicito, altre affidato a pochi versi o a un'immagine isolata — che lega la denuncia della violenza bellica alla percezione di una natura minacciata dall'uomo. Un filo che iniziò a dipanarsi, con straordinario e profetico anticipo dei tempi, nella seconda metà degli anni ’60.
Nel 1967 Guccini pubblica il suo album di esordio Folk beat n. 1, dieci canzoni fra le quali In morte di S.F. (Canzone per un’amica) e La canzone del bambino nel vento (Auschwitz). Due altre canzoni di quello stesso lp, però, ci dicono di come il Maestrone vedesse la crescente minaccia rappresentate da una società disumanizzata verso la sua stessa propria Casa comune. La prima è L’atomica cinese scritta probabilmente sull’onda emotiva suscitata dal test della prima bomba all'idrogeno cinese avvenuto in quello stesso 1967 in piena rivoluzione culturale.
«Si è levata dai deserti in Mongolia occidentale una nuvola di morte, una nuvola spettrale che va, che va, che va... […] Sta coprendo un continente, sta correndo verso il mare, copre il cielo fino al punto dove l'occhio può guardare e va, e va, e va... Sopra il volo dei gabbiani che precipitano in acqua, sopra i pesci che galleggiano e ricoprono la spiaggia e va, e va, e va... […]
«Poi le nuvole si rompono e la pioggia lenta cade sopra i tetti delle case, tra le pietre delle strade, sopra gli alberi che muoiono, sopra i campi che si seccano, sopra i cuccioli degli uomini, sulle mandrie che la bevono, sulle spiagge abbandonate una pioggia che è veleno e che uccide lentamente, pioggia senza arcobaleno che va, che va, che va, che va, che va!».
Da Hiroshima sono passati solo 21 anni (e quale caso ha voluto che Guccini si congedasse da noi proprio il 6 agosto?) e la speranza di un mondo liberato dalla Guerra si spegne di fronte alle nuove regole della Guerra Fredda che – come nel caso proprio dell’Atomica cinese – se anche per il momento non fanno vittime umane iniziano a perpetrare l’ecocidio.
Non può quindi sorprendere che nello stesso lp si ascolti anche Noi non ci saremo (già uscita l’anno prima, 1966, come 45 giri dei Nomadi): «Vedremo soltanto una sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo; nemmeno un grido risuonerà e solo il silenzio come un sudario si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo, noi non ci saremo». Sarà poi la pioggia a lavare la Terra e il cielo, dove «splenderà l'arcobaleno, ma noi non ci saremo..». Come non ci saremo quando le «catene di monti coperte di nevi saranno confine a foreste di abeti: mai mano d' uomo le toccherà, e ancora le spiagge risuoneranno delle onde e in alto, lontano, ritornerà il sereno, ma noi non ci saremo, noi non ci saremo».
Sarà poi il vento d’estate a intonare «un canto fra mille rovine, fra le macerie delle città, fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà, fra macchine e strade risorgerà il mondo nuovo… […] E dai boschi e dal mare ritorna la vita, e ancora la terra sarà popolata; fra notti e giorni il sole farà le mille stagioni e ancora il mondo percorrerà gli spazi di sempre per mille secoli almeno».
Ma noi non ci saremo, noi non ci saremo, ma noi non ci saremo. Quasi non solo a dire della vocazione dell’Umanità, di quell’umanità, all’autodistruzione, ma anche a preconizzare ciò che capiremo probabilmente un bel po’ di anni più tardi, e in ritardo: ciò che minaccia la Terra non è naturale ma è conseguenza dell’impatto antropico e delle scelte – ormai insostenibili – di un modello di “sviluppo” fondato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali che ben presto si traduce in cupio dissolvi dell’umanità stessa – o quanto meno delle sue classi dominanti.
Una visione senza speranza, dunque, quella di Guccini? L’uscita nel 1972 di Radici ci suggerisce il contrario. In questo album (oltre a capolavori come Incontro, La locomotiva, Piccola città) viene pubblicata Il vecchio e il bambino: «Un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera... / L' immensa pianura sembrava arrivare fin dove l'occhio di un uomo poteva guardare e tutto d' intorno non c'era nessuno: solo il tetro contorno di torri di fumo... […] / E il vecchio diceva, guardando lontano: "Immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori / e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell' uomo e delle stagioni..."».
Ancora una volta uno sguardo malinconico, nostalgico, dolente. Dov’è, dunque, la speranza? Nelle parole del piccolo: «Il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste e poi disse al vecchio con voce sognante: "Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!"». In quella fiaba, quella memoria – che il Maestrone ci ha insegnato a coltivare con pervicacia – che si fa progetto.
Si potrebbe continuare a lungo, citando altre opere di Guccini, da La canzone dei dodici mesi a Radici, dalla Primavera di Praga a Piazza Alimonda (per spostarci sul versante del suo “pacifismo civile”) fino a L’Ultima Thule per dire dell’ambientalismo malinconico del Maestrone. Però ci manca lo spazio. A Guccini, invece, non mancano gli argomenti: lui, in effetti, ha ancora tante cose da raccontare per chi vuole ascoltare. E a culo tutto il resto.
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