Il clima come ponte geopolitico tra Bruxelles e Pechino

Maggio 12, 2026 - 11:48
0
Il clima come ponte geopolitico tra Bruxelles e Pechino

WUHAN. Mentre gli attriti commerciali e le tensioni strategiche tra Unione Europea e Cina purtroppo crescono su quasi ogni fronte, si può invece ritenere che il verde resta l’unico colore a calmierare le due potenze. “Il clima è essenzialmente l’unico settore in cui l’UE tratta ancora la Cina come partner cooperativo piuttosto che rivale sistemico”, osserva Levente Horváth, ex console generale di Ungheria a Shanghai e ora responsabile dell’Ufficio Relazioni Ungheria-Asia al Mathias Corvinus Collegium. Questa è un’osservazione che oggigiorno assume un significato molto importante alla luce del fatto che gli Stati Uniti sono fuori dalla diplomazia climatica dopo l’uscita dall’Accordo di Parigi 2015 e nel frattempo il mondo in attesa di una leadership credibile. Dunque, Bruxelles e Pechino si trovano a dover decidere se trasformare la transizione ecologica in un vero pilastro di stabilità geopolitica, o lasciarla diventare un nuovo campo di battaglia tecnologico.[1]

Il 2025 si è chiuso con COP30 a Belém e con l’adozione del documento politico Global Mutirao, che ha rilanciato l’urgenza di una mobilitazione globale contro il cambiamento climatico. Ora, con COP31 all’orizzonte, la sfida è tradurre le parole in regole.[2] Secondo un’analisi del think tank Bruegel, la Cina e l’UE sono due attori capaci di stabilizzare la governance multilaterale in un sistema frammentato.[3] La Cina ha appena messo nero su bianco, nel nuovo Codice Ecologico e Ambientale approvato a marzo, gli obiettivi di dual carbon (picco prima del 2030, neutralità entro il 2060), elevandoli da impegni politici a norma giuridica. L’Europa, dal canto suo, ha presentato la sua strategia per la resilienza idrica, puntando su un approccio che unisce il ciclo dell’acqua, l’economia water-smart e l’accesso universale a risorse pulite.

Proprio l’acqua è diventata, nei primi mesi del 2026, uno dei terreni più concreti di collaborazione bilaterale. Il 2 febbraio a Bruxelles si è tenuto il terzo Dialogo Politico di Alto Livello UE-Cina sull’Acqua, co-presieduto dal commissario europeo Jessika Roswall e dal ministro delle Risorse Idriche cinesi Li Guoying. L’incontro ha rafforzato la piattaforma China-Europe Water Platform (CEWP), attiva dal 2012, e ha allineato le posizioni in vista della Conferenza ONU sull’Acqua del 2026. “La domanda globale di acqua supererà le risorse disponibili del 40% entro il 2030”, ha ricordato Roswall, sottolineando come la scarsità idrica rappresenti una minaccia esistenziale che richiede risposte condivise.[4]

Parallelamente, la cooperazione Cina-UE si allarga alla gestione sostenibile delle filiere. Le delegazioni europee e cinesi stanno esplorando percorsi concreti per rendere le supply chain libere da deforestazione, un tema cruciale per le importazioni di materie prime agricole e minerarie. In un’ottica di tassonomia verde condivisa, i due blocchi hanno già avviato un dialogo per allineare i criteri di finanziamento sostenibile, come evidenziato dal Common Ground Taxonomy lanciato nel 2021. L’obiettivo è ridurre i costi transattivi per gli investitori e prevenire che gli standard ambientali diventino armi protezionistiche.[5] È da notare che nel campo delle tecnologie verdi, però, dove la cooperazione rischia di trasformarsi in competizione. La Heinrich Böll Foundation ha dedicato un intero dossier alla domanda: EU-China Relations: Bound by Clean Tech or Divided by It? L’analisi mostra come il settore delle energie rinnovabili e della mobilità elettrica sia diventato simultaneamente un ambito di interdipendenza produttiva e di tensione commerciale.[6]

