Il monal dell’Himalaya sta cambiando il suo canto a causa del rumore umano

Due studi, “Noise-induced vocal shifts in the Himalayan Monal (Lophophorus impejanus) vocal distribution in two different habitats”, pubblicato su Behavioural Processes nel 2025, e “Spectral Characteristics and Context-Specific Behaviour of Himalayan Monal (Lophophorus impejanus Latham 1790) Vocalizations”, pubblicato quest’anno su Proceedings of the Zoological Society, entrambi da Rajeev Lochan, Dinesh Kumar Sharma e Anand Kumar della Hemvati Nandan Bahuguna Garhwal University, hanno dimostrato che «Il rumore antropogenico, conseguenza inattesa delle attività umane, sta alterando l'habitat naturale del monal himalayano e influenzandone la comunicazione vocale».
Con l'aumento del traffico, del turismo e dei pellegrinaggi in alcune zone dello stato indiano dell'Uttarakhand, i monal himalayani (Lophophorus impejanus) - un fagiano dell’Himalaya, uccello simbolo dell'Uttarakhand e del Nepal - che vivono negli habitat più rumorosi utilizzano richiami a frequenza più elevata.
Nel primo studio pubblicato su Behavioural Processes, i ricercatori indiani hanno registrato 719 richiami di monal tra aprile 2023 e giugno 2024, confrontando la valle di Madmaheshwar, una zona con un'attività umana relativamente scarsa e senza strade, con la più frequentata valle di Chopta, nel Kedarnath Musk Deer Sanctuary, un’area più frequentata. E con strade carrabili che la attraversano e favorscono la presenza di pellegrini, escursionisti, turisti e appassionati di birdwatching, scoprendo che «Nel territorio più rumoroso gli uccelli producevano richiami con frequenze di picco più elevate e durate leggermente più lunghe». La differenza era particolarmente pronunciata verso l'estremità superiore del range vocale degli uccelli e lo studio ha anche rilevato un leggero aumento della durata dei richiami in condizioni di maggiore rumore.
La frequenza di picco nell'habitat più silenzioso era inferiore di circa 171 Hz rispetto a quella registrata nell'habitat più rumoroso. Il modello era più evidente nella parte superiore dell'intervallo: al 95° percentile, il modello statistico dei ricercatori spiegava circa il 73,4% della variazione nella frequenza di picco.
Intervistato dalla BBC, Lochan ha evidenziato che «Questo non significa che la specie abbia subito un cambiamento permanente o evolutivo nella sua frequenza vocale; piuttosto, i nostri risultati suggeriscono una flessibilità comportamentale in risposta a diversi ambienti acustici».
Nel 2025 i tre ricercatori indiani avevano pubblicato su Scientific Reports un altro studio, “Habitat suitability and projecting distribution shifts of Himalayan Monal (Lophophorus impejanus) habitats across changing landscapes of the Indian Himalayan region”, che ha esaminato proprio l'habitat futuro utilizzando modelli di distribuzione delle specie e 5.122 segnalazioni di presenza, i hanno analizzato le condizioni attuali e previsto l'idoneità dell'habitat in base a tre scenari climatici che si estendono nel futuro. Ne è venuto fuori che le precipitazioni durante il trimestre più freddo rappresentano un fattore importante nel determinare l'idoneità dell'habitat. In uno scenario, si prevede che oltre il 14% dell'habitat precedentemente idoneo diventi inadatto entro il 2041-2070. In un altro scenario ad emissioni elevate, si prevede una perdita di habitat verso la fine del secolo.
Lochan ha detto alla BBC di aver scelto di studiare il monal perché ha un areale ristretto: «Si sposta stagionalmente tra la zona montana inferiore, una fascia ecologica che si trova sui pendii inferiori delle montagne, e le zone alpine di alta quota. Questo lo rende un indicatore chiave della salute dell'ecosistema nell'Himalaya nord-occidentale. Se la specie sta affrontando problemi in questo particolare territorio, è possibile che i disturbi ecologici stiano influenzando anche altri uccelli».
