Dai migranti al nucleare, la nuova ossessione dei populisti è per i confini

31 Luglio 2026 - 06:10
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Dai migranti al nucleare, la nuova ossessione dei populisti è per i confini

Che cosa hanno in comune Chris Philp e Jean-Luc Mélenchon? Apparentemente nulla. Il primo è il ministro dell’Interno ombra dei conservatori britannici e costruisce la propria battaglia politica sul controllo delle frontiere e sul contrasto all’immigrazione irregolare. Il secondo guida la sinistra radicale francese e mette in discussione il modo in cui Parigi sta ripensando la propria sicurezza in Europa. Uno guarda alla Manica, l’altro all’asse franco-tedesco. Eppure le vicende di entrambi raccontano la stessa trasformazione della politica europea: la sovranità nazionale è tornata a essere il terreno principale dello scontro.

La scena britannica è quella più immediata. Martedì Philp si trovava a bordo di un’imbarcazione nel Canale della Manica insieme a giornalisti della BBC e del Times per documentare il fenomeno degli attraversamenti dei migranti verso il Regno Unito. Durante l’intervista, una nave della Marina francese ha esploso 17 colpi in mare. Parigi ha spiegato che si trattava di una normale esercitazione con armi leggere, condotta secondo le procedure previste. Downing Street ha accettato la ricostruzione francese. Philp, invece, ha parlato di una «intimidazione deliberata», sostenendo che non vi fossero stati avvisi sufficienti.

Che l’episodio sia stato un incidente o un caso di cattiva comunicazione era destinato ad alimentare discussioni. Ma, dal punto di vista politico, la sua forza simbolica è evidente. Un esponente conservatore britannico che parla di controllo delle frontiere mentre sullo sfondo una nave francese apre il fuoco: è un’immagine perfetta per una narrazione incentrata sull’idea di uno Stato che non riesce più a esercitare pienamente il proprio controllo sul territorio.

La storia francese è diversa, ma si muove sullo stesso terreno politico. Come ha raccontato Politico Europe, Jean-Luc Mélenchon ha scelto di trasformare anche il tema della cooperazione militare con la Germania in uno dei punti della sua battaglia contro l’attuale direzione strategica della Francia. Il leader della France Insoumise ha criticato l’ipotesi di un maggiore coinvolgimento europeo nella deterrenza nucleare francese e ha messo in discussione gli impegni assunti da Emmanuel Macron sul rapporto con Berlino.

La posizione di Mélenchon nasce da presupposti lontani da quelli della destra sovranista. La sua critica alla politica di difesa europea deriva dalla diffidenza verso la Nato, dall’opposizione al riarmo e dalla convinzione che l’Europa rischi di legarsi troppo all’ordine strategico guidato dagli Stati Uniti. Ma anche in questo caso la conclusione politica è la stessa: le decisioni fondamentali sulla sicurezza devono restare nelle mani dello Stato nazionale.

Sarebbe però sbagliato mettere sullo stesso piano Philp e Mélenchon. Le loro ricette sono profondamente diverse. Il conservatore britannico parla il linguaggio del controllo dei confini, dell’interesse nazionale e della protezione da minacce esterne. Il leader francese della sinistra radicale parla quello del rifiuto dell’ordine occidentale e della critica alle alleanze militari esistenti.

Il punto di contatto non è quindi l’ideologia. È la domanda politica che entrambi intercettano: chi decide davvero?

Chi decide chi può entrare in un Paese. Chi decide come difendere il continente. Chi decide con quali alleati condividere capacità militari strategiche. Questioni che fino a pochi anni fa appartenevano soprattutto ai governi e agli apparati di sicurezza e che oggi sono diventate materia di campagna elettorale.

È un cambiamento significativo. Per anni la politica europea si è concentrata sulle conseguenze interne della globalizzazione: commercio, lavoro, disuguaglianze, immigrazione. Ora il dibattito si è spostato verso il tema del controllo. La sicurezza è diventata una questione identitaria, mentre la geopolitica è entrata stabilmente nella politica nazionale.

La guerra in Ucraina, il ritorno della competizione tra grandi potenze, l’incertezza sul futuro dell’impegno americano in Europa e le pressioni migratorie hanno accelerato questo processo. La distinzione tra politica interna e politica estera è diventata sempre più sottile. Una crisi internazionale produce effetti immediati sul consenso dei governi e sulle paure degli elettori.

È qui che le diverse forme di contestazione dell’Europa contemporanea trovano un terreno comune. La destra sovranista sostiene che gli Stati abbiano ceduto troppo potere alle istituzioni europee e ai meccanismi dell’integrazione. Una parte della sinistra radicale ritiene invece che le capitali europee abbiano perso autonomia rispetto alla Nato, agli Stati Uniti e a un modello economico e geopolitico che considera fallimentare.

Le diagnosi sono diverse. Anche gli obiettivi finali lo sono. Ma entrambe le correnti mettono in discussione la stessa idea che ha guidato l’Europa negli ultimi decenni: quella secondo cui condividere quote di sovranità avrebbe reso gli Stati più forti.

Il progetto europeo è nato proprio da questa convinzione. Dopo le guerre del Novecento, Francia e Germania hanno scelto di rendere impensabile un nuovo conflitto attraverso l’integrazione economica e politica. Nel tempo quella logica si è estesa alla sicurezza, alla difesa e alla gestione delle grandi crisi. Oggi però quella promessa è meno scontata.

La domanda che attraversa il continente non è più soltanto quanta integrazione sia necessaria. È quanta sovranità sia ancora possibile condividere senza alimentare la sensazione, sempre più diffusa, che le decisioni cruciali vengano prese altrove.

Per trent’anni l’Europa si è interrogata su quanta sovranità fosse necessario cedere per contare di più nel mondo. Oggi la domanda si è rovesciata: quanta sovranità gli Stati siano ancora disposti a condividere senza perdere consenso. È su questo terreno, più che sulla tradizionale divisione tra destra e sinistra, che si giocherà una parte decisiva della prossima stagione politica europea.

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