Nel settore fotovoltaico, la Cina controlla oltre l’80% della catena del valore globale, un successo climatico – i costi del solare sono crollati – ma anche un campanello d’allarme per la dipendenza strategica europea. Per le auto elettriche e le batterie, Bruxelles ha imposto dazi compensativi nel 2024, aprendo uno scontro commerciale che nel 2026 sembra però trovare una “via morbida”: la Commissione europea ha consentito alle case cinesi di proporre price undertakings, impegni su prezzi minimi e volumi, alternativi ai dazi. Intanto, Volkswagen e Stellantis stringono joint venture con Xpeng, Gotion e Leapmotor, mentre CATL e BYD espandono la produzione in Europa.

L’idrogeno verde rappresenta un altro fronte promettente. La Cina ha pubblicato a dicembre 2025 il suo primo standard industriale per la valutazione dell’impronta carbonica dell’idrogeno, passando dalle etichette qualitative (verde, blu, grigio) a metriche quantitative di emissioni. Questo apre uno spiraglio per l’allineamento parziale con i benchmark UE, evitando che gli standard diventino il prossimo campo di battaglia commerciale.

Non tutto è rose e fiori. Infatti, Bruegel descrive la Cina come un climate hedger: un attore che proietta leadership climatica dove gli interessi convergono, ma preserva flessibilità su finanza e responsabilità. Per il momento la Cina deve migliorare alcuni aspetti: (i) deve contribuire in modo significativo al Green Climate Fund o al Loss and Damage Fund, (ii) non aggiungere ulteriore capacità termica a carbone dal 2015, e (iii) installare sempre più GW di solare. È qui che emerge l’opportunità più interessante: le partnership triangolari nei paesi terzi. Combinando la scala produttiva cinese con la regolamentazione e la finanza europea, UE e Cina potrebbero accelerare la transizione in Africa, Asia sud-orientale e Medio Oriente. Iniziative come la Africa Solar Belt o il Global Gateway dell’UE offrono un terreno pragmatico per dimostrare che la rivalità può produrre convergenza.

Il 2026 pone l’Europa e la Cina di fronte a una scelta. Possono continuare a trattare la transizione ecologica come un ambito isolato dal resto della competizione sistemica, o possono accettare che il clima richieda una convergenza gestita – quella che Bruegel definisce convergence, not alignment. Come ricorda Jia Weilie, vice presidente della Beijing Academy of Ecocivilization, “la sinergia verde non è un allineamento temporaneo, ma il risultato di una convergenza più profonda tra filosofie di governance e priorità strategiche”.[7] Se il verde resta uno dei ponti ancora in piedi, la domanda non è più se cooperare, ma come farlo tenendo in considerazione gli interessi industriali di entrambe le parti. La risposta darà una certa inflessione non solo al futuro del bilaterale UE-Cina, ma alla credibilità degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030.

[1] Heinrich Böll Stiftung, How China and the EU Should Collaborate on the Clean Energy Transition? 17 Marzo 2026.

[2] Global Times, ‘Green synergy’ infuses new momentum into China-Europe cooperation, Aprile 2026.

[3] Bruegel, Convergence, not alignment: EU-China climate relations ahead of COP30, 2025.

[4] European Commission, EU-China talks set to define joint action on greater water resilience, 30 Gennaio 2026.

[5] World Economic Forum, Preventing Global Deforestation: China’s Actions and Opportunities, 2022

[6] Heinrich Böll Stiftung, EU-China Relations: Bound by Clean Tech or Divided by It?, 2026.

[7] Heinrich Böll Stiftung, China and the EU: Partnering and Competing in the Global Net Zero Transition, 5 Novembre 2025.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione Eventi e News

Redazione Eventi e News in Italia

Commenti (0)

User