Il Gran Muftì alleato di Hitler e le radici dell'antisemitismo di Hamas
Vissuto tra 1897 e 1974, Hajj Amin al-Husseini fu il Gran Muftì di Gerusalemme che iniziò la lotta degli arabi contro i coloni ebrei e che non solo si alleò con Hitler, ma contribuì a propagandare l’antisemitismo nazista nel mondo ebraico. La sua figura era stata già indagata da Renzo De Felice nel suo libro “Il fascismo e l'Oriente”, in cui però si analizzavano anche i rapporti del fascismo col sionismo revisionista e col nazionalismo indiano. Una sua biografia in dettaglio è stata ora realizzata nel volume “Hajj Amin al-Husseini. Sacerdote del terrore Il progetto islamico dello sterminio da Mussolini al 7 ottobre” di Carmen Dal Monte e Ilaria Sechi, che viene presentato stasera al Centro Ebraico Italiano Il Pitigliani di Roma. Con interventi di Pierluigi Battista e Andrea Carteny, e con moderatore Della Rocca.
Ilaria Sechi è ricercatrice indipendente in scienze storiche, con particolare attenzione agli ambiti socio-politici. Carmen Dal Monte è Ceo di Takeflight, società attiva nel settore dell'intelligenza artificiale per scuole e imprese, ma si occupa anche di storia contemporanea e storia dell’antisemitismo, e come presidente della Comunità Ebraica Progressiva di Bologna ha organizzato un evento che ha ricordato il 7 ottobre in piazza. Come ci ricorda, “Hajj Amin al-Husseini elaborò una fusione tra la tradizione islamica, basata sui versetti coranici e sugli Hadith relativi al conflitto tra il Profeta Maometto e le tribù ebraiche di Medina e le teorie cospirazioniste di matrice europea, di cui i Protocolli dei Savi di Sion costituirono il testo fondativo. Il risultato fu un antisemitismo trasformato in obbligo teologico, radicato nella parola divina e perciò sottratto alla possibilità di essere smentito dall'esperienza o modificato dalle circostanze”.
Organizzò poi quel pogrom di Hebron del 24 agosto 1929 che viene presentato come l’inizio del percorso che porta al 7 ottobre 2023. Eppure, “nonostante la centralità di al-Husseini nella storia del XX secolo, dimostrata dalla sua collaborazione con Hitler e Himmler, dal suo ruolo nel reclutamento delle divisioni Ss musulmane nei Balcani, dal suo contributo alla propagazione dell'antisemitismo nel mondo arabo e islamico, la sua figura è stata sostanzialmente oscurata dalla storiografia occidentale”. Un atteggiamento che, per certi versi, è il prolungamento di un trattamento di favore che al-Husseini aveva ricevuto già in vita. “Quando il tribunale di Norimberga si riunì per giudicare gli architetti del genocidio nazista, un nome era vistosamente assente dal banco degli imputati. Hajj Amin al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme, era stato inserito dalla Jugoslavia di Tito nella lista dei criminali di guerra delle Nazioni Unite. Il tribunale sapeva dove si trovava. Nessuno andò ad arrestarlo. Il giorno in cui viene firmata la resa della Germania, al-Husseini in aereo va in Svizzera. Gli svizzeri dicono no, per carità, non ti abbiamo visto, e lo dirottano in Francia. Qua sta per un anno, tutti sanno dov'è, ma nessuno va a prenderlo”.
Dunque? “La lettura storiografica dominante che riduce al-Husseini a un opportunista minore in cerca di patronato nazista per i propri fini nazionalisti. Invece al-Husseini non fu un collaboratore ma un partner ideologico attivo: l'uomo che permise al nazismo di sopravvivere alla propria sconfitta militare del 1945 traducendolo in un quadro politico-religioso radicato nella teologia islamica”. “Questa traduzione operò attraverso tre mosse fondamentali: il reincorniciamento dei Protocolli dei Savi di Sion come conferma documentale degli avvertimenti coranici sulla malvagità ebraica; la riduzione della biografia del Profeta Maometto a un unico tema ossessivo di inimicizia eterna verso gli ebrei; e la teorizzazione di parallelismi dottrinali tra nazionalsocialismo e Islam che consacravano la violenza politica come dovere religioso. Il risultato fu un'architettura ideologica che non morì con il Reich. Si trasformò, migrò e si riprodusse — attraverso le trasmissioni arabe di Radio Zeesen, attraverso il reclutamento di divisioni musulmane bosniache nelle Waffen-SS, attraverso il riciclaggio sistematico di quadri nazisti nei servizi segreti di Egitto e Siria dopo il 1945, attraverso i documenti fondativi delle reti europee dei Fratelli Musulmani, e infine attraverso la carta di Hamas e il massacro del 7 ottobre 2023”.
