Il caviale italiano si è preso il mondo

Il caviale, nell’immaginario, dovrebbe nascere lontano. Nel Mar Caspio, almeno. Per poi essere consumato nei saloni degli zar, nei ristoranti parigini degli anni Venti, su tartine servite con Champagne, in un mondo di posate d’argento e ghiaccio tritato per rinfrescare una sublime decadenza. Invece una parte importante del caviale italiano nasce a Calvisano, provincia di Brescia, in una pianura operosa dove la parola lusso è accompagnata da altre parole meno scintillanti: acqua, ferro, calore, vasche, tempo.
L’allevamento di Agroittica Lombarda – da cui nasce il marchio Calvisius – si trova infatti vicino agli impianti del gruppo Feralpi, e questa prossimità non è un dettaglio paesaggistico, ma l’origine stessa della storia. Negli anni Settanta, Giovanni Tolettini e Gino Ravagnan immaginano di usare il calore residuo della produzione siderurgica per riscaldare le acque di un allevamento ittico, e la prima idea che hanno oggi appare curiosa: farci un allevamento di anguille. Poi, per qualche motivo, tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta l’interesse commerciale per le anguille diminuisce, la riproduzione in cattività resta complicata, e nel 1981 arriva la svolta: a Venezia, durante una conferenza mondiale sull’acquacoltura, Ravagnan incontra Serge Doroshov, biologo marino russo e docente alla University of California Davis, che sta studiando l’allevamento dello storione bianco. «Ma perché non allevate storioni invece di anguille?». Molto brescianamente, con una praticità e una concretezza frequenti nella zona, da quell’incontro nasce l’idea di portare gli storioni a Calvisano. Da lì in avanti, la variabile decisiva diventa il tempo.

Perché il caviale ha bisogno di molto tempo – e il tempo, come sanno i bene avvertiti, si porta spesso dietro sempre anche un’altra cosa: il denaro, gli investimenti, così via. Servono anni prima che una femmina di storione sia pronta; sette, dodici, venti, a seconda della specie. Il Tradition, da storione bianco, richiede almeno dodici anni; il Siberian è più precoce, ma ha comunque bisogno di almeno sette anni; il Beluga arriva a circa venti. Lo storione impone una pazienza più che agricola, quasi da vignaioli. Infatti anche nel caviale contano l’acqua, la temperatura, l’attesa, la maturazione, la mano di chi seleziona, sala, conserva. Le latte possono maturare per mesi e vengono girate periodicamente, in una specie di remuage che fa pensare allo Champagne più che alla pescheria. Solo che qui non ci sono vigne, né colline, né filari ma vasche, ghiaia, storioni.
Il 1998 c’è un altro passaggio decisivo. Non perché il caviale russo venga semplicemente “messo al bando”, come spesso si tende a semplificare, ma perché il commercio internazionale di storioni e caviale entra in una fase di controllo molto più rigida. Tutte le specie di storione e pesce spatola vengono inserite nelle appendici Cites (ovvero: The Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) e da quel momento il commercio internazionale deve essere accompagnato da documenti, quote e controlli. Per un mercato fondato a lungo sullo sfruttamento degli stock selvatici – soprattutto del Caspio – è un cambio d’epoca. Per chi, come Agroittica, aveva già investito sull’allevamento, è un’occasione storica.

Oggi Calvisius produce tra le venticinque e le trenta tonnellate annue di caviale, su circa sessanta ettari di vasche, e vende all’estero circa il settanta per cento della produzione. Nel 2025 Agroittica ha registrato un fatturato di trentasei milioni di euro. I mercati principali includono Stati Uniti, Francia e Spagna, mentre l’azienda guarda anche a Dubai e all’Asia. La scala del fenomeno – per un prodotto che continuiamo a pensare come rarissimo – è interessante: la produzione legale mondiale di caviale è stimata intorno alle settecento tonnellate; l’Europa ne produce circa duecento, l’Italia circa sessantadue.
Eppure il caviale resta un prodotto difficile da raccontare. In quello stesso immaginario che citavamo all’inizio, è troppo lussuoso per sembrare quotidiano e troppo carico di immaginario per essere trattato come un ingrediente qualsiasi. In Francia è diventato simbolo di festa e prestigio anche grazie agli émigré russi arrivati dopo la rivoluzione bolscevica, che portarono a Parigi abitudini, nostalgia e una certa idea di eleganza imperiale. È un immaginario fortissimo, quasi letterario, ma oggi rischia di essere anche una gabbia. La sfida di Calvisius sembra essere proprio questa: togliere il caviale dalla cartolina del lusso senza svuotarlo del suo prestigio. Renderlo più comprensibile, più gastronomico, meno legato alla sola occasione natalizia. Perché il problema non è solo produrlo bene, ma farlo uscire da una stagionalità assurda: se una parte enorme del fatturato si concentra ancora sotto Natale, il resto dell’anno resta da costruire.

E allora diventano interessanti i nuovi prodotti, come il trancio di caviale porzionato, il lingotto di caviale disidratato, tutti tentativi non tanto di “popolarizzare” il caviale nel senso banale del termine, ma di trovargli altri usi, altri momenti. Anche l’ospitalità va in questa direzione. Oggi l’allevamento si può visitare – ci arrivano anche le scuole – ma l’idea è rendere Calvisano un luogo più accogliente per un pubblico gastronomico abituato alle cantine. Del resto siamo vicino a Brescia, non lontani dalla Franciacorta: il parallelo viene quasi da sé. Perché non immaginare Calvisano come una tappa dentro un itinerario del gusto bresciano, tra bollicine, caviale e storione? Perché non trattare il caviale come si tratta un grande prodotto di territorio?
Alla fine, la cosa più sorprendente di Calvisius non è che a Calvisano si produca caviale, ma che questo caviale racconti bene una certa idea d’Italia: meno oleografica e più industriale, capace di trasformare un’acciaieria, una falda, un’intuizione e anni di attesa in un prodotto che il mondo continua ad associare agli zar. Solo che qui gli zar non c’entrano: c’entrano gli storioni, l’acqua bresciana e la pazienza.
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