Il monal vive in aree alpine e subalpine, boschi misti di querce, vegetazione di rododendri e ripidi pendii montani, generalmente tra i 2.400 e i 4.500 metri circa, i cambiamenti climatici, le modifiche nell'uso del suolo, le infrastrutture e il turismo possono alterare questi ambienti. Attualmente, la Lista Rossa IUCN classifica il monal "a rischio minimo", ma il suo stato di conservazione a livello globale non tiene conto di tutti i cambiamenti che avvengono all'interno dei singoli habitat.
Infatti, il secondo studio pubblicato su Proceedings of the Zoological Society ha rilevato che gli uccelli sono costretti a spostarsi più in alto sulle montagne perché il loro habitat naturale, i prati alpini al di sopra del limite della vegetazione arborea, è sempre più affollato.
Lochan conferma: «Questi uccelli si stanno lentamente spostando verso quote più elevate sull'Himalaya, man mano che la neve si scioglie e la vegetazione cresce, rendendo la zona accessibile. Del resto, sono spinti verso l'alto perché i loro habitat naturali, i prati alpini, vengono invasi dall'uomo».
Gli scienziati indiani scrivono che «I nostri risultati evidenziano che il monal himalayano, specie simbolo dell'Himalaya nord-occidentale, è vulnerabile ai cambiamenti climatici in tutti gli scenari di emissione. Anche con emissioni moderate, la proiezione rivela una significativa perdita di habitat (14,6%) e un declino della sua stabilità. I nostri risultati indicano che, secondo lo scenario SSP585, le minacce diventano più gravi, con solo il 5,88% dell'habitat di riferimento che dovrebbe rimanere idoneo entro il 2100. I risultati sottolineano la necessità di strategie di conservazione a lungo termine per la protezione del monal himalayano. Nello scenario SSP126 (2011-2040), la stabilità dell'habitat fornisce una preziosa opportunità di protezione, indicando che gran parte dell'attuale areale della specie probabilmente rimarrà idoneo. La protezione degli habitat chiave e la priorità data ai corridoi di spostamento sono fondamentali per mantenere la connettività dell'habitat nel territorio. Nello scenario SSP126 (2041-2070), la riduzione degli habitat altamente idonei evidenzia l'urgenza di misure di protezione immediate per mitigare la perdita di habitat. Nel frattempo, lo scenario SSP585(2071–2100) indica il potenziale per un'espansione dell'habitat; tuttavia, affrontare le sfide della frammentazione dell'habitat e dell'isolamento delle nuove aree idonee dall'areale esistente della specie è essenziale per una pianificazione di conservazione efficace. La protezione dell'habitat richiede un'azione climatica proattiva e una pianificazione strategica della conservazione per proteggere gli habitat stabili e consentire gli spostamenti tra le aree emergenti. I nostri risultati forniscono una chiara tabella di marcia per la conservazione di fronte ai cambiamenti climatici, sottolineando la necessità cruciale di prevenire la perdita di habitat, migliorare la connettività e anticipare i potenziali cambiamenti nella distribuzione della specie di fronte a scenari climatici più estremi».
Lochan e il suo team considerano questo uno studio preliminare e sperano di ampliarne la portata e la profondità: «La ricerca non fornisce conclusioni definitive sulle conseguenze ecologiche, sono necessarie ulteriori ricerche. Tuttavia, nel loro insieme, i due studi segnalano un più ampio stress ecologico in tutta la regione himalayana».
Anjal Prakash, professore di politiche pubbliche alla FLAME University e collaboratore dei rapporti dell' Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), è d’accordo con i ricercatori autori dei due studi e conclude su BBC News: «Quando una specie è costretta ad alzare il tono del proprio canto per sovrastare il traffico turistico, o a salire più in alto man mano che i prati si affollano, questo rivela come la pressione umana stia riscrivendo le regole della vita nell'Himalaya. Ascoltando il monal, sentiamo l'Himalaya chiedere spazio, silenzio e cura».
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