Dunque, un preciso richiamo all’attualità. “Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato contro Israele l'attacco terroristico più letale dalla Shoah, uccidendo 1.195 persone in una sola mattina. Le ragioni profonde di quell'attacco sono rimaste largamente inesplorate dal dibattito pubblico occidentale. Nel frattempo, l'antisemitismo è tornato nelle strade delle capitali europee con un'intensità che non si registrava dalla Seconda Guerra Mondiale. Le università, i media, le piazze hanno riproposto narrazioni sul conflitto mediorientale che affondano le radici, spesso inconsapevolmente, proprio nell'architettura ideologica che questo libro ricostruisce. Il libro offre dunque gli strumenti storici per comprendere ciò che accade oggi. Non come pamphlet politico, ma come saggio documentato che restituisce al lettore la catena causale tra il passato e il presente”.
Di, conseguenza l’antisemitismo non è una reazione a Israele. “L'antisemitismo islamico moderno non emerse come reazione alla fondazione di Israele nel 1948, né all'occupazione del 1967. Nacque nel 1937, undici anni prima che lo Stato di Israele esistesse, come strumento deliberato per precludere qualsiasi compromesso pacifico. Il testo di al-Husseini Islam e Giudaismo, pronunciato alla Conferenza di Bloudan in Siria nel 1937, è identificato dallo storico Matthias Küntzel come il documento fondativo dell'antisemitismo islamico moderno. Al-Husseini è colui che permette al nazismo di sopravvivere alla sconfitta militare portandolo in Medio Oriente, e introducendolo nel quadro sia politico che religioso della teologia islamica. Dopo aver fatto il propagandista per l’Asse su Radio Zeesen e Radio Bari e aver reclutato le Ss musulmane dopo la guerra aiuta il riciclaggio di gerarchi nazisti nei paesi del Medio Oriente”.
In genere l’immagine è che i gerarchi nazisti finirono soprattutto in Sud America… “Molti sì, qualcuno negli Stati Uniti, qualcuno anche in Russia, ma lì non è che ricominciano a fare quello che facevano prima. Al-Husseii, invece, li recluta perché facciano in Medio Oriente quello che facevano prima, ad esempio collaborando al programma missilistico di Nasser. Da al-Husseini nascono i Fratelli Musulmani, dai fratelli musulmani nasce Hamas. C'è proprio una linea diretta, una genealogia da cui non è in realtà estranea neanche l’Olp, dal momento che Arafat dichiarava di essere parente di al-Husseini. Probabilmente è vero, anche se la cosa resta sul vago: a volte diceva che era suo zio, a volte diceva che era suo cugino. Però ne aveva bisogno, perché quella parentela gli permetteva di accreditarsi. Peraltro la Fratellanza Musulmana, l'Olp e Hamas usano tutte le stesse reti economiche e le stesse modalità economiche di sfruttamento che usava al-Husseini. Adesso si dice che Hamas va a sparare ai pretesi collaborazionisti e terrorizza la gente. Al-Husseini faceva la stessa cosa: quando è diventato Gran Mufti di Gerusalemme mandava le squadre nei villaggi arabi che collaboravano con gli ebrei. O smettevano di collaborare o li impiccava in pubblico, per lasciare lì il cadavere per ammonire: chi collabora con gli ebrei fa questa fine. Anche la bugia che gli ebrei volessero impadronirsi della moschea di Al-Aqsa, che ha dato anche il nome all'operazione di Hamas del 7 ottobre l'ha inventata al-Husseini. Al-Husseini è anche quello che tra 1942 e 1944 fa il giro delle moschee della Jugoslavia per reclutare musulmani bosniaci. Li inquadrano in tre reggimenti, e due vanno poi in giro a cacciare partigiani ed ebrei con modalità che fanno rabbrividire gli stessi tedeschi”.
Come ricordava appunto De Felice, in base al principio che il nemico del mio nemico è mio amico al-Husseini non fu il solo avversario di colonialismo e imperialismo di paesi alleati che cercò sponda nell’Asse. Abbiamo movimenti e leader simili in Indonesia, nelle Filippine, in Birmania, in India, nell’Urss, per un po’ anche nel sionismo cosiddetto revisionista… “Ma in lui c’è appunto questo fattore in più dell’antisemitismo, per cui scrive il suo libello ‘Islam e Giudaismo’ dove ricicla le tesi dei Protocolli dei Savi di Sion e le innesta all'interno della tradizione delle Sure coraniche. Moltissimi imam lo contestarono, ma alla fine è la sua intepretazione che ha preso piede”.
Peraltro compromissioni analoghe ma alla fine minori del nazionalismo ucraino vengono utilizzate non solo dalla Russia per giustificare l’aggressione con lo slogan della denazificazione, ma anche per rifiutare i simboli ucraini alle manifestazioni del 25 aprile da parte di ambienti che invece sul ruolo del filo-nazista al-Husseini nella storia del movimento palestinese non sembrano avere problemi.
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